Tolstoj a Sebastopoli. Perché è un libro importante?


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato su YouTube il 28 maggio 2020. Ripubblicato su questo blog nel medesimo giorno.

 

 

Oggi parliamo di un libro di Lev Tolstoj. Non uno dei classici “corposi” grazie ai quali è diventato uno degli autori più celebri al mondo.
Ma un piccolo libro.

Buona visione e buona lettura.

 

 

Il conte Lev Tolstoj nel 1854 chiede e ottiene di essere trasferito in Crimea, per combattere a Sebastopoli. Da quell’esperienza nasceranno i tre racconti che troviamo nel libro intitolato: “Racconti di Sebastopoli”. Io ho l’edizione digitale di Garzanti. L’introduzione è di Serena Vitale, la prefazione di Fausto Malcovati mentre la traduzione e le note sono a cura di Vittorio Tomelleri.

Questo libro ci è di aiuto per comprendere Tolstoj, la sua visione delle cose, della vita. Anche la sua scrittura. Perché ci mostra che quest’uomo è già alla ricerca della verità; ha già fatto la sua scelta, insomma.

Lui va al fronte, ma non ci va per celebrare la bella guerra, l’eroismo dei soldati, il coraggio degli ufficiali, il loro genio tattico, la loro capacità di guidare e motivare le truppe sino alla vittoria. Niente del genere.

Siccome lui bada alla verità, parla dei fatti, di quello che vede. E sino a quel momento nessuno in Russia aveva mai osato così tanto.  Amputazioni, corpi sventrati, morti, tanti morti. Ufficiali pieni di superbia, di boria, che considerano i soldati solo carne da macello da amministrare con la giusta perizia (perché la guerra si deve vincere, e se si resta senza soldati la si perde).

Qui è già ben presente un elemento che ritroveremo in tutto il resto dell’opera di Tolstoj: il suo affetto per il popolo russo. Lui detesta gli ufficiali, ma resta colpito dal coraggio del soldato russo. Che fa il suo dovere senza pretendere in cambio nulla, perché così si fa, e sfugge anche agli encomi, alle celebrazioni.

Tolstoj crede che la Russia viva solo grazie a queste figure di nessuna importanza, senza nome, che ogni giorno fanno il loro dovere nel silenzio e senza gloria.    Lo scrittore russo quando scrive questi 3 racconti ha già deciso come scrivere (o meglio: come NON scrivere). Lui guarda i fatti, e li riporta.

Non gli interessa altro che la verità, e della retorica non sa proprio che farsene. La tensione, il coraggio, l’odore della polvere da sparo, lo scontro con la baionetta: erano elementi che affascinavano le persone (non i soldati semplici). Tolstoj sembra già immune da questo fascino.

Osserva, e in quello che vede, che infine riporta nel suo libro, non trova alcuna retorica ma solo dolore. La verità per lui è un’urgenza quasi “fisica”. I fatti sono il mezzo che essa predilige per manifestarsi, ma certi uomini (gli ufficiali, la propaganda in questo caso; più avanti la Chiesa ortodossa), sostituiscono i semplici fatti con la retorica, cioè con la menzogna.

Buona parte della sua opera letteraria sarà una battaglia per cercare di smascherare la menzogna per lui più grande: la vita. In una specie di furore che alla fine lo condurrà a fronteggiare anche la morte, per indagare questo mistero con la parola. E così riaffermare ancora una volta, forse quella definitiva (almeno per lui), che la vita è appunto menzogna, e che la morte è l’unico elemento che ci libera da questa schiavitù che ci tiene assoggettati ad appetiti, convenzioni, usi e costumi, apparenze, ipocrisie…

Forse leggere “I racconti di Sebastopoli” è importante proprio perché permette di avvicinarsi a lui, al suo stile di scrittura, senza però passare attraverso i grandi (e sublimi) romanzi.

Alla prossima e: Non per la gloria, ma per il pane.

11 commenti

  1. No, leggere non può essere una questione di peso, un tanto al chilo.
    Se (perché dico Se? No, diciamo Quando) leggerò Tolstoj sarà sicuramente partendo da uno dei suoi celebri. E conoscendomi direi che sarà Anna Karenina. 🙂

    "Mi piace"

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