Il fine di tutta questa scrittura


savona torretta

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 27 aprile 2020.

 

 

 

 

Anche se in questo articolo parlerò del #progettoIOTA, in realtà l’argomento sarà qualcosa di un poco differente. Inizio a buttare giù queste righe durante la serrata del Paese, in ginocchio per il Coronavirus. Quando lo pubblicherò probabilmente la situazione dovrebbe essere meno grave (dal punto di vista sanitario; quello economico sarà tutt’altro che roseo).

Se i conti sono giusti, al momento io ho autopubblicato 8 libri; uno è stato invece pubblicato con una casa editrice digitale. Il romanzo che apparirà a dicembre 2020 sarà quindi la mia decima opera. Chissà se alla fine degli anni Ottanta, quando mi decisi a scrivere, avevo previsto così tanti libri e un così modesto riscontro. 

Fare i conti

Già, perché alla fine bisogna fare un po’ i conti. O tirare le somme. Osservare da vicino che cosa effettivamente sono riuscito a portare in cascina dopo tanto impegno. E il risultato finale è decisamente modesto. Ma perfettamente in linea con le previsioni. Quindi non lamentiamoci troppo.

Tuttavia, devo un poco confrontarmi con quel Marco Freccero che nel 1988 prese a scrivere un breve racconto, e che decise di raccontare storie. Potrei liquidarlo dicendo che è così distante, e il mondo è talmente cambiato, che sarebbe leggermente idiota rendere conto a quel me stesso così lontano. Inoltre, ci sono stati pure cinque anni di lontananza dalla scrittura e dalla lettura, perché ero stanco, deluso.

Poi sono tornato a scrivere, come si vede.

Cominciamo col modesto riscontro. Come ho già indicato precedenza, è perfettamente in linea con le previsioni dell’agenzia letteraria alla quale mi ero rivolto negli anni Novanta. Le mie storie non avevano un mercato, o se c’era era talmente piccolo che l’editore, chiunque fosse, non avrebbe mai investito su di me.
Adesso che sono pure vecchio, è evidente che le possibilità sono zero (e poi io non spedisco più alle case editrici).

Tecnicamente, sono uno scrittore fallito, secondo i canoni del successo che vanno per la maggiore. Il che non mi rende triste, depresso; anzi. Il fallimento di questi tempi va per la maggiore: basta vedere dove il nostro stile di vita ci ha condotto. 

Ma io lo pensavo, e dicevo, già negli anni Ottanta, e non ero certo il solo. C’era una minoranza di persone che studiava (o leggeva), del rapporto tra Primo Mondo e Terzo Mondo; di corsa agli armamenti (questa non è cambiata); della necessità di creare un’economia meno vorace, più attenta ai bisogni dei lavoratori del Terzo Mondo (in primis), e dell’ambiente. 

Ora, obtorto collo, siamo a un punto di svolta.

Ma torniamo al mio fallimento.
Come ho detto non mi turba affatto essere uno scrittore fallito, secondo i canoni che vanno per la maggiore (o andavano?). È il mio percorso, è quello in cui mi riconosco; e se non riscuote successo, pazienza. Quindi se incontrassi quel Marco Freccero, forse potrei dirgli che non ho tradito la promessa. Ho sbagliato parecchio, e spesso davvero tanto. Ma la promessa non è stata infranta, e questo solo importa. In fondo ciascuno di noi fa scelte e prende decisioni in base a determinate idee e scopi; cercando di restare fedele a essi. E credo di esserci riuscito. Però c’è anche dell’altro.

Il senso di questo cammino

Se rileggo quelle lontane opere; se le affianco a “Insieme nel buio”, e poi alla Trilogia delle Erbacce e a tutto il resto, dovrei anche capire il senso di questo cammino. Il suo scopo. Insomma: desidero capire se per strada si è perso qualcosa (e di certo è successo), e se questo abbia una qualche ripercussione (negativa? E se invece fosse positiva?) sulle opere che per esempio pubblicherò in futuro.

Mi sono liberato (spero) dell’ideologia che inficiava le mie prime opere (quanto mi piace usare “inficiare”). Raymond Carver, l’ho scritto un mucchio di volte, mi ha insegnato tantissimo. “Cattedrale”, la sua raccolta di racconti, è a dir poco fondamentale per me. Ho capito che non sono necessarie cose straordinarie per raccontare in modo efficace le storie. Occorre uno sguardo attento, un’osservazione precisa e amorevole. E ci puoi riuscire solo se ammazzi l’ideologia e al suo posto ci metti l’essere umano. Brutto, sporco e anche cattivo, certo.

 

raymond carver

 

A me non interessa rendere migliori, rieducare (quando sento questi verbi mi viene in mente Pol Pot e i milioni di morti della Cambogia che lui e i suoi collaboratori hanno prodotto). A me interessa raccontare storie al meglio delle mie possibilità. Fine. Celebrare il mistero dell’essere umano che le ideologie cercano, spesso con successo, di rendere “pianificabile” e quindi prevedibile. 

Ci sarò riuscito? Ai posteri che leggeranno le mie opere l’ardua sentenza (qualcosa mi dice che il loro numero sarà così esiguo che nessuno ci farà caso. Pazienza).

Potrei considerare tutto questo solo un mucchio di chiacchiere. Poche vendite. Pochi lettori. Dov’è l’evoluzione? A quale livello mi trovo, esattamente, nella mia evoluzione? Un autore indipendente se le canta e se la suona, oppure è così bravo da riuscire effettivamente a migliorarsi?

Dopo il #progettoIOTA

Come ho già anticipato, dopo il #progettoIOTA non ci sarà più nulla. Smetterò di scrivere. Purtroppo per voi il #progettoIOTA prevede che dovremo stare assieme ancora un poco di anni, quindi non c’è da allarmarsi (oppure sì, dipende dal punto di vista di chi legge queste righe). Ma di certo vedo dei segni inequivocabili di decadenza: certe letture non riesco più ad affrontarle. Faccio proprio fatica. Dieci anni fa ce l’avrei fatta a portare a termine determinati libri; adesso no. 

Ben presto (ma non così presto), smetterò di leggere nuovi libri e mi dedicherò a rileggere tutti quelli che ho già, e che sono in discreto numero. Rileggere tutto Sciascia, Silone, Remarque, Tolstoj, Dostoevskij… Sarà bello e mi accompagnerà serenamente verso l’addio. Ma questo progetto, queste letture le rimanderò a quando compirò sessant’anni (non sono poi così distanti).

Ecco perché forse devo tornare a vedere quelle storie distanti, degli anni Ottanta e Novanta, che non ho mai pubblicato e che mai pubblicherò. Per cercare di capire se in quel modo di scrivere ingenuo, primitivo e ideologico, c’era qualcosa che è andato perduto (oppure è rimasto?). Se c’era dell’energia, al di là della stupida ideologia, in grado di rendere comunque buone le mie storie. E quanto di quella energia, se c’è mai stata, è ancora viva. 

Per esempio: io credo che “Cardiologia” sia la migliore raccolta di racconti della Trilogia delle Erbacce. La prima (per chi lo ignorasse: “Non hai mai capito niente”), non è male, ma ha dei difetti, mentre “La Follia del Mondo” ha alcuni racconti decisamente dimenticabili. 

L’ultimo dei Bezuchov” per me è un punto di svolta: oltre a essere un romanzo invece di una raccolta di racconti, cerco di approfondire i temi che avevo affrontato nei miei racconti.
Ma non posso certo dimenticare “L’ultimo giro di valzer, scritto con la scrittrice Morena Fanti. Lavorare in due nella scrittura di una storia non è mica cotica.

copertina l'ultimo giro di valzer

 

Non credo che si tratti di questioni superficiali. Buona parte della mia vita l’ho trascorsa a scrivere, perciò è inevitabile che debba capire che cosa ho combinato. Può darsi che sia riuscito a cambiare (non era nelle mie intenzioni naturalmente), la vita di qualcuno. A mia insaputa dunque, perché io credo che solo la persona possa mettere mano a se stessa. Il resto è un corollario, una cornice, un alibi. Quindi se il mio scopo non era migliorare il mondo, o salvarlo, perché ho scritto?
Perché mi piaceva e mi piace osservare il mondo. Col mio sguardo. Perché se qualcuno mi domanda perché scrivo, rispondo “Perché mi piace”, mentre la domanda vera, forte, dovrebbe sempre essere: “Perché scrivi questo tipo di storie, e hai questo sguardo?”

Perché probabilmente ho un po’ di talento, ed era un peccato lasciarlo lì e non lavorarci come ho fatto. Non ho fatto nulla di rimarchevole perché dopotutto ho sempre saputo di essere pure io un’erbaccia, e che il mio posto non poteva essere che lungo i margini, o dietro le quinte. Ma è dietro le quinte che impari a conoscere per davvero la vita.

Lo so, l’articolo è un po’ lunghetto e probabilmente è il momento di arrivare alle conclusioni. O alla conclusione. 

Forse il #progettoIOTA è anche una celebrazione di quegli anni distanti, il tentativo di collegarmi a essi e di recuperare proprio quell’energia che forse, sotto traccia, innervava quelle storie molto banali. E che sta scemando, oppure è scemata e non me ne sono accorto. Oppure: siccome è scemata, cerco di tenermi in vita, di attirare l’attenzione di qualche lettore in più raccontando una storia degli anni Ottanta. Anche questo è possibile. Ma la risposta non c’è. Forse solo col tempo riuscirò a trovarla.

Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.

28 pensieri su “Il fine di tutta questa scrittura

  1. Quanti libri hanno cambiato il mondo? A me non ne viene in mente nessuno. Al massimo un libro può avere del significato per qualche lettore, non certo per tutti.
    Riguardo al fallimento, non so cosa significhi fallire per uno scrittore. In genere si usa questo termine quando uno pubblica un libro e non vende nulla o quasi e quello che vende non piace.
    Se i lettori, quei pochi ma buoni, hanno apprezzato i tuoi libri, allora non parlerei di fallimento.

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    • Qualcuno che apprezza quello che ho fatto, sì, c’è. Il fallimento lo intendo però proprio in questo: non aver conseguito riscontri davvero tangibili. Ma è proprio questa condizione (di fallimento) che io reputo un successo enorme perché mi permette di conoscere il vero volto della vita.

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  2. Post lunghetto ma ‘obtorto collo’ e ‘inficiare’ da soli valgono il biglietto. 🙂

    Certo, Cardiologia è il migliore. E questo indica che hai lavorato bene.
    Pensa se il migliore fosse stato il primo.

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  3. Caro Marco, il successo si misura teoricamente in base agli obiettivi che uno si pone. Non è detto che gli obiettivi siano posti correttamente, né che esista un modo esatto di misurare se tali obiettivi sono stati raggiunti o meno. E’ un grosso problema scientifico quello del metodo, giusto? Quindi risparmierei l’etichetta di “fallito” per altre cose; e non è detto che nemmeno io abbia ragione.
    Io percepisco dolore. Magari mi sbaglio, nel caso mi scuso. Comunque il dolore ci sta tutto. Ora devo annoiarti parlandoti un po’ di me. Dopo il secondo romanzo, ho avuto una cosa molto simile ad una crisi esistenziale: non avevo più voglia di scrivere, nessuna idea che mi convincesse – il tema che doveva dominare quella serie non mi interessa più – e, nonostante io abbia una vita che amo, il buco lasciato dalla scrittura sembrava incolmabile. Come ho risolto? Non te lo so dire. Sicuramente l’assenza della scrittura mi ha costretta ad accorgermi di altre cose. Fino a scoprire, dopo un pochino, che la scrittura non era mai andata via. Che quello che avevo fatto, indipendentemente da un seguito o non seguito, era mio e non me lo avrebbe tolto nessuno. Sono solo andata avanti e magari lungo la strada ci sarà di nuovo un momento in cui la scrittura sarà predominante.
    Io eviterei di impormi cose tipo “alla data X smetto di scrivere”, mi fanno un poco sorridere; e se alla data X+1 ti scoppia la voglia di buttare giù qualcosa? Credo tu stia cercando di controllare in qualche modo un dispiacere. Ti suggerisco di non farlo imponendoti qualcosa. Secondo me, e mi permetto di aprir bocca solo perché ci sono passata, devi un pochino arrenderti. Fai quello che hai voglia di fare, se non è scrivere ed è impastare il pane fai quello, e amen; anche se scoprire di non avere voglia è un dolore. Aspetta e vedi che succede. Io non credo che nemmeno da te la scrittura andrà mai via. Ti dico anche, non credo che questo mondo in questo momento abbia bisogno di scrittori. Di comunicatori sicuramente, di scrittori nel senso più classico del termine penso di no. Ma anche questo… e chi se ne frega? Se uno prova gioia nello scrivere dovrebbe farlo comunque. Se non c’è più gioia, ma una persona è sana e si vuole bene, le cose in qualche modo si riequilibreranno. Il mondo non aveva uno stretto bisogno dei tuoi racconti, né del mio Buck né di un sacco di altre cose che sono state scritte (per cui, qui lo dico e qui non lo nego, il presupposto del NaNoWriMo, rivisto con qualche anno in più, è una gran cagata: ciò non vuol dire che non possa essere divertente partecipare). Non significa che siamo noi, che non abbiamo senso. Noi siamo tanto più che la semplice scrittura per se stessa. Mi sono persuasa poi, nel tempo, che la scrittura è un mezzo e non un fine; ma questa sono io, non è detto sia tu. Mentre ti scrivo sto progettando il terzo romanzo, ho “visto” una scena forte che vorrei raccontare, ma non ho una trama. La cosa comunque mi piace. Lo scriverò? Boh! Ho un sacco di altre cose da fare. Tu abbi pazienza e non metterti paletti inutili in giro. Abbi cura di te. Fai quello che ti va di fare. Quando leggo le tue cose mi viene spesso da scriverti, non lo faccio perché accade spesso alla sera prima di dormire, e ti voglio bene ma non abbastanza per alzarmi e venire a scriverti XDDDD A parte questo…Noi siamo qui (io, perlomeno)

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    • Grazie! 😃
      Comunque il mio fallimento è un grande successo. Non avrei visto né riconosciuto il volto brutto della vita, e questo è preziosissimo. Ti regala una grande serenità, una pace profonda non far parte di quel circo scalcagnato e rumoroso che ha prodotto e produrrà ancora grandi danni in avvenire.
      Dopo il #progettoIOTA non credo che avrò la forza o la voglia di dire altro perché sarò svuotato. Non mi piace ripetere le stesse storie, e sento che questa che scrivo sarà qualcosa di differente dalle altre (almeno me lo auguro), ma anche qualcosa che metterà la parola “Fine” a tutto il mio scrivere. È anche un modo per essere responsabili. Se le parole sono preziose, e lo sono, a un certo punto si deve preferire il silenzio.
      Comunque anche io sono sempre qua. Il blog probabilmente non lo chiuderò mai. 😀

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  4. A me da autrice, con un percorso diverso dal tuo ma per certi versi sovrapponibile, siamo circa coetanei e abbiamo pubblicato anche qui circa lo stesso numero di libri, interessa una cosa molto semplice: intrattenere in maniera intelligente. Di sti tempi poi, sapere che qualcuno sul divano ha trascorso qualche ora con una mia storia, buttando la testa, almeno quella, fuori dal dramma contingente, be’ mi ha fatto un gran piacere e questo è avvenuto. Non sono né diventerò mai famosa, metterci una pietra sopra è stato uno dei momenti più belli e importanti del mio percorso.
    C’è un tono molto malinconico in questo post, che è un po’ triste, come qui “Sarà bello e mi accompagnerà serenamente verso l’addio” ma in fondo ricco di consapevolezza che manca a molti.
    Anche io sono stata dietro le quinte, ma è stato grandioso lo stesso..

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  5. una sorta di esame di coscienza e prendere atto di questo. Tu hai cominciato presto e hai migliorato la tua scrittura. Io invece tardi e margini non ce ne sono. Prendiamo per buono quello che abbiamo prodotto.

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  6. Il mio pomeriggio, dopo la lettura di questo post, è diventato malinconico. Davvero smetterai di scrivere? E di leggere cose nuove? Si arriva a un’età in cui si ragiona in termini di fallimento di qualcosa?
    È strano, ma sento di capirti alla perfezione.

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  7. Cacchio, m’era sfuggita la frase drammatica! 😀
    Smetterò di scrivere… mi pare esagerato. Tu parli di pochi riscontri. Ok, ma hai analizzato il perché di quei pochi riscontri?
    Hai pubblicato almeno 3 antologie di racconti: credo che vendano comunque meno dei romanzi. Poi ci sono 2 libri sulla scrittura, che trovano spazio soltanto fra chi scrive. Ti torna?
    Poi vedo un breve saggio sul blogging: la nicchia della nicchia.
    Quindi un romanzo e un altro scritto a 4 mani.
    Di fatto, allora, io parlerei di 2 romanzi pubblicati finora. E trascorso almeno un anno dall’ultimo pubblicato, farei un’analisi dei risultati.
    Al posto tuo farei anche una prova con una casa editrice, ma non di quelle piccole: se sei sicuro della tua scrittura e del valore di un tuo romanzo, proponilo.
    Sono sempre convinto che l’autopubblicazione non potrà dare il consenso che si ottiene con una casa editrice medio-grande.

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    • Di questi tempi provare con una casa editrice credo che sia una follia. Quelle che non chiuderanno, preferiranno rivolgersi a chi ha 400.000 followers su YouTube.
      Comunque io sono sereno. Sono arrivato dove dovevo arrivare (non dove volevo). Ma spesso la propria volontà sbaglia, rincorre illusioni pericolose.

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  8. Non essere pessimista Marco, io ho apprezzato tutti i tuoi libri (caspita li ho letti tutti), quindi non credo si possa parlare di fallimento, se i tuoi lettori hanno apprezzato (e non sono mica l’unica tua lettrice). I tuoi libri sono di nicchia, impegnati, ma se avessi scritto qualcosa di diverso probabilmente avresti tradito il tuo vero essere, invece i tuoi racconti e romanzi hanno un’impronta inconfondibile, lo stile “frecceriano”

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    • Non sono pessimista. Sono realista 😀
      Ah! Lo stile frecceriano! Ma allora esiste?
      Comunque, non sono deluso del fallimento. Come ho già indicato in altre risposte, è grazie al fallimento che puoi capire il vero volto della vita. Quello senza trucchi. Quindi: viva il fallimento 😃

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  9. Ciao Marco, ti seguo da un po’ e fin da subito devo dire di aver colto le tracce di questo tuo sconforto, a mio modo di vedere, fisiologico, quasi salutare. Per questo sono ancora qua. Sembra una Fine, a tutti gli effetti. magnifico! ogni Fine che si rispetti è preludio di un nuovo inizio. Leggo di progetti, bilanci, imprevisti, delusioni: tutto molto costruttivo, direi. Vedo inoltre che affronti la cosa con giusto piglio autocritico, ora si tratta di capire se davvero hai inquadrato i veri problemi, se davvero saprai porre l’accento sui punti giusti e disporre del necessario temperamento per ri-cominciare, o forse solamente proseguire qualcosa lasciato in sospeso. Ti scrissi qualche tempo fa per complimentarmi, pur non condividendo quasi nulla delle tue analisi.
    Mi piacerebbe poter affrontare un confronto schietto , partendo da qui, cioè, da tutto ciò che, rispetto a quanto hai già elaborato, mi è parso simpaticamente ingenuo, come quella troppa accondiscendenza verso gli editori, la casta, che ritieni in fondo ‘onesti imprenditori’ con tante famiglie da mantenere. E qui, sempre se ho ben inteso, vi è la prima tua ingenuità.

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    • Mah! Dici ingenuità? Può darsi, ma la casa editrice è un’impresa e deve far quadrare il bilancio, Poi, certo: contano molto le amicizie, le conoscenze, eccetera eccetera. Non sono accondiscendente, o almeno non molto. Loro svolgono un lavoro, io un altro e non mi interessa farne parte perché non posso proprio farne parte. Siamo, io credo, due pianeti ormai troppo distanti. Con l’autopubblicazione ho una libertà che con essi non avrei. Ma “essi” sono indispensabili e lo saranno sempre, con tutti i loro limiti e difetti e storture (che mantengono e alimentano).

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  10. La casa editrice è il tuo vero nemico! Quadrare il bilancio non è una parola cara all’arte, ed io voglio considerarti un creativo anzitutto. In un libero mercato reale, (non fittizio, non tossico, come quello attuale) l’impresa che ‘deve far quadrare il bilancio’ è il cancro. L’impresa deve venire incontro al gusto dei lettori, vendere e salvarsi, o perire e lasciare il posto a chi è più capace.

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  11. Una volta ottenute le vendite, può (e dovrebbe) dedicarsi all’emancipazione, promuovere cultura, senza mai tradire la libertà d’espressione. Quale impresa può vantare – oggigiorno – queste caratteristiche? Facciamo nomi.
    “non sono accondiscendente, almeno non molto” – è bellissimo!
    Qui mi sembra siamo di fronte alla Sindrome di Stoccolma, o al meglio l’agnello che magnifica il lupo, quasi lo capisce. Quelli là (benché abbia ricevuto molto da loro) sono i carcerieri del talento.
    Il problema è nel criterio di selezione di un’opera. Quello che spesso, fra le righe, tu hai peraltro ben definito

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    • Nessuna sindrome di Stoccolma. Io con loro non ho rapporti, né li cerco, ovviamente.
      Qualche nome? Lindau, Adelphi, Minimum Fax, ma attenzione: la libertà di espressione col piatto vuoto non porta lontano. Il piatto deve contenere qualcosa. L’idea aulica che la casa editrice debba occuparsi delle vendite quasi come una costrizione, mentre “ben altro” sarebbe il suo compito, mi lascia molto indifferente.
      Prima l’economia (il buon governo della casa); poi il resto. Altrimenti abbiamo solo una democratica miseria.

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      • “il buon governo della casa”.
        Librerie allo stremo, vendite scarse, promozioni che frullano i nomi dei soliti quattro autori di grido, a fronte di una proposta che sfiora i sessantamila titoli all’anno (dati messi in piazza dal piagnisteo degli editori, quelli che, piuttosto che fare autocritica, denunciano le colpe di un popolo di ignoranti, quali saremmo noialtri). I numeri del fallimento sono sotto gli occhi di tutti e la responsabilità – naturalmente – sarebbe della scarsa attitudine alla lettura degli italiani, additati come insaziabili consumatori di ricettari o biografie di veline e pallonari. E questo sarebbe il buon governo della casa?
        Una casa editrice non è una banca!
        Il Mercato editoriale, e dell’arte vivono contraddizioni molto simili, seguono modelli e strategie volte a drogare il mercato, (non a promuovere arte e cultura) che poi significa garantire gli investimenti a discapito della qualità (inutile far finta di ignorarlo).
        L’artista/ scrittore si genuflette ai temi dettati dalle agende di partito, invece che imbracciare il fucile, prepararsi allo scontro. Per promuovere un vento nuovo bisogna uscire dall’isolamento, dall’educazione, dagli schemi , bisogna unirsi e proporre qualcosa di nuovo, dimenticando il noto adagio di comodo: ‘se sei bravo prima o poi sfondi’. Da solo non sfondi un bel nulla! Arrivi dove ti fanno arrivare! Cantava Vecchioni: ‘se arrivo vuol dire che serve a qualcuno’.
        Gli impressionisti si autofinanziavano, solidarizzavano fra loro, snobbavano i saloni dell’accademia artistica, offrivano insomma un’ alternativa, mica si allineavano silenziosi. Il Cubismo anticipava i temi della rivoluzione quantistica, i dadaisti offendevano la morale per denunciare le politiche del buon bilancio e il fariseismo della buona educazione. Non è che Andrè Breton si chiudeva in casa e scriveva versi per pochi amici e nemmeno Picasso passava il tempo a imbrattare tele in attesa che gli cascasse in testa la benedizione. Costoro, si ribellavano, si dimenavano e si mettevano in gioco, nella sola maniera possibile, nel rifiuto dei percorsi prefigurati dall’autorità .
        Vi è un’attività spasmodica dietro l’affermazione di ogni cambiamento, una volontà di distruggere che forse i benpensanti hanno dimenticato, ma che – per determinazione biologica – non è possibile in alcun modo eludere.
        Per far avanzare il nuovo, bisogna far fuori il vecchio.

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  12. Sicuramente il successo contiene un inganno di fondo, perché non può mantenere le promesse. Non è abbastanza importante per farlo. In questo senso le difficoltà sono preziose, perché ti fanno vedere oltre l’inganno. “Uno sguardo attento, un’osservazione precisa e amorevole”… è davvero quello che trovo nelle tue storie, quindi sì, credo proprio che tu sia uno scrittore di successo, anche senza cifre da capogiro.

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  13. Marco, mi fermo due minuti (avevo uno Yoga Challenge, pensa come sto messa io…) e tu cominci a cianciare di fine, di mollare la scrittura, di fallimento, di insuccesso, di decadenza della lettura, di mancanza di energia?! Oè, le stai prendendo le vitamine? Sali minerali vari? Omega 3 per lo stress? Sai che la bella stagione gioca brutti scherzi, mò ci hanno pure chiuso in casa, scarseggia anche la vitamina D.
    Intanto il fallimento non esiste né per uno scrittore né per un blogger. Esiste la scrittura ed esistono i lettori, tanti o pochi non importa, finché ce n’è solo uno (e non è un congiunto XD ) va ancora tutto a meraviglia. Ma anche questo è altamente opinabile perché stai scrivendo prima di tutto per te stesso, per andare oltre i tuoi limiti, per evolvere, per migliorare, per sentirti soddisfatto. Quanti possono dire di aver raggiunto uno stile riconosciuto dal cognome? Non siamo in pochi a riferirci ai tuoi racconti come “frecceriani”, perché hanno un’impronta che può essere solo tua (e no, l’ho letto Carver, ho letto “Cattedrale” e non ci ho trovato granché, suvvia). Se poi è un problema di colla, parliamone. I tuoi racconti finora hanno della colla solidissima, che la Millechiodi gli fa bao. E non credo sia una questione di età, Camilleri ha scritto fino all’ultimo giorno ed è vissuto ben a lungo. Dai su, pigliati ste vitamine e mettete a scrivere! Basta scuse! 😉

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