Per lo scrittore nulla è banale


 

 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 16 luglio 2019.

 

Da qualche settimana, e con molta calma, ho deciso di leggere la raccolta di racconti di George Mackay Brown dal titolo “A calendar of love”.

In inglese.

Non ho idea di quando la terminerò, ma non importa.

Se bazzichi da un po’ su questo blog sai che è un nome che ogni tanto ricorre su queste pagine. 

Attenzione! Articolo altamente sconsigliato dai guru!

Prima di procedere: è importante ricordare e ribadire che un simile articolo è altamente sconsigliato dai guru. Perché il “target”, come scrivono quelli bravi, non è interessato a questo genere di argomenti.

I lettori vogliono storie (e non vogliono leggere post lunghi com questo a proposito delle mie riflessioni su un autore sconosciuto delle isole Orcadi).

Tutti gli altri… Be’, tutti gli altri sono interessati a conoscere trucchi, strategie, dritte, oppure a leggere guide su come pubblicare su Amazon, StreetLib o altrove.

Ma come vedi, non me ne importa molto.

Le ragioni di un insuccesso

È la prima raccolta di racconti che leggo di questo autore delle isole Orcadi, che da noi ha riscosso scarso successo. La casa editrice Tranchida, di Milano, ci ha scommesso abbastanza, pubblicando ben 4 romanzi di questo scrittore. Quindi, non si è affatto risparmiata.

Ma è rimasto di nicchia.

Ed è strano perché avrebbe le caratteristiche per piacere. Per esempio uno spirito contrario alla modernità. Una narrazione che arriva dalla periferia, e che parla solo di periferia (vale a dire le isole Orcadi).

In realtà, benché sia stato apprezzato da certa critica, George Mackay Brown non poteva (e nemmeno voleva), diventare popolare. Non perché fosse un bastian contrario.

Desiderava solo mettere a frutto il suo talento; e stop.

Anche se i guru si sforzano di spiegare e spiegarci che se non abbiamo il successo che ci meritiamo (comecome?) e che ci spetta di diritto (cos’è, uno scherzo?), è solo colpa nostra… La faccenda è più complicata di così.

Se racconto storie, ovviamente racconto le storie che voglio io.

Non incontreranno i favori del pubblico perché il suddetto (pubblico) preferisce infuocate storie di sesso?

O storie dove il protagonista è tanto perbene da insegnare al lettore come diventare perbene? (Che orrore).

Pazienza.

George Mackay Brown era uno scrittore e poeta che usava il piccolo mondo di Stromness (dove è nato e cresciuto e infine morto e sepolto), per parlare del Mondo. A modo suo, ovvero con la sua visione. Con il suo passo (perché dopo la visione, ci deve essere pure il passo).

E la maggior parte della gente non lo apprezza. Punto. 

Seamus Heaney, Nobel della letteratura nel 1995, lo ammirava. Ma a volte nemmeno un poeta che ha ricevuto un premio così prestigioso riesce nell’impresa di metterti sulla rampa di lancio. 

Ma non è importante.

Adesso che ci penso, non è questo l’argomento di questo articolo. Volevo parlare di ben altro.

È davvero così difficile scrivere storie?

Mi sono infatti domandato (ma non è certo la prima volta), se è davvero così difficile scrivere storie.

“Calendar of Love” ha questo titolo perché il primo racconto che apre la raccolta è il “fedele” resoconto di un amore scandito dai mesi dell’anno: gennaio, febbraio, marzo, aprile; eccetera eccetera.

Ho messo “fedele” tra virgolette perché si sa che un autore non è mai fedele a quello che vede, o vive; fa una scelta precisa. Mette sul foglio solo quello che conta davvero.

È quindi sì fedele, ma solo alla storia.

Non alla storia che ha “visto” o “vissuto”; ma a quella che deve raccontare. (Già, sono 2 cose ben differenti).

Detto questo: ancora una volta mi sono domandato se questo racconto, oppure gli altri che leggerò nel prossimo anno (probabilmente finirò di leggere questo libro nel 2020), in mano a una persona “normale”, che effetto gli farebbero.

Peter il pescatore viveva in una capanna incatramata, sopra le rocce, con la sua barca, le sue nasse, la sua Bibbia.

Jean Scarth viveva con suo padre (la gente lo chiamava Snipe) nel suo pub in fondo al villaggio. Snipe giaceva per tutto il tempo nel letto. Secondo il dottore non avrebbe visto il nuovo anno.

La traduzione è mia. Da ricordare alcuni dettagli: non è propriamente inglese quello che si trova qui. Ci sono anche elementi… scozzesi? Gaelici (non so), che rendono la traduzione non molto facile.

Ma torniamo al nocciolo della questione, come dicono quelli bravi.

Perché mi sono sorpreso più volte a immaginarmi una persona “normale” che di fronte a queste poche frasi dica:

E che ci vuole? Basta seguire il filo dei pensieri. Ah, se avessi tempo! King me lo mangerei a colazione!”.

Come spiegare alla gente “normale” che la scrittura è difficile?

Adesso ti spiego che la scrittura è difficile

Per prima cosa: non è detto che quanto scritto sia sempre un capolavoro. Ci possono essere incipit, paragrafi, capitoli interi “deboli”.

E potremmo chiuderla qui.

Ma ovviamente sarebbe troppo facile.

La scrittura di questo poeta e scrittore delle Orcadi è molto sobria. Non ci sono descrizioni. Ci sono fatti. 

Peter che compra un’automobile di seconda mano ma non ha patente, assicurazione, né ha mai svolto l’esame. 

Il padre di Jean piagnucola e ricorda eventi di 60 anni prima.

Lei che non ne può più.

Peter che decide di vegliare il padre di lei. Eccetera eccetera.

È la banalità del quotidiano che irrita le persone. 

La banalità del quotidiano

Il quotidiano è sempre banale? 

Oppure è banale solo perché non siamo in grado di riconoscere tra le pieghe delle lenzuola, nell’aroma del caffè in cucina, e nel “semplice” dolore di chi piange chi muore, quello che tutto è, tranne che ordinario?

Forse qui c’è la chiave di tutto.

Fermo restando che in un romanzo o in una raccolta di racconti possono esserci cali e scivoloni mica male, immagino che uno scrittore bravo, lo sia quando riesce a vedere “cose” che gli altri non vedono e che soprattutto non desiderano vedere.

Non perché “rivoluzionarie”.

Non perché capaci di cambiare il corso del mondo (che non cambia mai, tranquilli).

Ma proprio perché sono banali eppure contengono al loro interno una perla: lo straordinario.

Ciascuno di noi ha almeno… 20 anni? O 10? Insomma: ciascuno di noi ha alle spalle un mucchio di anni che lo hanno influenzato (ma ogni società DEVE influenzare i suoi membri, o non sarebbe una società), e indotto a credere che una storia è tale solo se è straordinaria.

Libri, televisione, cinema sono le armi principali di questa opera di persuasione.

Una vita è vita solo se è straordinaria.

Aut Caesar, aut nihil.

E noi abbiamo abboccato (almeno all’inizio). Poi, abbiamo confermato la nostra appartenenza a questa ideologia quasi ogni giorno.

Qualcuno, no.

George Mackay Brown, per esempio, no.

 

Elaborazione in corso…
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9 pensieri su “Per lo scrittore nulla è banale

  1. Scrivere cose straordinarie, paradossalmente, può anche venire facile, ma è nella non straordinarietà che chi vuole scrivere bene deve scavare per trovare quella cosa piccola, insignificante che, invece, rappresenta il significato di tutta la storia.
    È un’impresa ardua: scrivere di cose banali senza lasciare la sensazione della banalità è davvero molto molto difficile.

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  2. Una vita è vita solo se è straordinaria. Eh, fa dei bei danni interiorizzare questa idea. E si interiorizza, come no. Non so se il quotidiano è sempre irritante, ma di sicuro ci va stretto. Forse siamo un po’ fuori posto. Del resto siamo qui… 😉

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  3. Scrivere di quotidianità è il vero banco di prova per ogni narratore. Per quanto riguarda il difficile genere dei racconti mi vengono sempre in mente i racconti di Katherine Mansfield, semplici e folgoranti allo stesso tempo. E, naturalmente, i tuoi. 😉

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    • Comunque nelle Orcadi la cultura è norvegese e islandese; ma soprattutto norvegese. Alla fine del Settecento (o inizio Ottocento, non ricordo), morì l’ultimo abitante che parlava l’antica lingua di quelle isole. Ma basta dare un’occhiata ai nomi dei luoghi per capire che di scozzese quelle isole hanno poco…

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