A che servono i critici? (Video)


 

di Marco Freccero. Pubblicato su YouTube il 16 maggio 2019 e ripubblicato nel medesimo giorno su questo blog.

 

 

Già: a che servono i critici? Servono davvero?

Buona visione.

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I critici: a che servono? Cosa fanno? Qual è la loro funzione? Hanno senso adesso che tutti, persino io, dicono la loro sui libri che leggono?

Proviamo a capirci qualcosa.

In realtà di questo argomento avevo già parlato in precedenza, e magari in questo video mi limito a ripetere concetti già espressi, chissà. Però ho visto che alcuni youtuber hanno riportato l’attenzione su questo argomento, riferendosi soprattutto a quanti, su questa piattaforma, parlano di libri.

A che titolo? Perché lo fanno? Hanno i numeri per farlo? Chi ha dato loro il permesso? Chi li manda, Picone?

D’accordo: i critici sbagliano. Per anni hanno snobbato Georges Simenon perché vendeva a carrettate. Poi qualcuno di loro si è reso conto della cantonata presa, e oltre agli ottimi romanzi del commissario Maigret, ha dato un’occhiata al resto della sua produzione. Adesso in Francia, e non solo, Simenon è stato rivalutato.

Era ora.

Per capire la funzione fondamentale della critica, e sempre ricordando che se sbaglia il chirurgo, figuriamoci un critico o più critici, forse è bene sottolineare la sua funzione.
A questo scopo, chiamo in mio aiuto Gilbert Keith Chesterton, giornalista, scrittore, e critico.

Se Charles Dickens è stato preso di nuovo in considerazione lo si deve proprio alla sua opera di “riscoperta”. Perché siccome vendeva libri a palate, era considerato dalla maggioranza dei critici, uno scrittore buono solo per il popolo bue, che non capiva nulla.

Ho detto Charles Dickens miscredente, e non ti sei inginocchiato. Fallo immediatamente.

Chesterton non nasconde i limiti e i difetti delle opere di Dickens. Ne mette in risalto le qualità: ma in che modo?
Facendo il critico. Vale a dire: non si limita affatto a mostrare le qualità e i difetti delle opere di Dickens. Ma mette in risalto certi significati all’interno delle opere dello scrittore inglese. Significati che Dickens stesso ignorava.

Eccoci al nocciolo della questione, come dicono quelli bravi. Alcuni scrittori, ma non tutti, riescono a immettere nelle loro storie dei significati che loro stessi ignorano. Magari sono tensioni che serpeggiano nella società di cui sono espressione. La critica dovrebbe essere quindi quella cosa che spiega, sia allo scrittore (se ancora vivente), che al lettore, che cosa davvero vuole dire scrivendo quei libri. Ma che lui, lo scrittore, ignora o non ha ben chiaro.

Il grande scrittore francese Balzac ammira la nobiltà, vorrebbe farne parte, ma nello stesso tempo in molte delle sue opere ne mette in scena la morte, perché scalzata dalla borghesia del denaro che considera la ricchezza il solo fine della vita di ogni persona.

Dickens celebra l’umanità che nonostante il progresso della rivoluzione industriale, resta umana. Ma punta spesso il dito contro un progresso che rende le persone o schiave, oppure feroci sicari dei loro simili, senza che qualcuno si indigni o si batta per fermare un simile andazzo.

Sullo sfondo, in quasi tutte le opere di Dickens, si agita una speranza che forse, verso la fine della sua vita, si eclissa, questo è vero. Ma è soprattutto uno scrittore maledettamente inglese per la caparbietà e la tenacia che dimostra nel rappresentare uomini e donne che non gettano la spugna, e credono in se stessi anche quando tutto, attorno a essi, proclama il contrario.

È infatti non lo scrittore della rivoluzione industriale; ma della vera rivoluzione che verrà: quella dell’umanità. Che lui ha tratteggiato nelle sue opere, credendo, ingenuamente, che fosse sul punto di sorgere. Ecco il motivo del pessimismo delle sue opere verso la fine della sua vita. La sua “profezia”, chiamiamola così, non si verificava.

Ma solo perché lui credeva che il progresso industriale potesse liberare l’individuo dalle brutture, mentre spesso non faceva che liberare solo i più fortunati da quelle brutture. La rivoluzione prevista da Dickens ci sarà; più avanti.

La critica, dice Chesterton, non deve dire se uno libro o l’opera di uno scrittore è valida, e perché. Semmai è suo dovere indicare che cosa davvero voleva dire scrivendo quel libro. Spessissimo a sua insaputa.

Alla prossima e: Non per la gloria, ma per il pane!

8 pensieri su “A che servono i critici? (Video)

  1. Chissà se il significato del libro trovato dai critici corrisponde poi davvero con quello che l’autore voleva dire…ma forse ogni lettore trova in un romanzo il suo significato.

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  2. il critico quello vero che ha letto e analizzato il testo va alla ricerca dei messaggi occulti contenuti nei testi. Tu nel video lo esemplifichi.
    Ma troppo spesso pseudo critici sono la mano prezzolata degli editori perchè cercano di indurre i potenziali lettori o ad acquistare il libro oppure scartarlo.

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  3. Mi hai fatto venire in mente Flannery O’Connor, che si divertiva o si innervosiva, a seconda dei casi, quando i lettori travisavano il senso dei suoi racconti. E anche Hem, adesso che ci penso, non sopportava i voli pindarici di buona parte della critica. Ho fatto però l’esempio di due scrittori esigenti, consapevoli e per certi aspetti difficili, che sapevano benissimo ciò che scrivevano e perché lo scrivevano. Di Charles Dickens ho qui a casa Grandi speranze e Oliver Twist, ma continuo (inspiegabilmente) a rimandarne la lettura…

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    • La O’Connor diceva che certi critici vedevano “l’orrore sbagliato”. E ricordo una sua lettera a un lettore (o lettrice), che vedeva allusioni sessuali “dappertutto” nei suoi racconti, e tra le righe si percepiva la voglia di mandarlo a quel paese.
      Io inizierei con “Grandi speranze” 😉

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  4. Giusto e bello… ma, come Giulia, mi chiedo: il frutto dell’analisi del critico non sarà solo una sua opinione, espressa in termini più colti di quelli del lettore-bue, ma della stessa aerea consistenza? Come succede per le elucubrazioni dei critici su certi quadri astratti. Prova a convincermi che quello che ci vedono vale di più di quello che ci vedo io… 😉

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    • Sicuramente è possibile anzi, credo che sia probabile. Per me però il critico è quello a cui non piace il libro, ma riesce a trovare comunque i punti di forza. Per dire: a me “Il giovane Holden” non dice nulla. Il critico lo considera invece una delle opere più importanti del Novecento perché racchiude un insieme di qualità, di pregi, che un lettore come me non percepisce. Oppure, ancora, riesce a trovare in un autore molto “locale” come Silone, o George Mackay Brown, degli elementi universali. Ma di solito i lettori, e certi critici, si limitano a considerare il primo lo scrittore della “questione meridionale” (!), il secondo uno scrittore delle isole Orcadi che praticamente non ha mai viaggiato.

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  5. Non avevo mai pensato a un critico che riesca a spiegare a uno scrittore che cosa “veramente” abbia voluto dire. E comunque secondo me un critico dev’essere scrittore lui stesso, proprio per essere in grado di scomporre un libro, come un critico d’arte dovrebbe essere in grado di dipingere!

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