Ebbene sì: ho letto “Le mie prigioni”!


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato su YouTube il 18 giugno 2020. Ripubblicato su questo blog nel medesimo giorno.

 

 

Oggi andiamo alla riscoperta di un’opera italiana dell’Ottocento. Che non viene mai considerata, e sono in pochi a leggerla.
Peccato perché è molto interessante…

 

 

Fu un best-seller non solo in Italia, che tecnicamente non esisteva ancora; ma anche in tutta Europa.

Oggi parliamo de “Le mie Prigioni” di Silvio Pellico.
E io so già che cosa stai pensando.

“Ma come? Silvio Pellico? La fortezza dello Spielberg? Il Risorgimento e tutta quella roba lì?”.

Sì, tutta quella roba lì; ed è dannatamente interessante.

Come detto, si tratta di un’opera che ebbe un successo stratosferico in tutta Europa; ma fu anche vittima di un malinteso che dura anche ai nostri giorni. Se noi apriamo questo libro e leggiamo le prima righe, troviamo Pellico che sgombra il terreno da qualunque dubbio. Non è un’opera politica; al contrario. È un’opera religiosa.

Pellico aveva avuto un’educazione cristiana come tutti a quell’epoca, e poi se ne era allontanato abbracciando le idee liberali e illuministiche che andavano per la maggiore. Poi, la catastrofe: l’arresto, l’interrogatorio, il trasfermimento nella prigione dei Piombi a Venezia e poi, appunto, allo Spielberg. Carcere duro. E si riavvicina alla fede cristiana.

Sotto certi aspetti quindi abbiamo lo stesso percorso di Fedor Dostoevskij; anche lui viene arrestato, addirittura condannato a morte e per questo finisce davanti al plotone di esecuzione. Graziato dallo zar, viene spedito in Siberia. E pure lui si riavvicina alla fede cristiana, quella ortodossa.

Ma allora: se “Le mie prigioni” è un’opera dichiaratamente religiosa, perché viene considerata politica? Proprio perché è un’opera religiosa! Adesso provo a spiegare.

Silvio Pellico affronta la catastrofe dell’arresto e della prigionia senza mai scagliarsi contro il governo austriaco o gli austriaci. Mai. Non c’è una sola parola di odio o di risentimento. Verso il carceriere dello Spielberg non ha mai un sentimento di vendetta. Affronta i lunghi anni di carcere duro (10 anni) senza mai lasciarsi andare all’odio.

La disperazione è ben presente, anche perché la malattia lo assale più volte. Avere un medico non è semplicissimo. Anche la richiesta da parte del medico di migliorare la dieta di Silvio Pellico per aiutarlo nella guarigione, è tutt’altro che accolta velocemente. Ma il suo atteggiamento verso i carcerieri è sempre rispettoso. Forse è qui la forza di questa opera. Silvio Pellico in tutti quegli anni di prigionia non ha mai rivestito gli austriaci della comoda veste di nemico.

Non si è mai rifugiato nell’ideologia per odiare o disprezzare gli austriaci. Li guarda, li osserva senza mai giudicare. Li vede come uomini, esattamente come lo è lui, e non importa se essi lo considerano un italiano, quindi un nemico che attentava alla sicurezza dell’impero austro-ungarico.

Qualcuno ha osservato che “Le mie prigioni” ha avuto successo perché in primo piano Pellico pone non la politica, oppure l’ideologia. Bensì indica quale deve essere l’atteggiamento da avere quando si decide comunque di combattere una battaglia giusta, come quella per l’indipendenza dell’Italia dall’Austria.

Vale a dire stare distanti dalle ideologie che cancellano gli esseri umani per sostituirli con “idee” che hanno un grande vantaggio. Le idee possono essere schiacciate, “sparate”, uccise insomma, nell’illusione che non fai nulla di male, perché sono appunto delle idee. In realtà si tratta sempre di persone, di esseri umani.
Pellico probabilmente torna al cristianesimo perché lo considera il mezzo migliore per sfuggire alla tentazione dell’ideologia. Che vede lì, a portata di mano. Lui si batte per l’Italia, contro l’Austria e per questo viene arrestato, interrogato, imprigionato per anni.

Ma un po’ come Dostoevskij, comprende che la soluzione non è abbracciare l’ideologia per cancellare l’umanità degli austriaci. Bensì puntare l’attenzione proprio su di essa, e scovarla sempre, sottolinearla sempre. Celebrarla sempre. Un po’ come farà molti anni dopo, in un posto lontano lontano dall’Italia, un uomo chiamato: Gandhi.

Alla prossima e: Non per la gloria, ma per il pane!

15 commenti

  1. Ho letto questo romanzo qualche anno fa, probabilmente più di 10 anni fa. Sorprese anche me il tono e l’ho apprezzato moltissimo. Per quel che mi ricordo non so sottolineato – mentalmente intendo – molto l’aspetto del cristianesimo, quanto l’umanità, la bontà (che non è mai ingenuità) e il senso di giustizia che traspira da tutte le pagine. Una lettura interessante anche da un punto di vista storico, ma soprattutto una sorta di “cura per l’anima”: leggere come Silvio Pellico sia riuscito ad affrontare tante terribili difficoltà senza perdere la sua umanità e dignità è un grande messaggio. Soprattutto sapendo che è vita vera, non un romanzo.
    Lo consiglierei vivamente a tutti.

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  2. Sai che ne aveva parlato poco tempo fa anche Paolo Mieli in “Passato e Presente”? C’era un professore che aveva parlato proprio di questi aspetti che menzioni: che si tratta di un’opera edificante, che l’autore non giudica nessuno e anche spiegava tutta la popolarità dell’opera al punto che venne copiata e plagiata. E poi anche lo stile estremamente semplice contribuì a decretarne il successo.

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  3. È davvero molto interessante, anch’io credevo che questo libro fosse di carattere politico, la fede cattolica deve essere stata per Silvio Pellico la roccia a cui aggrapparsi in quegli anni duri di prigione.

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  4. Questa volta ho letto il titolo e ho pensato: ah no, questa volta Marco non ce la fa, con il Risorgimento non voglio averci niente a che fare. Invece sei riuscito a farmi venire voglia di leggere questo libro, mannaggia… C’è da dire che continuo ad aggiungere i tuoi libri a quelli della mia lista, perciò con il passo di lumaca che mi ritrovo ci metterò due vite a leggerli tutti 😉

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  5. Non ho letto questo libro, non perché lo creda politico (e se mi dici che è un’opera religiosa, potrebbe essere peggio per i miei gusti 😛 ). Ma fatico a leggere le testimonianze della vita da prigioniero, ancora più in un carcere duro. Mi manca l’aria, tra le pagine. Ricordo che è stato difficile leggere la parte del romanzo di Un uomo, dove Oriana Fallaci racconta (e non direttamente) la prigionia di Alekos Panagulis a Boiati, in una cella di 2 metri per 3 costruita apposta per lui, e come abbia rasentato la pazzia. E io leggo per lo più per rilassarmi… 🙂

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