Autore indipendente: ma chi te lo fa fare?


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 16 marzo 2020.

 

 

Ogni tanto mi dico che non dovrei procedere così, con il romanzo del #progettoIOTA. Dovrei fare per esempio una scaletta ben precisa e attenermi a essa, nella scrittura del romanzo.

Invece a parte la cronologia e qualche pagina con le schede dei personaggi, non combino altro. Non pianifico un bel nulla, sul serio. Procedo; e procedendo, scopro che cosa voglio dire.

Poi però mi sorge quasi all’istante un’altra domanda: ma chi me lo fa fare? Io sono un autore indipendente, esatto: proprio per questo mi domando e dico: Chi me lo fa fare?

Già: chi me lo fa fare?

Sono impegnato abbastanza nella scrittura del primo libro del #progettoIOTA che mi prenderà parecchio tempo, da qui sino almeno al mese di ottobre/novembre, quando dovrà essere tutto pronto per l’autopubblicazione del romanzo nel mese di dicembre. Ore e ore spese a scrivere, leggere, riscrivere, correggere, cancellare, anche aggiungere: per ottenere che cosa, esattamente?

La fama?

No.

Il successo?

No.

Il denaro? 

Nemmeno.

Qualche recensione su Amazon: una dozzina, ecco. 

Sì, certo: mi inventerò qualcosa per fare in modo che magari le recensioni aumentino (ma non ci spererei troppo); così come vorrei che aumentassero i lettori di questo blog, e soprattutto i lettori delle mie storie. Ma alla fine di questo impegno, possiamo tranquillamente affermare che l’eventuale ricavo sarà di gran lunga inferiore al tempo impiegato per scrivere questa storia.

Chi me lo fa fare? Ecco: la domanda torna a farsi largo, spintonando allegramente. Aggiungiamo a questo altra carne al fuoco: perché il #progettoIOTA avrà una seconda parte (un secondo libro dunque, in uscita nel dicembre 2021). Quindi anche per il prossimo anno ho già il mio tempo occupato. E “tempo occupato” vuol dire che se c’è il sole, là fuori, io resto volentieri in casa a correggere, scrivere o riscrivere.

Lo faccio perché…

Siccome io non lo faccio per rendere migliore il mondo (a me fa orrore la letteratura che rende migliore il mondo), probabilmente c’è qualche altro motivo. 

Non posso nemmeno rispondere “Perché mi piace”: sarebbe (è) banale. È evidente anche ai paracarri che a me piace scrivere. Nessuno lo fa perché così gli viene un ascesso ai denti. 

Perché un vecchio ultracinquantenne ligure di Savona di nessuna speranza, si intestardisce a scrivere storie che leggeranno una manciata di persone?

Perché si augura che “questa volta” succeda il miracolo? Ma il miracolo non accade se non dopo un lungo e duro lavoro, e nemmeno questo garantisce qualcosa, anzi. 

Lo faccio perché…

Lo faccio perché questa storia, come le altre (sia la Trilogia delle Erbacce, che “L’ultimo dei Bezuchov”), dovevano essere raccontate, in qualche modo. Certi lavori devono essere portati a termine non perché qualcuno poi arriverà a dirti bravo, o a premiarti. È una specie di dovere. Tu forse hai del talento nel raccontare storie (oppure: hai un po’ di talento): che fai, lo lasci lì a fare niente? Sì, puoi. Non escludo affatto che si possa fare.

 

La scelta

Però tu (cioè: io) fai una scelta. Naturalmente agli inizi non hai le idee chiare, e purtroppo credi davvero che la letteratura renda il mondo migliore (fidati: la medicina e il buon cibo ci sono riusciti alla grande). Il tempo passa, leggi, leggi sempre, non ti stanchi mai di leggere.

E alla fine decidi di scrivere, e non per fare di questo pianeta qualcosa di meglio. Lo fai perché ci sono delle storie che meritano di essere raccontate: fine.

Quando ero giovane e desideravo rendere il mondo migliore con la mia scrittura (roba da pazzi…), scrivevo per avere il successo, prima o poi. Perché ovviamente il mondo si rende migliore se ci segue qualche milione di persone. Peccato che questa ideologia (perché di ideologia si tratta), non si discosti molto da quella che in altre circostanze condanniamo con tanta forza. Quella dei numeri, esatto.
Se non sono con noi, allora si tratta di una follia, e chi li segue sono solo degli idioti.
Se al contrario sono con noi: ecco che si apre un avvenire luminoso.

Adesso che sono invecchiato scrivo e basta. Certo, lo so: qualcuno potrebbe credere che è tutta una posa. Affermo queste cose: però in realtà sto forse lavorando a… 

Però scrivo una storia (questa storia del #progettoIOTA) senza preoccuparmi del pubblico. Come al solito.

Come sempre la scriverò a modo mio.

Credo di averlo già affermato in passato su questo blog. Ma lo scrittore delle isole Orcadi George Mackay Brown, due anni prima di morire rilasciò un’intervista. Affermava di non essere preoccupato di quale sarebbe stato l’impatto delle sue storie sulle persone. A lui interessava solo di aver fatto buon uso del talento che aveva ricevuto.

copertina biografia george mackay brown

Ecco, forse la risposta alla domanda del titolo: Chi me lo fa fare? È tutta qui.

Forse ho un po’ di talento e desidero usarlo, non lasciarlo seccare tristemente. Credo che molte altre cose che avrei potuto portare a termine mi avrebbero lasciato l’amaro in bocca. Quando ho deciso di investire, molti anni fa, parecchio tempo ed energie nella scrittura, sapevo che c’era un prezzo da pagare. Non è che questa scelta, come le altre che ti mettono in gioco, sia a più buon mercato, come qualcuno pensa. La scrittura è una brutta bestia e se (udite udite!) non è per te una brutta bestia, forse non stai davvero scrivendo. Ma solo passando il tempo in attesa che arrivi una nuova passione.

Pensi alla storia, ai personaggi, a cosa inceppa il meccanismo, e a cosa invece lo fa andare come si deve. Ma poi anche quello che sembra funzionare forse non funziona affatto e allora ecco che è meglio riflettere, e mettere di nuovo mano a quello che pareva girare alla grande.

Bisogna fare piccole cose, anche se queste non danno alcun autentico riscontro o successo. Magari tra qualche anno si vedrà qualcosa; oppure no. A volte restare piccoli, ai margini come le erbacce è tutto quello che ci viene richiesto. Non perché ci sia in questa condizione qualcosa di nobile.

Ma proprio perché non c’è nulla di nobile.

Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell’elenco.

20 commenti

  1. Perché no? La scrittura si può vivere proprio così: non lasciare inattivo il proprio piccolo o grande talento, e scrivere storie che vogliono essere raccontate. Non mi sembra affatto poco. Non per fare la volpe e l’uva, ma non credo che il Successo abbia un sapore straordinario come pensiamo. Puoi fare un po’ di soldi, molti se ti va benissimo, ma dentro tu rimani lo stesso, e scrivere resta facile o difficile, bello o brutto, come era prima, magari con qualche preoccupazione in più. (Capisco che ti piaccia Laxness – che adesso piace anche a me – perché nel modo di scrivere i tuoi articoli gli somigli. :))

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  2. Beato te, io penso che non pubblicherò più nulla nonostante abbia già concluso il romanzone sull’editoria. Non mi va proprio. Se non c’è un riscontro da parte del lettore, e magari anche uno stimolo ad andare avanti non c’è volontà che tenga. Si scrive per farlo, ci si impegna molto. Io pensa che mi sono rimesso a riscrivere il primo romanzo, un editing molto approfondito di una cosa già pubblicata 8 anni fa. Follia allo stato puro, direi. A chi potrà mai servire? Boh.

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      • Anche i miei riscontri ci sono. La settimana scorsca una micro recensione su Google Play Libri e un voto al VI romanzo della serie su Amazon qualche giorno fa, io ho sempre qualcosa da dire, ma il siparo lo calo prima 🙂 forse

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      • Nel senso che non lo farò? Diciamo che il romanzo sull’editoria non vedrà mai la pubblicazione. Ho valutato e deciso. Smettere di scrivere non mi riesce, ma non è detto che piano piano non smetta del tutto. A piccole dosi, anche se dicono che questo è un periodo in cui magari, invece, si dovrebbe scrivere e pure molto. Sentire te che metti giù la saracinesca senza nemmeno sapere come andranno questi due volumi di questo progetto, ti confesso, non mi piace, so che ognuno fa come crede, ma un po’ mi angoscia 🙂 . Se penso a quei bellissimi racconti che hai scritto. Non ho mai amato troppo i racconti in genere, ma i tuoi sono molto originali e alcuni davvero potenti. Magari non tirare giù la saracinesca, scrivi un racconto ogni tanto, accumulali. Poi, ovviamente, fai tu. Io non sono nessuno per dire cosa devi o non devi fare. Il racconto è il tuo territorio, ti ci muovi con maestria.

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  3. Ma infatti: chi te lo fa fare? 😀
    Tornando seri: se il prodotto è buono, non è detto che le recensioni diventino più di una dozzina. E che i lettori aumentino.
    Anche se saranno poche, mantenerle sempre positive secondo me aiuta la vendita di tutto il gruppo di ebook.

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  4. Quando dici che certe storie andavano raccontate, secondo me hai centrato il punto. E’ la sensazione che ho spesso anche io. Al di là di tutto, si scrive per questo motivo, perché nel profondo avvertiamo la pressione delle storie. A volte non è sufficiente per andare avanti, per combattere e impegnarci, ma finché c’è la spinta, è giusto seguirla. O forse più che “giusto”, bisogna dire che non si può fare a meno di farlo.

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  5. Sai Marco, a volte bisogna scrivere solo per il piacere di farlo è perché “certe storie andavano raccontate”, per esempio io ho scritto alcune storie che proprio dovevo raccontare, mi martellavano in testa finchè non le ho messe sulla carta (o sul pc). Sono proprio le storie che ci hanno fatto crescere o cambiare o, semplicemente, star meglio.

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  6. Chi te lo fa fare? Me lo sono chiesta spesso pure io (e non ho ancora pubblicato niente, pensa te!) Non è meglio se come tutti gli altri mi passo le serate su Netflix e i weekend a fare shopping sfrenato? E chi me lo fa fare, dopo 9 ore passate a lavorare su un computer per la pagnotta, passarne altre ancora a scrivere storie o post per il blog, progettare o ricercare, studiare e interrogarmi da sola, e pure stare dietro al sito, al calendario, ai social, ai commenti, eccetera?
    La dieta.
    Eh, vedi che io ho una risposta diversa dal solito “mi piace”? L’avresti mai detto?!
    Se scrivo, non vado dal frigorifero. Se non vado dal frigorifero, non mangio. Se non mangio, non ingrasso. Toh!
    Poi ogni tanto devo lasciare che pure la sedia abbia i suoi quindici minuti di pausa sindacale, e allora ci aggiungo anche una corsetta. Ma pure quando corro, io scrivo, mentalmente. Tutto torna, insomma. 😀

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