Come organizzo la scrittura del mio romanzo #progettoIOTA


sassello

 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 20 aprile 2020.

 

 

 

Certo, sto scrivendo un nuovo romanzo che per adesso vive sotto l’ingombrante etichetta di #progettoIOTA. Prima o poi svelerò anche il vero titolo, ma per questo c’è ancora tempo.

Nel frattempo forse a qualcuno potrebbe interessare come organizzo la scrittura del mio romanzo (non organizzo niente! Be’, non è proprio così, ma quasi). 

Andiamo un po’ a vedere come funziona il tutto.

Ne ho già parlato, anche se non ricordo precisamente quando e dove, ma proprio per questo ho creato una pagina apposita dove raccolgo i diversi articoli che scrivo a proposito del #progettoIOTA. Quasi di certo anche oggi ripeterò concetti che probabilmente ho già svelato in precedenza e me ne scuso. Ma mettiamola così: magari (molto magari!) su queste pagine capita qualcuno che non sa nulla di questo progetto, e per costui, o costei, sarà una novità. Giusto? Giusto!

Come tutto è iniziato

Da anni mi seguiva un’immagine: una persiana che di notte sbatteva, e il cadavere di una donna su un letto, da qualche parte nel centro storico di Savona. Ma, appunto, erano anni che ce l’avevo in testa; e non è certo l’unica immagine. Ce ne sono altre che mi appaiono, ma che per forza di cose lascio lì, nel limbo (per sempre). Era solo un’immagine come tante altre, che poteva restare nel mondo dei sogni. Lo so che sembro matto da legare, ma non ho altro modo di spiegarmi.

Qualcosa mi diceva che poteva essere l’occasione per scrivere di ben altro. No, non la solita storia di solitudine e bla bla bla che non mi interessava un fico secco. 

E se quella donna fosse stata… Tedesca? E se la storia fosse stata ambientata negli anni Ottanta? La faccenda cominciava a essere interessante, ma mancava ancora tanto; anzi tutto. 

Solo lo scorso anno, mentre completavo il romanzo “L’ultimo dei Bezuchov” le tessere del mosaico hanno iniziato ad apparire e ad andare al loro posto. Con l’ingresso di alcune figure (dei giovani che scelgono l’obiezione di coscienza al servizio militare) ho capito che forse la storia passava a un altro livello. Forse.

Passo dopo passo, lentamente

Perché non poteva certo bastare. A chi interessa, al giorno d’oggi, dell’obiezione di coscienza al servizio militare? Nulla: anche perché ormai il servizio militare è su base volontaria. Quindi non andava ancora bene, mancava sia la benzina che il motore. 

Si trattava semmai di espedienti, questi, di “ganci” da usare per attirare il lettore. Per esempio, gli obiettori, tre giovani, vivono in un appartamento che gestiscono da soli. E sono impiegati nei doposcuola della città di Savona frequentati da ragazzi in difficoltà (non solo per gli studi).

Ma pure questo a me non sembrava né sembra un argomento capace di sostenere per davvero una storia. Ci voleva qualcosa di ben diverso. Una nuova prospettiva (non so come definirla altrimenti).

Nemmeno il totalitarismo poteva essere la soluzione. 

Passo dopo passo, lentamente, ho iniziato a riflettere su alcune suggestioni che forse sarei riuscito a mettere per iscritto. 

E se…

L’incipit è scivolato fuori dalle dita (propaggini del cervello), in modo piuttosto semplice. Colui che fa da protagonista ha il medesimo nome e cognome di quello che era stato il protagonista del mio primo romanzo, verso la fine degli anni Ottanta. Siccome ho ancora i file di quelle storie, ho dovuto un po’ consultarli per ricordare certi dettagli. 

Per esempio: in piazza Maddalena, in pieno centro storico di Savona, c’era un parrucchiere (adesso c’è un bar molto frequentato. Molto frequentato prima del Coronavirus). Poco oltre, ma su via Pia, un negozio di frutta e verdura. Palazzo Santa Chiara (edificato dai Della Rovere, proprio quei Della Rovere: papa Giulio II e poi suo nipote Sisto IV. Fu rimaneggiato da Giuliano da Sangallo) allora era sede della Questura (adesso è chiuso). In fondo a via Vacciuoli c’era un macellaio (chiuso anch’esso). 

Ma questi erano dettagli, che però ho dovuto rileggere per recuperare nel modo giusto l’atmosfera di quegli anni. 

Mi mancava ancora l’asse portante. La storia infatti rischiava di essere una specie di memoriale senza sugo, che avrebbe girato a vuoto. E alla fine è arrivata l’idea. Qualcosa come:

E se i totalitarismi avessero solo peccato di fretta? Se avessero fallito soltanto perché sono stati troppo brutali, mentre gli stessi risultati si possono ottenere con calma ed educazione?

A questo punto mi sono detto: “Forse ci sono”. E ho iniziato la scrittura.

Infine la scrittura

Ha dovuto fare delle brevi schede dei personaggi (siccome ci sarà più di un libro, era indispensabile cercare di creare qualcosa di coerente). Ho scritto la cronologia degli avvenimenti (si inizia nell’agosto del 1987). 

Ho dovuto anche documentarmi un poco. Leggendo un paio di libri come per esempio “La banalità del male”; e “La banalità del bene”, perché a un certo punto si parlerà anche di quello che è accaduto in Ungheria con il partito della Croci Frecciate al governo di quel Paese.

Ma tutto questo non era ancora sufficiente, poiché in effetti la storia parla di una “cosa” scomparsa nel settembre del 1943. Il responsabile di questa scomparsa è un ufficiale tedesco di Monaco di Baviera, da civile professore di Belle Arti presso un liceo di quella città. Forse per noia, prima dell’8 settembre capita a San Bernardo in Valle (una località alle spalle di Savona), e chiede al parroco di visitare la chiesa. Forse c’è qualche opera d’arte interessante?

Da ricordare che dopo l’8 settembre il campo di concentramento di Cairo Montenotte, che ospitava croati e sloveni, passò effettivamente sotto il controllo della polizia tedesca. Qui mi sono preso la libertà di modificare un po’ la faccenda, e far credere che fosse guidato da ufficiali nazisti; il che non è così. 

Nel mese di ottobre questo campo fu sgomberato e poco meno di mille persone furono trasportate, a bordo di carri bestiame, sino a Mauthausen, e da qui in un altro campo, chiamato Gusen. Questo sgombero pareva fatto apposta: perché in questo modo ho “trasferito” l’ufficiale tedesco, e sua sorella (quella che poi sarebbe stata trovata morta nell’agosto del 1987 a Savona), in Ungheria. Con quella “cosa” con loro, certo. 

Come si vede, c’è parecchio da studiare per riuscire a costruire una storia basata su fatti autentici, ma con qualche libertà che l’autore, vale a dire il sottoscritto, si è preso.

Scrivere è cancellare

Fin qui ho un po’ spiegato come tutto è nato. Scrivo sempre alla stessa maniera; nessun “balzo in avanti”, ma un capitolo segue un altro. Non credo che riuscirei mai a scrivere capitoli finali, oppure un capitolo che sarà più avanti. Deve tutto seguire il suo ordine perché la storia si è svolta in quel modo, e io rispetto quell’ordine. Anche lo svolgimento, lo scopro mentre procedo nella stesura dei capitoli. E il senso, il significato della storia, cosa c’è dietro: tutto emerge mentre scrivo.

Devo appunto scrivere per capire che cosa sto dicendo.

Cancello parecchio; anche interi capitoli. Che però mi limito a spostare in un altro file: non si sa mai, potrebbero servirmi più avanti (anche se non ne sono sicuro). La mia sfida più grande però è una e una sola: non ammazzare l’interesse del lettore.

Quando infatti ho capito che cosa dovevo scrivere, mi sono reso conto che il rischio di uccidere l’interesse del lettore non era alto; bensì altissimo. Quindi ho tagliato parecchie parti; ho snellito quelle più importanti in modo da renderle interessanti e “commestibili”. Non so se ci sono riuscito, ma mi pare che mantenga la sua profondità. 

Ho già indicato in altre occasioni che a me adesso interessa solo scendere in profondità: quindi disoccupati, donne sole, bambini e vecchi hanno lasciato spazio a ben altro. Non è detto che ci riesca, sia chiaro; anzi magari andrò a sbattere. Ma ci voglio provare.

Una simile impresa ha anche un altro problema.

E il problema è fare in modo che sia meno pesante di quanto appaia a prima vista. 

Lo so, me ne rendo conto: il romanzo si apre con un cadavere e questo se da una parte è abbastanza “frecceriano”, dall’altro deve anche avere uno spirito che non sia eccessivamente cupo. La scrittura quindi deve anche essere sì semplice, ma persino leggera; o almeno avere degli spazi di leggerezza. Perché il rischio della seriosità è piuttosto alto, e devo combatterlo con determinazione, o saranno guai. 

Un mucchio di domande

Una simile impresa porta con sé un bel po’ di impegno; e una discreta massa di domande. Perché un romanzo anche se nasce dalla propria testa, deve per forza di cosa essere credibile. mai, nemmeno se scrivi di fantascienza, il lettore deve pensare:

“Ma che diavolo scrive, questo qui?”.

Quindi i dettagli da tenere in conto sono parecchi. Per alcuni, come ho scritto poc’anzi (faccio notare che ho appena usato “poc’anzi”), ci si documenta. Il punto però (per esempio), è cercare di rendere la “cosa” (dovrei scrivere “il coso”), credibile. 

Sì, perché c’è gente che lo cerca; ma non per il suo valore economico (molto grande). Ma per quello che rappresenta. Per quello che può scatenare. 

Perché, come dice un personaggio del mio romanzo che vedrà la luce nel dicembre 2020:

“Basta guardare quello che hanno combinato dodici ebrei della Galilea”.

E questa è una succulenta anticipazione! Chissà se ce ne saranno altre, in futuro.

Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.

17 commenti

  1. Per sapere una propria storia come viene sviluppata, di quali dettagli si arricchisce, quali sono davvero gli eventi che si susseguono e in che ordine non c’è altro sistema che mettersi a scriverla. Se anche si avesse in mente tutto (il che non è umanamente possibile) ci sono cose che cambiano, che magari non conciliano più col carattere dei personaggi che si vanno sviluppando perché questi ti dicono: “ehi, io sono qua e voglio contribuire”.
    E come dici tu, come la penso io, come la pensa King: “La storia viene fuori solo scrivendola”. Non ci sono altri sistemi.
    In bocca al lupo.

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  2. Se il mio punto di vista può contare qualcosa, trovo molto affascinante la tipologia di storia che intendi narrare. Quindi non posso che incoraggiarti a continuare, è un tipo di romanzo che mi piacerebbe leggere e che fra l’altro, mi pare di cogliere, poco italiano. Cioè che esula dai soliti stilemi che di norma i romanzi nostrani sfoggiano.
    Sulla credibilità della storia non mi farei troppi problemi, la soglia della credulità umana è molto bassa. L’elemento cardine è la coerenza.
    Mi piacciono questi articoli che denudano il processo creativo. Sarà interessante continuare a seguire l’evoluzione di questa tua creatura.

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  3. Sei come il mio insegnante di yoga, Marco: faccio le mie riflessioni, in questo caso sulla scrittura, giungo a qualche conclusione un po’ meno provvisoria del solito, ed ecco che per sincronicità arriva un tuo articolo in cui mi confermi ciò che avevo capito. Grazie! Oppure sono io che spando le mie idee per il mondo? Per il mio Ego sarebbe una manna… 😉
    Scherzi a parte, ieri stavo pensando con intensità che quello che mi interessa è andare in profondità, valicare la linea di confine entro cui mi sono mantenuta fino a oggi, che mi piace, ma non è tutto. Nelle mie storie deve esserci qualcosa di più, ma – mi dicevo – lo spessore non deve essere peso; deve arrivare con leggerezza, come… una piuma esplosiva. Ora, questo non vuol dire che riuscirò nel mio intento, ma anche formularlo con chiarezza, un intento, non è poco. Capisci adesso perché scrivi di scrittura e ti senti paragonare a un insegnante di yoga? 😉

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  4. In effetti la storia prende forma, con molta ricerca e precisione per l’ambientazione. Ma poi termina ai nostri giorni? Hai dato risposta a quella domanda? I totalitarismi sono riusciti nel loro intento, con calma ed educazione?

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  5. E’ stato molto interessante conoscere il processo che ti ha portato a creare il romanzo a partire da un’immagine, per poi lavorarci intorno. Molto curioso è poi come quella scesa ti abbia condotto a tutta una serie di sviluppi. Mi sono ritrovata in molti aspetti del processo che hai descritto, in modo particolare nel fatto che la storia emerge mentre si scrive e nel farsi domande, come se in fondo la trama fosse già da qualche parte e noi dovessimo “scoprirla”. Inutile dire che sono anche molto curiosa della storia. Se ho ben capito, sei a buon punto?

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