Anime baltiche e cosa scegliamo per davvero a un incrocio


corso d'acqua sassello

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 15 giugno 2020.

 

 

 

 

Qualche tempo fa ho letto un libro dello scrittore olandese Jan Brokken. Si intitola “Anime baltiche” ed è pubblicato dalla casa editrice Iperborea. Poi mi dilungherò; per intanto vi dico: leggetelo.

Due Europe

Si tratta di un’opera che affronta, attraverso celebri personaggi delle Repubbliche baltiche (ma anche perfetti sconosciuti), le vicende di quelle terre così poco conosciute.

Si sa. Per noi l’Europa finisce a Trieste, e tutto quello che si srotola al di là potrebbe agevolmente essere definito con la comoda etichetta “Hic Sunt Leones”. Una divisione che gli storici conosce bene perché a gettarne le base fu… Carlo Magno, e non solo lui, si capisce. A Bisanzio si parlava il greco e disprezzavano gli occidentali, incivili e ignoranti perché si affidavano ai barbari (i Franchi di Carlo Magno, appunto) chiamando “Imperatore” uno zotico come il re dei Franchi. Sì, la frattura tra Est Europa, e l’Ovest, risale ad allora e il tempo non ha fatto altro che aumentare il divario. 

E ci vorranno secoli prima che si torni a essere davvero un continente solo. 

Parliamo di Lettonia, Lituania ed Estonia, e pure della Curlandia, ora parte della Lettonia. Pochi sanno che nel Seicento La Curlandia divenne una piccola potenza europea con ben due colonie: l’isola di Tobago e Fort Jacob in Gambia. Dai suoi cantieri navali uscirono 150 vascelli, e sessantuno di questi erano da guerra. Se si va a vedere la porzione di terra che adesso la Curlandia occupa, si resta sbalorditi per quello che riuscirono a realizzare.

Non è esattamente di questo che voglio scrivere, però.

Chi conosce le Repubbliche baltiche?

Ma un po’ sì. Nelle Repubbliche baltiche nacquero Hannah Arendt; Sergei Eizenstein (detestò suo padre; eppure doveva essere una brava persona, secondo le testimonianze di molti. Nei film di Sergei c’è sempre un personaggio che lo raffigura: è il borghese grosso e ottuso, tipico nemico della rivoluzione. E infatti combatterono proprio l’uno contro l’altro, senza saperlo, dopo lo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre). 

Loreta Asanaviciute, di Vilnius, Lituania. Finisce sotto i cingoli di un carro armato spedito lì, assieme ad altri, da Gorbaciov per fermare la rivolta di quei Paesi contro il tallone russo. Ma nel 1991 c’era la Prima Guerra del Golfo, e nessuno ci badò molto. 

Il celebre scrittore Romain Gary si chiamava in realtà Roman Kacev, ed era di Vilnius. E altri ancora. Una lettura da fare, insomma.

Ma c’è un episodio, minuscolo, tra i tanti spesso terribili che Jan Brokken racconta, che mi è rimasto impresso; e in quelle terre ne sono successe, di cose terribili. 

Parla di 3 uomini a cavallo.

“Partimmo in piena notte, eravamo tre uomini a cavallo. Uno era Vladimir. A un certo punto io svoltai a sinistra, gli altri due a destra”.

Fine della storia, aggiunge Jan Brokken. Chi ha voltato a sinistra è sopravvissuto. Degli altri due non si è mai trovato nemmeno il cadavere. 

All’incrocio

La nostra vita è fatta di scelte “libere”; o almeno ci piace credere così. Che non ci sia altro che la libertà a farci andare a destra invece che a sinistra. E in fondo che cosa c’è di più libero che arrivare a un incrocio, e decidere se svoltare da una parte, oppure dall’altra?

Naturalmente si tratta sempre di una scelta monca. Svoltiamo a destra perché non sappiamo quello che ci attende. Probabilmente buona parte delle nostre decisioni non sono dettate dalla libertà; ma dalla mancanza delle giuste informazioni. Perché se le avessero avute, quei due uomini avrebbero svoltato a sinistra. Non avrebbero trovato un plotone di esecuzione, e una fossa da qualche parte, girando a destra.

Non è un articolo sul libero arbitrio, bensì su un libro, “Anime baltiche”, appunto. Ma la lettura di questo libro ricorda anche che chi raconta storie, come il sottoscritto, compie sempre delle scelte. Certo, non così pericolose perché alla fine nessuno finisce a fare da concime in un bosco. (Be’, quasi).

Ma quando ci viene un’idea (nel mio caso: quando compare un’immagine), e poi la seguiamo quasi certamente compiamo una scelta; o ci piace pensarlo. I nostri personaggi compiono delle scelte (anche qui: lo crediamo); svoltano a destra o a sinistra, e chissà cosa ottengono. Non lo sappiamo; dobbiamo scrivere per scoprirlo.

Scelte libere?

Bene. 

Ma a ben vedere le scelte “libere” sono sempre inficiate da qualcosa che non le rende per nulla libere. (Faccio notare l’uso del verbo “inficiare”. Mica cotica). I tre uomini partono di notte, a cavallo, perché c’è la guerra. Altrimenti se ne sarebbero rimasti a casa. La loro decisione è tutt’altro che libera, dunque. E lo stesso vale per i personaggi di una storia. Noi li troviamo in un preciso momento della loro vita; ma “quel” momento è particolare perché subiscono qualcosa. La perdita del lavoro, il marito che ti molla, e chissà cos’altro. Poi scelgono come procedere, si capisce. Partono di notte (sono costretti) e arrivano all’incrocio: destra o sinistra? No: auguri.

E infine veniamo alle nostre scelte, come autori. Perché siamo (quasi) persuasi che la storia si sviluppi da sé. Ma un autore non è un notaio, quindi direi tranquillamente che si tratta di una sciocchezza. L’autore è influenzato dalle letture che fa, e le letture che fa sono influenzate quasi sempre da come si vede il mondo. Si legge Dostoevskij o Balzac perché la si pensa come loro, e si cercano delle conferme alle proprie idee. E quando troviamo esposto in modo chiaro il nostro pensiero (che giaceva contorto nella nostra mente confusa), allora quell’autore diventa il nostro preferito.

Fine.

Contrabbando di idee

Eppure non ne sono convinto. Scriviamo per contrabbandare le nostre idee, sempre. Se siamo autori bravi, o semplicemente abili, forse riusciamo a mettere nella giusta luce anche i personaggi che NON la pensano come noi. Fedor ci riusciva. Balzac anche. Per tutta la vita cercò di entrare a far parte della nobiltà francese, indebitandosi allegramente. Eppure nei suoi libri i nobili ne escono male; scodinzolano allo spirito del tempo, che dice che conta solo il denaro. Il resto, come per esempio l’onore, è per gli stupidi. Come il colonnello Chabert.

Eccoci alla conclusione di questo articolo. E che cosa ci insegna? Che un episodio di poche righe, scovato in un libro, ti può condurre molto lontano.

7 pensieri su “Anime baltiche e cosa scegliamo per davvero a un incrocio

  1. E’ uno dei più grandi piaceri farsi condurre dalla lettura in luoghi nuovi, a volte incredibili, se pensi al punto di partenza. Per parodiare Bilbo, bisogna scegliere bene le pagine su cui si posa lo sguardo, sennò chissà dove si va a finire. 🙂

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  2. Che differenza può fare una corda? Una corda nuova è ancora elastica, solo il suo uso la porta a diventare una corda su cui poter davvero far affidamento, ecco perché un boia professionista porta(va) sempre con sé le sue corde ben allenate. Tu pensa per un impiccato che differenza può fare una corda, se è una corda nuova, e ti lascia qualche minuto in più di respiro, giusto il tempo perché arrivi qualcuno a testimoniare che tu sei lì per errore. Non avevo mai pensato al valore della corda, così come forse tu non avevi mai pensato agli incroci. E mentre tu leggi dei Balcani, io sono alle prime rappresaglie di quella che poi diventerà la grande guerra d’indipendenza americana. Che nei libri di Storia scolastici è ridotta ad un trafiletto, mentre leggerne una ricostruzione, seppur romanzata, è ben altra cosa. Credo guarderò con molto più rispetto alle corde.

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    • Acc, questi correttori 😉
      Comunque nei libri di storia statunitensi dubito che si parli di quello che è successo nel Novecento in Europa, a parte il solito “E poi arrivammo noi con VII Cavalleggeri e vincemmo la Seconda Guerra Mondiale”. Ognuno celebra la sua storia.

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