L’autunno tedesco di Stig Dagerman; e il nostro


 

 

Di Marco Freccero. Pubblicato il 23 settembre 2019

 

 

 

 

 

Stig Dagerman è stato uno dei più importanti scrittori svedesi del Novecento. Anarchico, sempre al fianco degli ultimi, si ucciderà a 31 anni, nel 1954, non riuscendo più a sopportare la pressione e le alte attese di critica e pubblico.

Nel 1946, un sacco di giornalisti andarono in Germania cercando di risolvere il Grande Enigma. Vale a dire: come era possibile che il Paese di Goethe, di Beethoven, che tanto aveva dato allo sviluppo dell’Europa, fosse sprofondato nel nazismo, producendo una guerra di oltre 55 milioni di morti?

Stig Dagerman tra le macerie

La domanda era impegnativa, e forse per questo un sacco di giornalisti si guardò bene dal dare una risposta almeno decente.

Molti di essi si limitarono a scendere nelle cantine dove i tedeschi vivevano, affamati, infreddoliti, umiliati, per chiedere loro: “State meglio adesso, oppure quando c’era Hitler?”.

Udita la risposta, se ne andavano a scrivere l’articolo che denunciava il nazismo sempre forte, ancora quindi da estirpare. Un sistema comodo per tacitare quella coscienza che sussurrava, in Inghilterra e pure altrove: “Ma non siamo stati complici pure noi del nazismo, agli inizi?”.

Tra questi giornalisti c’era anche Stig Dagerman; che giornalista non era, ma era ben conosciuto in Svezia perché aveva pubblicato un paio di romanzi che avevano ben impressionato.

Visiterà Amburgo, Berlino, Monaco e altre città tedesche. Vedrà uomini e donne che vivono coi piedi nell’acqua, al freddo, mal vestiti. Sarà uno dei pochi che affermerà che la fame non è una buona maestra per la democrazia. Che l’atteggiamento da padroni dei vincitori, che si prendono le affamate ragazze tedeschi, non sarà efficace per arrivare davvero a spedire il nazismo nella discarica della Storia. 

Parlerà anche della denazificazione.

Denazificazione da operetta

Buona parte dei nazisti se la cava alla grande. Lui scrive nel 1946, quando questa opera di “pulizia” è già avviata e tutti (ma tutti chi?) sono convinti che sarà un successo. Vede un ex giudice nazista, in un paese di campagna, che la sera se ne torna tranquillo alla sua casa, salutando cordialmente quelli che aveva perseguito.

Dagerman assiste anche ai processi. In uno compare un uomo che è stato nazista. Ma l’avvocato difensore fa notare che lavora per l’amministrazione degli Alleati. E siccome il regolamento non prevede di utilizzare personale compromesso col nazismo, il processo non s’ha da fare; e infatti non si farà.

Un altro uomo porta dei testimoni che dimostrano la sua “vera” natura; sì, si è iscritto al partito nazista ma solo perché stava divorziando. Oppure, perché c’era in ballo quella promozione. Comunque i testimoni dicono che era amico degli ebrei (qui Dagerman annota che ogni testimone costa 200 marchi. Una bella somma, ma non è un problema per chi durante il nazismo era seduto plaudente nelle prime file. I conti bancari, ricorda Dagerman, non sono mai bombardati).

L’arte di scendere in basso

Dagerman ascolta la storia di una donna che riesce a raccogliere patate, quattro sacchi, e con la carriola va in stazione per prendere il treno e tornare a casa. Non ci riuscirà mai; i treni se passano (senza vetri, con le assi al posto dei vetri), non permettono di trasportare quasi nulla. Lei grida, protesta; non sappiamo che ne è stato di quella donna.

Incontrerà un ragazzo di 16 anni che vuole andare ad Amburgo, imbarcarsi per l’America perché la Germania non è per i giovani. Si lasceranno davanti all’ingresso dell’albergo. Dagerman dentro troverà un letto comodo, il caldo, cibo; il ragazzo sparisce nelle vie della città bombardata.

“E non si può fare niente, maledizione”, conclude Dagerman.

Una simile opera non fu solo accolta positivamente. Alcuni accusarono Dagerman di essere troppo “umano”, comprensivo coi tedeschi sconfitti, quasi occultando la sofferenza subita dagli altri popoli. 

(Una simile accusa sarà rivolta anche a Vasilij Grossman dai sovietici: perché mettere in primo piano il massacro degli ebrei?). 

Dagerman era anarchico, aveva sposato un’esule anarchica tedesca ed era antinazista quasi in maniera naturale. 

Quando va in Germania lui esercita un’arte, e lo dichiara: l’arte di scendere in basso. 

Invece di accomodarsi su uno dei tanti piedistalli pronti all’uso, come faranno buona parte dei giornalisti spediti in Germania a “comprendere” il nazismo; lui scende appunto in basso. 

Perché non c’è un dolore di serie A, e uno di serie B. E classificarlo significa solo perpetrare una raffinata forma di vendetta.

Il nostro autunno (ovvero: perché dovresti leggere Stig Dagerman)

Perché dovresti leggere Stig Dagerman? (Questo libro o un altro, non importa). 

Credo che sia abbastanza chiaro: Dagerman scende in basso. A differenza di tanti benpensanti svedesi che criticheranno questa sua “simpatia” per la Germania (semmai era compassione per le sofferenze degli individui. Quando ci si stacca dall’umanità, si vede il mondo con lenti distorte), stravaccati sui loro divani, nel tepore delle loro casette borghesi, lui scende nelle cantine e osserva. Quello che vede, prima di ogni altra cosa, è l’essere umano che soffre. Bambino, uomo, donna, vecchio. Conosce le loro colpe, le loro responsabilità; ma il sopruso, la prevaricazione tipica di tutti i vincitori non può essere una buona medicina per curare un organismo che per anni è stato intossicato dall’ideologia nazista.

Per Dagerman questo è evidente. Tutta la sua opera (questa o un’altra), è sempre un scendere in basso, mettersi accanto alle persone. Il che non vuol dire che non giudicasse, al contrario. L’atto di scendere in basso, anzi l’arte di scendere in basso, è un chiaro giudizio nei confronti di quelli (e sono sempre la maggioranza), che se ne stanno da qualche parte in alto, comodi comodi.

Naturalmente ciascuno scrive quello che vuole e legge quello che preferisce. Tuttavia è sempre bene ricordare che lo scopo della letteratura non è intrattenere (oppure: solo intrattenere), divertire, far passare 2 ore in allegria e senza pensieri.

Semmai è ricordare a ciascuno che occorre scendere in basso. Perché è lì che siamo tutti noi, anche se ci piace pensarci molto in alto, sulla vetta. Di certo Dagerman sulla vetta non ha mai voluto salirci; l’ha vista, riconosciuta, forse ha avuto la tentazione di scalarla per lasciarsi alle spalle quell’umanità vociante e sudicia che ci assedia sempre.

Ma quella tentazione l’ha respinta.

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