Benvenuto 2054 – un racconto del futuro


copertina racconti futuro prossimo

 

 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 29 maggio 2019.

 

 

 

 

Sul blog della scrittrice Morena Fanti c’è stato il gioco letterario “Futuro prossimo”. La sfida era scrivere un racconto ambientato nel 2054.
Benché la fantascienza non sia esattamente qualcosa che mi piaccia (lo so, è un mio limite), ho partecipato con un racconto: che potrai leggere qui, su questo blog.

Inutile specificare che i racconti di tutti i partecipanti sono stati raccolti in un comodo file PDF e che chiunque può scaricarlo, e leggerseli in seguito con calma.

A questo punto non mi resta che dire: Buona lettura.

Benvenuto 2054

 

Sul tetto del palazzo, sede della E-Bank, la scritta: “Benvenuto 2054: sarà un anno da leoni” era ancora intatta, nonostante la tempesta di vento di due giorni prima. La banca era fallita da circa sei mesi trascinando alla rovina qualche centinaio di famiglie solo nella provincia. Nel resto del Paese erano almeno trentamila le persone coinvolte, oltre alle aziende piccole e medie, ma non passava giorno senza che le procure di ogni provincia accogliessero esposti e denunce.

Due uomini, uno che spingeva un carretto a tre ruote con un’asta di metallo rossa, l’altro con uno zaino giallo e nero che trascinava sull’asfalto, si avvicinarono ciondolando all’entrata, sotto il porticato di pietra e marmo. Il vetro antisfondamento era stato colpito da colpi di mazza, prima che la polizia riuscisse a disperdere la folla durante la manifestazione che aveva messo a ferro e a fuoco il centro cittadino. Risaliva tutto a tre settimane prima, per questo nelle piazze più importanti le autoblindo della polizia restavano a guardia. I droni controllavano con discrezione ogni capannello di persone, e le telecamere nelle vie e nei viali confrontavano i volti con quelli che il programma della Nato, chiamato “Argo”, aveva ricostruito durante gli scontri nonostante i caschi, le maschere e i foulard indossati dai manifestanti più violenti.

Il più basso dei due uomini, con un cappello di lana bucato in testa e una giacca da militare macchiata, si fece schermo con le mani e osservò gli ambienti vuoti, impolverati, con i grandi schermi spenti e le Persone sedute dietro le scrivanie. Era durata oltre dieci anni la prima banca italiana dove era l’Intelligenza Artificiale a gestire gli investimenti. Le Persone, interfacce umane di quell’intelligenza, dedicate all’incontro con i clienti, adesso sedevano dietro le loro scrivanie coi loro grandi occhi spalancati, le labbra inchiodate al sorriso. Sembravano i manichini di una firma della moda fallita. Su una parete si leggeva lo slogan: “Investiamo nella tecnologia più evoluta: l’Intelligenza Artificiale”.

L’uomo con la giacca militare disse: «Eh! Chissà cosa volevano fare».

«I soldi» disse l’altro.

«Con le macchine?».

«Le macchine, le persone. Tanto che differenza c’è? Sbagliano tutti». Dopo un istante aggiunse: «Avrei voluto esserci».

«A fare cosa».

«Come, a fare cosa? A spaccare. Magari qualche testa».

«E poi?».

«E poi e poi. E poi hai la soddisfazione di averla fatta pagare a qualcuno».

«A uno che magari nemmeno conosci?».

«Non devi mica conoscerlo uno, per odiarlo. Anzi, è perfino meglio. Così non senti niente, qui». Si indicò il centro del petto, ruttò, e dallo zaino prese una bottiglia. La stappò e la bevve.

«Non offrirne mai, mi raccomando».

«Tanto è vuota». L’agitò, la ruotò. Gli fece cenno di scostarsi; quello obbedì. Indietreggiò di qualche metro, fece ancora segno all’amico di allontanarsi. Poi, con tutta la forza che aveva, la scagliò contro l’entrata. Esplose in una cascata di schegge.

«Perché?».

«Così. Mi andava». 

L’altro crollò la testa, si guardò attorno. «Ci avranno visto i droni».

«E allora? A noi nemmeno ci arrestano più. Che a me farebbe pure piacere, così gli piscio dentro le loro belle macchine». Rise. 

L’altro uomo tornò al suo carretto, frugò alla ricerca di qualcosa. Infine fece un sospiro e sedette, la schiena appoggiata alla parete della banca. «Che giorno è?».

«Cosa?».

«Che giorno è. Sei sordo?».

«Domenica, credo» disse dopo qualche secondo.

«Domenica» disse. Distese le gambe, si tolse gli scarponi. Si alzò una brezza che mosse cartacce e rifiuti nelle aiuole, sulla strada. Davanti a loro il giardino pubblico, vuoto, con i platani bruciati dall’incendio che avevano appiccato i manifestanti. I giochi dei bambini, le panchine erano stati divelti, e i chioschi dati alle fiamme. Al centro di quell’ottagono di verde, le statue dedicate alla missione lunare italiana di sette anni prima avevano perso le teste e buona parte delle braccia. Era stato quello a spingere le forze dell’ordine a usare le maniere forti. Tra i quattro astronauti italiani, morti durante il rientro nel corso della missione “Selene”, uno era nato proprio in quella città. Al termine di undici ore di scontri si erano contati trentanove feriti, un poliziotto rischiava la perdita del braccio sinistro.

Sul ponte apparve una donna alta, bionda, che portava al guinzaglio il suo botdog. Sembrava un’apparizione in quel pomeriggio di aprile muto e senza suoni né rumori.

«Stai a vedere» disse l’uomo dello zaino.

«Cosa?».

«Stai a vedere. Adesso si ride». A questo punto l’uomo si mosse verso la donna, uscì dall’ombra del portico ma lei non si accorse di nulla. D’un tratto l’uomo si mise a carponi sul marciapiede a qualche metro da lei, e gridò: «Bau bau, bella signora. Perché non prende me come cagnolino? Così la lecco tutta e la faccio tanto contenta».

Lei cacciò un grido, balzò di lato e si mise a correre, mentre il suo botdog abbaiava. L’uomo rise, si alzò in piedi con qualche difficoltà.

«Perché?».

L’uomo tornò al suo zaino. «Ma non sai fare altro che domande?».

«È la sola cosa che mi è rimasta».

«E tienitela stretta, allora».

«Ci puoi scommettere». Sputò di lato. «Ci puoi scommettere».

17 pensieri su “Benvenuto 2054 – un racconto del futuro

  1. «Non devi mica conoscerlo uno, per odiarlo. Anzi, è perfino meglio. Così non senti niente, qui».
    Più che nel 2054, questo concetto mi pare attualissimo… non cambierà niente, ecco.

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  2. Io avevo riconosciuto un certo stile “frecceriano” 🙂
    Un racconto attuale, ha ragione Barbara si applica benissimo al momento attuale di deriva…

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  3. attuale, come dice qualcuno, o futuro prossimo come il chiede il contest di Morena, il racconto fila liscio.
    Non avevo riconosciuto lo stile ma mi era piaciuto nel commento a caldo

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  4. Questo è l’unico racconto tra quelli comparsi sul blog di Morena che ho riconosciuto! Complimenti per esserti cimentato in un campo che credo non ti sia consueto.

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