All’autore indipendente serve un processo, non una strategia


 

di Marco Freccero. Pubblicato il 20 gennaio 2020.
Tempo di lettura: circa 6 minuti.

 

 

 

Questo post è nato in un modo; poi ho iniziato a rileggerlo (era praticamente terminato), e lentamente ho iniziato a cancellare questo e quello, a riscrivere certe parti, come questo incipit; finché alla fine è diventato un articolo completamente differente. Ti capita mai? Magari sì. Ma adesso bando alle chiacchiere e andiamo a parlare di quello che mi interessa.

La SEO? Una faticaccia!

Sempre più spesso ci si rende conto che essere nelle prime pagine dei risultati di ricerca non solo è una faticaccia; ma forse non è esattamente quello che tutti vogliono. Oppure, non è esattamente quello che (per esempio), io voglio.
Innanzitutto richiede tempo, risorse, studio, tanto studio. E benché tutti continuino a ripetere che “Bisogna scrivere per le persone, non per gli algoritmi di Google”: siamo sicuri di scrivere per le persone?

Soprattutto: siamo certi di scrivere per attirare le persone che desideriamo? Oppure stiamo sbagliando tanto, forse tutto, e finiamo col ritrovare, tra il nostro pubblico che legge il blog, persone che non sono per nulla adatte a noi?
Lo so che può parere una domanda peregrina. Però ritengo che sia più che opportuna: sia doverosa.

Come sai, in questo scalcagnato blog ci sono anche delle guide, che io ho redatto proprio con uno scopo preciso: farmi trovare dalle persone.
Adesso non ne scrivo più perché oltre a richiedere un sacco di tempo ed energie, alla lunga non mi interessano granché. Perché conducono a questo blog le “persone sbagliate”.
Vale a dire quelle che sono sì interessate a scoprire come usare Kindle Create; ma una volta letta la guida: Ciao, Freccero.

Se devo essere schietto, non so bene se nella prima pagina dei risultati di ricerca di Google ci sia uno qualunque dei tanti (troppi?) articoli che ho scritto in questi anni. Non ho tempo per badarci, per scoprirlo. Credo di no. 
E quando ti rendi conto che una certa guida (che hai scritto spendendoci giorni e giorni) non ottiene i risultati che speravi, maledici Google e il mondo intero. Ti chiedi che cosa hai sbagliato, cosa puoi migliorare… Ma perdi solo del tempo.

Dopo un po’ magari (magari) accade il miracolo: sei nella prima pagina di Google. Chi cerca soluzioni a quel problema, trova il tuo articolo al primo posto dei risultati di ricerca. Sommo gaudio e tripudio.
Ma quanto dura? Perché in breve la concorrenza (che ha più risorse di te, sempre), si riorganizza e il mese successivo sei già finito in terza pagina. L’euforia è già finita. Prevale la stanchezza, lo scetticismo, la delusione.

“È tutto un magna magna!”

Eccetera eccetera.
Credo invece che questo atteggiamento di rassegnazione debba essere superato; non solo perché poi ti spinge ad abbandonare la scrittura di contenuti. Ma perché ti impedisce di vedere che cosa succede. E quello che succede può essere molto buono.
Vediamo di spiegarci.

Io cerco lettori

Io cerco lettori, in modo che alcuni di essi diventino i miei lettori (vale a dire: che acquistino i miei libri). E le guide non mi portano lettori, ma probabilmente altri autori che cercano un aiuto. Sono felice che lo trovino, sia chiaro. Ma, ripeto: non sono il pubblico che cerco. Mi spingo oltre: sono il pubblico sbagliato (senza rancore, gente!).

In apparenza sto divagando, e invece nulla del genere, sul serio.
Come dicevo (ma se non l’ho detto: lo affermo adesso), le cose cambiano. Si dice sempre più spesso che occuparsi (troppo) di SEO conduce inevitabilmente a preoccuparsi (troppo) di SEO. Vero è che si dice di rilassarsi, di pensare a divertirsi: ma poi alla fine, in quanti lo fanno sul serio? Molto pochi. 

Si seguono indicazioni, si leggono libri che non hanno molto a che fare con quello che desideriamo, ma ripetiamo a noi stessi che ci sarà comunque utile (e in effetti a volte è proprio così). Di rado ci fermiamo a riflettere e ad analizzare la particolarità della nostra impresa (si è capito che sono un autore indipendente, e che vogliono agire in modo che i miei libri arrivino a un pubblico più vasto?). 

Chi racconta storie non offre soluzioni: mai. Perché i libri che offrono soluzioni, che “ti fanno stare meglio”, sono libri di pura e semplice propaganda. Sono troppo severo? Perché c’è quel tale che ha letto un certo libro, e la sua vita ha svoltato?
Avrebbe svoltato anche con una passeggiata nel bosco. Una visita in un museo.
Le storie ricordano le domande che contano. Il resto: o si tratta di chiacchiere, oppure di propaganda. E “piazzare” un prodotto come questo, così peculiare, in un mondo dove tutti ripetono in modo eccessivo: “Ecco la soluzione che stai cercando”, non è facilissimo, vero?

Ecco perché bisogna inventarsi qualche cosa di radicalmente diverso e che parta da presupposti anch’essi differenti.

E se le persone fossero a caccia di relazioni?

Le persone in realtà sono a caccia di relazioni. Di quella cosa che io, in modo ossessivo, me ne rendo conto, definisco con il termine: conversazioni. E in attesa che Google se ne renda conto (lo farà mai?) meglio badare appunto alle conversazioni.
In pratica: tutti siamo ossessionati da Google (anche se facciamo finta di nulla, e anzi affermiamo: “No, non mi preoccupo di Google), e vogliamo che i nostri articoli siano presenti sempre nelle prime 2 pagine dei risultati di ricerca. Facciamo (e faremmo?) di tutto pur di essere tra i primi; perché siamo persuasi che essere per esempio nella terza o quarta pagina sia perfettamente inutile.

Il che è esatto.
Ma essere inutile per qualcuno, forse vuol dire essere utilissimi a qualcun altro. Se non sei nei primi risultati del motore di ricerca non significa che i tuoi contenuti siano scritti male o poco interessanti (spesso sì, però). Forse hai un’altra strategia, altri scopi. 

Se io fossi un autore indipendente (come lo sono), dovrei imparare a badare sì alla qualità dei contenuti; ma soprattutto dovrei avere chiaro in mente che ho bisogno di lettori, certo. Vale a dire di quelle persone che non sono affatto interessate a capire come pubblicare con StreetLib. Ma che forse sono a caccia di storie. Prima di esse, però, vorrebbero (esatto), una conversazione; ma se sei uno sconosciuto?

Già. Se non pubblichi guide o trucchi su come vendere o come scalare le classifiche di Amazon (forse uno dei mezzi per farsi conoscere), non ti resta da fare che conquistare un lettore alla volta. E poi ripetere questa strategia ogni giorno, mese, anno. 

È ridicolo credere di poter replicare certe strategie che spesso si adattano alla perfezione per certe persone e determinati settori; ma non ad altri. Perché certe strategie attirano sì un sacco di persone; che poi ti mollano alla velocità della luce. Perché, per esempio, non si aspettano né vogliono un articolo come questo. Ma sono a caccia di qualcosa come “Vendi 1000 copie del tuo libro in un mese: la strategia definitiva”. 

Forse più che strategia bisognerebbe parlare di processo, perché la strategia richiede risorse e tempo che un autore indipendente non ha, né può avere. E questo processo bisogna quindi replicarlo senza fretta, senza badare a Seo e affini. Con tutti i rischi che questa condotta porta con sé. Ma per come la vedo io, il futuro di chi racconta storie non è essere presente nelle prime pagine dei risultati di ricerca di Google.

Ma nell’essere autorevole.

Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.

19 pensieri su “All’autore indipendente serve un processo, non una strategia

  1. certamente si cercano lettori – possibilmente forti – che acquistano i nostri libri e li leggono. Perché loro stessi possano influenzare altri lettori forti come in una catena dove un anello tira l’altro.

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  2. Forzare gli articoli per rispondere alla SEO alla lunga non solo è faticoso, ma prima o poi abbandoni perché non ci credi tu per primo. Io mi muovo recitando a soggetto, come diceva Pirandello, e sicuramente sbaglio, ma sono più contenta così.

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  3. Sono da un po’ sulla stessa lunghezza d’onda. Non serve a molto leggere consigli su consigli, passare tempo a cercare di capire cosa devo migliorare, tentare di infilarmi in varie nicchie in rete, tutto per trovare sempre la stessa situazione: una massa di scrittori come me che sgomitano per farsi notare. Anche per la SEO vale lo stesso discorso, anche se mi fa piacere imparare a gestirmi un po’ meglio rispetto al passato. Tutto può fare la differenza, ma in generale niente fa una vera differenza. Perciò ho pensato di varare una nuova politica, che denomino testé MNF: me ne frego. Ah, già, siccome sono un’autrice autopubblicata poi non mi legge nessuno. Me ne farò una ragione, nel caso.

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  4. Leggendo il tuo post ho pensato tra me “beata ignoranza” la mia ignoranza intendo, perché siccome non ho grandi capacità nel gestire Google non faccio neanche questi controlli, insomma a parte guardare ogni tanto le statistiche del mie blog, che riesco a interpretare solo in modo parziale, non faccio altro. Ogni tanto controllo le classifiche di Amazon (ma questa è una cosa facile), per il resto non mi arrovello più di tanto, anche perché non saprei fare molto di più di quello che faccio. Inoltre credo che per gli autori che arrivano al grande successo ci sia dietro uno studio e un apparato che studia Google, le inserzioni ecc, cose che io nel mio piccolo non riesco a fare. Tu comunque sei bravo e stai ampliando il tuo pubblico (soprattutto con il canale YouTube) cosa niente affatto da trascurare.

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  5. Ho cercato “come usare Kindle Create” e la tua guida è al 3° posto (è anche vero che non dà così tanti risultati).
    Quella guida non ti serve a trovare lettori per le storie, ma i lettori di quella guida potrebbero diventarlo. E questo significa tutto e niente 🙂
    Per avere lettori per le tue storie devi pubblicare, appunto, storie.

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  6. Io mi sono data un gran da fare per migliorare il mio posizionamento su Google e sui motori di ricerca (la SEO appunto) ma non essendo un’esperta credo di aver raggiunto l’obiettivo solo parzialmente . Eppure i lettori arrivano. Mistero

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  7. Questione controversa, che forse potrebbe sfociare in un post che potrei scrivere in futuro, vedremo.
    Ora posso dire che no, non si scrive per la Seo, anche perché gli algoritmi i Google sono più intelligenti dei consigli della Seo. Anche quando secondo quei consigli il mio articolo è “scritto” male e con chiavi di ricerca povere, quell’articolo viene letto e premiato da Google che lo “legge” come rispondente ad un dato bisogno dei lettori. Quindi la Seo serve anche, ma con un po’ di sale aggiunto.
    Sul pubblico sbagliato… dipende. I lettori sono lettori, non importa come arrivino, sta a noi farli restare come lettori. Anch’io ho ovviamente quelli che arrivano da me per articoli tecnici, sono diventata l’assistenza italiana al Canva (con Canva stesso che mi scrive però) e qualcuno mi ha pure scambiato per lo sviluppatore di yWriter, chiedendomi di modificare il programma! Ma alcuni restano, si iscrivono alla newsletter. Altri si convincono quando mi trovano una, due, tre volte nelle loro ricerche e a questo punto leggono di più. Ogni tanto anche un racconto.
    E per conto mio è così che la voce diventa autorevole.

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    • Mah! Non so, io credo che chi legge gli articoli tecnici se si iscrive o torna è perché crede che quegli articoli continueranno. Altrimenti, dopo un po’ non torna più. Ed è quello che è successo nel mio blog: un calo delle visualizzazioni. Credo che sia meglio così, però: forse erano troppi 😉

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