L’autopubblicazione è sempre più roba da professionisti


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 29 luglio 2019.

 

 

La novità che continua in modo inesorabile a farsi largo (tra l’indifferenza generale, almeno mi pare), è che l’autopubblicazione tende sempre più a essere roba da professionisti. Avrei dovuto scrivere qualcosa di più elegante come: “una faccenda per chi la affonta seriamente, come un professionista”. Ma così ci capiamo al volo, giusto?

Sino a qualche tempo fa (ma è ancora così per moltissime persone), era considerata l’ultima spiaggia per chi voleva pubblicare e aveva ricevuto dei “no” (spessissimo meritati), dalle case editrici. Ammesso di essere riusciti a ricevere “almeno” un no.
E che problema c’è, diceva lo scrittore o la scrittrice.

Mi autopubblico! E ovviamente lo faceva.

E invece…

L’autopubblicazione sta cambiando

Invece le cose sono cambiate (un po’). Certo: resiste l’idea che pubblico il mio libro, vendo un sacco grazie a certi trucchi segretissimi (che ho carpito leggendo quel libro numero 1 su Amazon. Ovviamente faccio finta di non capire che quei segreti adesso sono patrimonio di qualche migliaio di altre persone: quindi la loro efficacia sta arrivando a livello zero), l’editore mi nota e…

Sì, qualcuno che pensa così c’è ancora e scommetto che sono la maggioranza. Non si sono accorti, perché non sono interessati, dell’evoluzione dell’autopubblicazione. E si capisce.

Sono talmente impegnati a scagliarsi contro gli editori brutti, sporchi e cattivi, che non hanno tempo per altro. Editori che, qualora si presentassero, diventerebbero automaticamente “er mejo”; e tutte le cose brutte che si rovesciavano su di essi? 

“Quali cose?”.

Perché queste persone quando entrano a far parte del sistema editoriale, allora ne diventano i più convinti difensori. E sia chiaro: io non ho nulla contro le case editrici. Ci mancherebbe altro. Solo che l’autopubblicazione è migliore; e lo è perché sta cambiando.  

Uguale a un libro di un editore

In pratica, il libro di un autore indipendente deve avere le medesime qualità di quello messo in vendita da un editore.

Fine.

Per questo sono necessarie delle figure professionali. Per esempio un grafico che curi la copertina. Lo so: ci sono alternative economiche. Vero. Ci credo. Io stesso le ho sperimentate, per poi approdare alla scelta di avvalermi di una grafica per la mia Trilogia delle Erbacce. Ma anche la copertina del mio romanzo “L’ultimo dei Bezuchov” è opera sua.

E soprattutto: un editor.

Ma per quale motivo spendere soldi (sì: sono lavoratori e quindi vanno pagati), se poi arriverà l’editore, ti starai domandando.

Ecco la risposta: ci sono enormi possibilità che NON arrivi alcun editore.

Non hai ancora capito che l’autopubblicazione si è evoluta? 

Adesso vediamo di affrontare questi 2 punti.

Il primo: tu non devi puntare sull’editore: ma sui lettori. Sin dall’inizio. Tra l’altro costruirsi una base di fan (con tanto di blog, magari), colpisce favorevolmente un editore, che potrebbe persino essere felice di investire in qualcuno con un migliaio di potenziali acquirenti di una certa opera. 

Creare un blog a cosa serve?

Se offri ai lettori un prodotto di qualità (una bella copertina; un testo curato), non solo arriveranno; ma potrebbero adottare la condotta che un autore si augura sempre. 

Vale a dire metterci la faccia. Parlare in giro della tua opera. Scrivere una recensione su Amazon, Goodreads o altrove. 

Ma tutto questo succede solo quando il lettore si trova a che fare con un prodotto di qualità. Perché nonostante il 95% dei libri autopubblicati siano pessimi, ce ne sono molti costruiti proprio bene. E guarda caso: spesso sono di quegli autori indipendenti che hanno investito in:

Editing;

copertina.

E un editore (forse), segue la corrente. Vale a dire: se nota che c’è del “rumore” attorno a un titolo (vale a dire: realizza vendite, raccoglie recensioni), si muove (ma non è detto).

Adesso non mi obiettare che certi libri pubblicati su Wattpad fanno pena eppure arriva l’editore e…

Ehi, lo so pure io.

Ehi: io parlo di qualcosa di differente, non te ne sei ancora accorto? E così arriviamo al secondo punto.

L’autopubblicazione si è evoluta.

Che significa: l’autopubblicazione si è evoluta?

Quando scrivo che l’autopubblicazione si è evoluta, non mi riferisco solo al ricorso all’editing e a una buona grafica per la copertina (anche, si capisce).

Bensì al fatto che un autore che sceglie di essere indipendente, lo fa per restarlo. Già: quello che a molti sfugge è che l’autopubblicazione può anche essere una sosta. In attesa del meglio (vale a dire: la casa editrice).

Ma può essere il meglio, purché si lavori in direzione della qualità. Al momento molte persone non riescono assolutamente a capire che un autore indipendente sceglie questo percorso e decide, ma decide lui, di “collaborare” con una casa editrice; magari per un breve periodo.

E poi torna anzi: rimane indipendente. Oppure: non desidera proprio lavorare con una casa editrice: troppi lacci.

È qui la novità che tecnologia e autopubblicazione “regalano”; ma è un regalo che costa impegno e fatica. 

Siccome molti non ci riescono (oppure: non vogliono), limitano il loro impegno; perché poi arriverà la casa editrice. L’editor. Perché sbattersi davvero così tanto se dopo (anzi no: tra pochissimo), arriverà il contatto con la casa editrice?

Il mio consiglio è questo. Lavora come se non ci fossero case editrici. Non sperare in nulla, tranne che nel tuo lavoro.

Sii un autore indipendente.

Se poi, per puro caso, avverrà il contatto: calma. Non precipitarti. Ragiona. Ricorda che un autore indipendente ha dalla sua un sacco di possibilità. Per esempio decide con chi collaborare; la strategia di vendita; il prezzo del prodotto. Ha tutti i diritti sulle sue opere in mano sua (con l’editore viceversa glieli cedi per un certo numero di anni). 

Come sempre mi farai notare che di solito l’essere un autore indipendente produce piccoli risultati; o zero risultati.

È possibile. 

E succede perché percorri sì la strada dell’autopubblicazione; ma senza convinzione. Non “spingi sull’acceleratore” perché in cuor tuo ancora speri che succeda “o miracolo”. Credo di poterti annunciare ufficialmente che sono eventi rari assai, i miracoli. Per questo è meglio darsi da fare ogni santo giorno.

Oppure (non spingi sull’acceleratore): perché scrivi storie destinate a una nicchia, ma bada: un editore non rivoluzionerà le cose, quindi tenderà a stare ben distante da te. Non pensare che un editore grande e grosso voglia “davvero” sbattersi proprio per te e le tue storie di nicchia; nella sua scuderia ce ne sono (forse) decine d’altri. Con un potenziale più grande di te, e su di essi investirà, come è giusto che sia. 

Il libro è un prodotto, ricordi?

Quello che deve essere chiaro è che ormai essere un autore indipendente è possibile, purché costui o costei la smetta di pensare che l’autopubblicazione è un ripiego (se la pensi così lo si capirà da lontano: copertine così così; zero editing, eccetera eccetera). 

Deve smettere di pensarsi da solo, ma semmai lavorare con altri: editor, grafico, tanto per cominciare. Attorno a sé deve costruire soprattutto una rete di lettori (i suoi lettori). 

Il caso Marco Freccero

Lo so che non è “carino” parlare di me. Di certo un sacco di lettori (ma quale sacco: tre o quattro al massimo), si chiederà se anche io mi rivolgo a un editor per le mie opere.
No.
Per la copertina sì, per il testo: no.
Ma non devi badare a quello che faccio. Fai quello che dico.

Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.

15 pensieri su “L’autopubblicazione è sempre più roba da professionisti

  1. un argomento che abbiamo trattato già altrove ma che mi trovi sempre d’accordo. Editing senza se e senza ma. Graphic designer a certe condizioni. Quali? O lui/lei segue le mie indicazioni oppure preferisco il fai da te. La copertina deve convincermi. Ci sono in giro copertine graficamente perfette ma fredde. Questo si può osservare passando in rassegna anche testi pubblicati da editori.

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  2. Dici: «Quello che deve essere chiaro è che ormai essere un autore indipendente è possibile, purché costui o costei la smetta di pensare che l’autopubblicazione è un ripiego (se la pensi così lo si capirà da lontano: copertine così così; zero editing, eccetera eccetera).»
    Io aggiungo. Molti sono innamorati del sogno di essere pubblicati da Mondadori (se non è Mondadori non se ne fa nulla) o di vedere il proprio testo pubblicato da Mondadori diventare poi una serie TV per Netflix, come se Mondandori o Netflix avessero tempo da perdere. Oggi è questa la moda, almeno mi pare di aver capito questo.
    Pochi hanno compreso (o vogliono capire davvero) chi è l’autore indipendente e perché si decide di essere un autore indipendente.

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    • È un sogno perché l’idea di impegnarsi davvero, per anni, non affascina per nulla, anzi. Quindi si cercano le ricette miracolistiche, i trucchi e i segreti. Si spendono montagne di soldi per corsi, o per farsi pubblicare a pagamento e poter gonfiare il petto di orgoglio.. Orgoglio di cosa? Mistero…

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  3. Purtroppo è vero: anche chi si dice convinto di aver scelto la strada dell’autopubblicazione ci mette così poco impegno da dare l’idea di rimanere in attesa del principe azzurro ( = la casa editrice) che lo salvi dalla matrigna cattiva ( = la fatica). Editor e grafica (non solo della copertina, ma anche delle immagini che poi si condividono con le sponsorizzate sui social) sono imprescindibili oramai, altrimenti si finisce nel calderone della “spazzatura del self publishing”, in mezzo ai teenager zoppicanti in grammatica, alle casalinghe annoiate che preferiscono scrivere invece di leggere, allo sprovveduto del “lo metto lì a 0,99 e vedrai che cambio casa entro l’anno”.
    Si può fare senza editor? Certo, poi però il risultato si vede. Anche affidarsi solo ai beta reader può essere pericoloso, se sono lettori deboli, che guardano più la trama che lo stile. Mi sono capitati testi trascurati nel lessico, con parole o frasi identiche dentro la stessa pagina, ripetitivi nei concetti fino a darmi noia (una, due, tre volte, mò basta, ho capito, il lettore non è stupido!), con personaggi anacronistici (come un trentenne che usa modi e linguaggio di un ottantenne) o inconsistenti, senza carattere. Quando è così, ne leggi uno, ma da quell’autore ti tieni alla larga.
    Si può fare senza grafica? Certo, ma anche qui il risultato di vede, ancora prima dell’acquisto e può svalutare clamorosamente un testo ben scritto. Le copertine che vendono di più su Amazon sono quelle che ricalcano le disposizioni artistiche delle copertine delle case editrici. Non è un caso.
    Quelle che non vendono sono la classica foto presa qua e là in rete o scattata nel giardino di casa, titolo e autore nel mezzo, con colore – contrasto – luminosità – ombreggiature completamente errate, tanto da rendere illeggibile il testo nelle miniature da smartphone. Sembrano fatte dal cuginetto di 6 anni che oramai usa l’iPad meglio dell’insegnante. E poi ci sono le immagini per le sponsorizzate sui social: tramonti e spiagge per la maggiore, col libro che affonda nell’acqua. Eppure ci sono un sacco di mockup già pronti da utilizzare. Certo, occorre studiare, provare, guardare con occhio critico, severissimo, imparare dalla concorrenza.
    “Ma io non voglio perdere tempo, io voglio scrivere!”
    No, tu vuoi vendere. Perché se tu volessi solo scrivere, lasceresti il testo dentro il cassetto della scrivania, a tuo uso e consumo. Ma se arrivi al self publishing, tu vuoi vendere.
    E se vuoi vendere, devi fare i conti con questo.
    Se non lo fai, gli altri (che decidono di metterci fatica e sudore) ti passeranno giustamente davanti.

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      • Einstein diceva “La follia sta nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi.” Al netto del fattore C, che sappiamo esistere, vedo autori self compiere sempre gli stessi passi e star male per la mancanza dei risultati desiderati. Ad un certo punto, bisognerà pensare di cambiare strategia, o no?
        Se dopo un anno di dieta non hai perso un grammo, forse è ora di cambiare dietologo. O ammettere che non stiamo seguendo la dieta. 😉

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      • Io però mi sto convincendo (ma l’ho già scritto), che ci sono certi autori, o storie (o entrambi), che semplicemente non hanno spazio. Forse lo avranno tra 50 anni, se il fattore C entrerà in azione; forse mai. Non si tratta solo di cattiva volontà, di mancanza di volontà, di zero capacità di immaginare nuove strategie. Semplicemente, certe storie e certi autori non hanno mercato, né spazio. A parte qualche nicchia piccolissima, che potrebbe anche ridursi perché: boh! Chissà perché.

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      • Certo che ci sono storie e stili che non hanno spazio, ma questo lo si vede prima di pubblicare, analizzando la concorrenza e vedendo che… non c’è. Quindi, al netto di editing e grafica, il romanzo vende solo se intercetta la nicchia. Uno lo sa e decide se accettarlo e pubblicare lo stesso, o lasciar perdere (se crede in quello che fa, pubblicherà lo stesso).
        Diversamente è quando la storia si incastra benissimo nei generi più letti e più venduti, ma non viene considerata dal pubblico. Lì la considerazione della nicchia non vale.

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  4. Il cambiamento nel mondo degli autori indipendenti è stato graduale ma sensibile in questi ultimi anni, tanto che alla fine l’ho riconosciuto anche come mio mondo. Dal punto di vista temporale questo è successo dopo diversi rifiuti da parte degli editori importanti, ma non lo avrei scelto se lo avessi considerato un semplice ripiego. È un cambio di mentalità che porta cambiamenti importanti: non c’è più nessuno deputato a giudicare se ho il diritto di avere dei lettori per le storie che scrivo, se non i lettori stessi. Questo rende la situazione molto viva e stimolante. La libertà è una grande cosa.

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  5. Pingback: Il valore dell’indipendenza - Blog Scrivere Vivere di Grazia Gironella

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