Dittatura e scrittura: l’esempio di Werner Bergengruen


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 16 settembre 2019.

 

 

 

Forse un articolo di questo genere non lo avrei dovuto scrivere. Per quale motivo? 

Perché dello scrittore tedesco Werner Bergengruen conosco davvero poco. Ho letto due suoi libri (“Il grande tiranno” e “La morte a Reval”), che sono pure piuttosto vecchiotti. Si tratta infatti di opere che sono state pubblicate

nel nostro Paese negli anni Ottanta del secolo scorso. Da allora almeno in Italia è stato dimenticato.

Werner Bergengruen: chi era?

Invece in Germania la faccenda è ben diversa. Non è come lo scrittore scozzese Bruce Marshall che in Scozia pare essere finito nel dimenticatoio.

Per quanto riguarda invece Werner Bergengruen esiste un sito Web che viene aggiornato. Peccato che sia solo in tedesco, e non sia anche in inglese oppure in francese (pretendere di trovarlo in italiano sarebbe qualcosa di abbastanza folle).

Inoltre, ogni due anni viene assegnato un premio, a lui dedicato, di 5000 euro. 

Come dicevo all’inizio di questo articolo, di lui non so molto. 

Quel poco che tu adesso leggerai nelle righe qui sotto, le ho ricavate grazie a Google Traduttore, e alle informazioni ricavate proprio dal sito Web che ho indicato. Però c’è da ricordare un piccolo difetto di questo strumento: vale a dire Google Traduttore.

Lui traduce sempre dall’originale (in questo caso: tedesco) all’inglese; quindi in italiano. Con risultati che definire “umoristici” è poco. Ma nel complesso sono riuscito a farmi un’idea di questo scrittore tedesco nato a Riga (in Lettonia) nel 1892 (quindi: un tedesco del Baltico). Morto a Baden Baden nel 1964.

Se non ricordo male i suoi nonni (paterni?) avevano una estesa proprietà e pure un castello, che adesso è stato trasformato in un hotel a cinque stelle.

La Storia gioca degli strani scherzi a certe porzioni di terra: l’Alsazia per esempio, un po’ francese, poi tedesca e infine francese. 

Certi territori della Germania hanno subito una sorte analoga; sono andati perduti, sono tornati alla madrepatria, per poi finire definitivamente per appartenere ad altri Stati. Basti ricordare che cosa ne è stato della Prussia, le cui terre sono diventate polacche o russe.

Werner Bergengruen mi interessa particolarmente poiché lui, durante la Seconda Guerra Mondiale, non fuggì all’estero come molti altri autori tedeschi, per sfuggire al nazismo. Lui rimase in Germania per tutta la durata del conflitto. E non lo fece da complice del nazismo, anzi.

Quando infatti pubblica “Il grande tiranno” la Camera per la Letteratura del Reich lo caccia. Le sue opere non sono adatte a sviluppare una vera cultura germanica, e da questo momento in poi per lui sarà difficile scrivere. Riuscirà comunque a pubblicare, ma è sempre sotto stretta sorveglianza, e la penuria di carta non permette certo alle sue opere di essere popolari. Pubblica in maniera anonima; distribuisce le sue opere tra amici fidati.

Tuttavia il ricavato delle vendite de “Il grande tiranno” consente alla famiglia di abbandonare Berlino per trasferirsi a Monaco. 

Prima di parlare di Monaco, un paio di cosette…

Sua moglie Charlotte è una discendente del musicista Felix Mendelssohn, ed è ebrea. Werner, protestante, si converte al cattolicesimo nel 1936; lo farà anche la moglie per cercare di sfuggire alle persecuzioni. Per un po’ la mossa sembra sortire i suoi effetti (si dichiara che la donna è, appunto, cattolica); ma ci saranno altri rischi, mentre si avvicina la fine del nazismo. 

Quando si trasferiscono a Monaco entrano in contatto con la resistenza, in particolare con il gruppo de: “La rosa bianca”. In casa loro accolgono anche Sophie Scholl (col fratello sarà poi arrestata, processata, condannata a morte e ghigliottinata), e scrivono opuscoli che incitano i tedeschi alla resistenza, e che distribuiranno nelle cassette delle lettere di Monaco rischiando tantissimo.  

Restare nella Germania nazista

Perché Bergengruen non sceglie fuggire all’estero? Perché lui e la moglie, coi figli, restano in Germania rischiando quasi ogni giorno di essere arrestati e di subire una sorte terribile? Entrambi hanno le caratteristiche che ne fanno della persone “pericolose”. Lui è considerato uno scrittore poco affidabile e per nulla allineato al regime nazista, e in più cattolico. 

La moglie è ebrea.

Sembra che il suo permanere in Germania sia stato dovuto a diversi fattori. Innanzitutto, Werner non desiderava abbandonare la Germania, il suo Paese. Non perché appoggiasse il nazismo (come poteva?); ma immagino perché voleva restare nella sua terra, condividerne l’amaro destino e riuscire in qualche modo a dare speranza e sollievo quando tutto fosse finito. 

Anche la situazione economica poco prospera non poteva essere di aiuto a lasciare la Germania; e il fatto che sua moglie fosse ebrea era un altro ostacolo. 

Insomma: Bergengruen resta nella Germania nazista, sino alla fine della guerra. Come detto all’inizio, morirà poi nel 1964 a Baden Baden.

Adesso occorre cercare di rispondere alla domanda forse più difficile: a che pro questo articolo? Adesso che tu, o lettore, conosci a grandissime linee la vita di questo scrittore tedesco che in Italia non è più ristampato dagli anni Ottanta (circa): che ne ricavi? Cosa te ne viene in tasca (come si dice dalle mie parti)?

Non lo so. 

Considero questo scrittore tedesco interessante, e mi piaceva l’idea di scriverne. Il nocciolo di tutto è che la sua figura mi piace assai. Non è un nazista, né ha mai avuto simpatie per l’ideologia di Adolf Hitler. Ma rimane in Germania correndo rischi enormi. 

Conclusa la guerra riuscirà a ricostruire una pace familiare che i lunghi anni del conflitto avevano gravemente messo in pericolo. 

Potrei liquidare tutto questo scrivendo che ci sono diversi modi per combattere contro una dittatura. Per esempio fuggendo all’estero come molti autori tedeschi hanno fatto (pensiamo a Erich Maria Remarque). Altri che invece combattono nell’esercito hitleriano (per esempio Heinrich Böll, che vincerà il Nobel della letteratura negli anni Settanta del Novecento).

Considero Werner Bergengruen uno scrittore raffinato, poco popolare in Italia anche se io l’ho trovato stranamente affine a Leonardo Sciascia (soprattutto nel romanzo “Il grande tiranno”), e quindi “potenzialmente” molto interessante. Forse con le sue opere non si è schierato in modo evidente come certi libri di Remarque (“Niente di nuovo sul fronte occidentale”). Non per paura o timidezza. Immagino che lui abbia desiderato indagare con scrupolo certi meccanismi che sono alla base del potere, che lo rendono quello che è, che gli consentono di stendere la sua ombra sulle persone sino a farne delle marionette obbedienti.

Mentre ne “La morte a Reval” siamo invece alle prese con un ottimo narratore, preciso, intelligente, capace sempre di essere godibile senza mai scivolare nella noia, oppure nell’erudizione fine a se stessa.

Per avere di lui un giudizio più preciso occorrerebbe leggere altre sue opere; ma non è possibile, purtroppo.

Elaborazione in corso…
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8 pensieri su “Dittatura e scrittura: l’esempio di Werner Bergengruen

  1. Su Comprovendolibri.it vedo che oltre a Il grande tiranno e La morte a Reval puoi trovare usati Un uomo d’altri tempi e Reminescenze romane, nemmeno tanto cari, certo sono copie datate ma leggibili in italiano. 😉

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