La bizzarra nascita di un autore. Che poi diventerà indipendente


 

di Marco Freccero. Pubblicato il 29 giugno 2020.

 

 

 

Come nasce un autore indipendente? 

Perché un autore a un certo punto decide di essere “indipendente”? 

Come si può immaginare, rispondere a queste domande non è facilissimo e richiede un po’ di tempo. Anche perché si tratta di un processo nato molto tempo fa.

In un periodo dove non c’era la Rete, né Amazon e neppure i blog o le reti sociali; un tempo che pare remotissimo eppure si trattava di una trentina di anni fa. 

A quei tempi

A quei tempi (eh sì: devo proprio scrivere “A quei tempi”, come se stessi per iniziare a raccontare una favola), c’era ancora il muro di Berlino e la Cortina di ferro. C’erano un mucchio di altre cose che poi sono scomparse, o si sono evolute così tanto da sembrare differenti. 

Ma ci sono anche cose che si sono evolute, restando in fondo se stesse; come le automobili.

A un certo punto mi decisi a diventare uno che racconta storie. Un autore, appunto anzi: uno scrittore, con tutti i guai che ne derivano (perché hai un certo timore a proclamarlo, giusto? Prima di esporti, vorresti avere in mano qualcosa di solido, per esempio un contratto con l’editore…). 

Fu verso la fine degli anni Ottanta quando scelsi questa strada. 

Naturalmente non ricordo con precisione il giorno o l’ora; invidio quelli che riescono a farlo, ma mi permetto anche di dubitarlo. Credo che si tratti di una posa che si adotta in modo da apparire più “seri” e determinati. Io mi misi a scrivere piccole storie, forse nemmeno racconti. Erano cupi, di questo ho un pallido ricordo.

Il problema in quegli anni è che dell’editoria non si sapeva nulla; o molto poco. Bisognava darsi da fare e almeno agli inizi non sapevi nemmeno da che parte iniziare.

Sinossi: che roba è?

Linea editoriale: vale a dire?

Ah, e gli indirizzi delle case editrici: dove li scovi?

Ma prima di tutto: una macchina per scrivere, grazie. La prima che acquistai era usata. Una Olivietti. Anni dopo ne comprai una nuova di zecca che adesso riposa serenamente in soffitta: una Olivetti Lettura 32.

Credo di avere già indicato in passato, e in più di una occasione, che razza di scritti producevo in quegli anni. Sì, iniziai verso la fine degli anni Ottanta, ma proseguii per anni. 

E mi pare di avere già indicato che cosa mi spinse, allora, a provarci. 

Volevo salvare il mondo.

Prima di tutto: presunzione

Un autore deve essere presuntuoso, come si sa, perché non è uno che si limita a leggere tanto. Se decide di scrivere le sue storie presume che il suo punto di vista sarà differente rispetto a tutto quello che è presente. Non è così pazzo dal considerarsi il nuovo Balzac o Tolstoj (o forse sì?), ma è assolutamente certo che da qualche parte c’è un posto tutto per lui. E che deve darsi da fare per conquistarlo. Non può fare altrimenti.

Be’, sul “non può fare altrimenti” ci sarebbe molto da ridire. SI tratta di una convinzione che l’autore adotta e poi si impone; perché tanto “fa altrimenti”, anzi deve proprio fare altrimenti. Per esempio non ha soldi, oppure ne ha molto pochi, e quindi deve cercarsi un lavoro. Mi iscrissi a un corso di formazione per magazzinieri. Sostanzialmente inutile benché al termine di quei mesi feci qualche settimana in un magazzino del quartiere di Lavagnola (Savona) che vendeva materiale elettrico. (Se qualcuno ha letto la mia raccolta di racconti “Non hai mai capito niente”, nel racconto che la intitola il protagonista lavora in quel quartiere, in quel magazzino dove io ho lavorato agli inizi degli anni Novanta. Adesso non si trova più lì, ma a Legino).

Scendeva in via Crispi, attraversava la strada e sbucava su via Garroni dove si trovava il magazzino. Era ospitato in un edificio arancione, e una parte dei locali del secondo piano, divisi da un terrazzo, erano occupati da una palestra di arti marziali.

No, non mi assunsero. 

nuova copertina non hai mai capito niente

L’ebook della raccolta di racconti “Non hai mai capito niente”

Prima (mi pare che l’ordine cronologico sia corretto, ma non ne sono certo), per due estati lavorai in un magazzino di ricali per auto Fiat, in via Nizza. Nella concessionaria, esatto; quella c’è ancora adesso. 

I titolari del magazzino di ricambi per auto gliene avevano chiesto la ragione.

La vita è come il maiale

Ancora una volta, tracce della mia esperienza di quei tempi di trova dentro “Non hai mai capito niente”, nel raccolto che apre la raccolta e che si intitola “Del tutto inaspettato”.

La propria vita è come il maiale: non si butta via niente.

Ma torniamo alla presunzione. Il male di uno scrittore è la presunzione sbagliata. Vale a dire: non comprendere che si scrive allo scopo di costruire belle storie. Che resta e resterà la faccenda più complicata del mondo; ecco perché molti, invece di concentrarsi su questo, ciurlano nel manico.

D’accordo: non escludo che qualcuno leggendo un romanzo abbia capito il senso della vita. Magari persino leggendo i miei racconti (non ci credo nemmeno se qualcuno me lo dicesse). Ma sarebbe ben poca cosa, vero? 

Insomma, uno scrive, trascorre settimane, o un anno o più nella scrittura di un libro, e tutto quello che ne ricava sono le congratulazioni di un lettore o lettrice alla quale hai “salvato la vita”?

Anche un tramonto sarebbe riuscito nell’impresa. Anche un fiore. Anche una sbronza (se non ti metti al volante), ti salva la vita. 

Una storia scritta a regola d’arte fa molto di più del banale “salvare la vita”. (Tra l’altro si tratta di pura retorica. Se si leggono le biografie degli scrittori si scappa a gambe levate dai libri. I loro demoni hanno continuato a divorarli senza mai fermarsi un giorno).

Una storia scritta a regola d’arte ti svela cos’è la vita. Un mistero. Se fai tua questa verità, iniziano guai coi fiocchi, perché comprendi al volo (questo accade però parecchio tempo dopo) che pubblico e vendite diventeranno un argomento poco importante; anche se. 

Ma agli inizi, negli anni Ottanta e poi Novanta, di tutto questo sai nulla. Sei inzuppato di retorica. Vuoi salvare il mondo, la vita degli altri con le tue storie. Non capisci ancora che devi semmai usare la parola per celebrare il mistero dell’essere umano. Ma è una faccenda troppo complicata; e poi non ci pensi nemmeno che sia proprio così. Per capirlo, devono trascorrere un bel po’ di anni.

Devi passare attraverso tante Forche Caudine. 
Qui qualcuno potrebbe dire: ma non hai ancora detto come nacque l’autore indipendente. Solo che nacque un autore. Corbezzoli, non vi scappa nulla! Di questo parleremo la prossima volta!

Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.

10 pensieri su “La bizzarra nascita di un autore. Che poi diventerà indipendente

  1. Anni ottanta e novanta, allora si poteva pubblicare solo attraverso una casa editrice, chissà se era davvero un bene, anche perché farsi notare era difficile. Nel tuo racconto riconosco la mia ingenuità iniziale, io non volevo cambiare il mondo ma scrivere una storia bellissima, presuntuosa anch’io. Credo che agli inizi siamo tutti un po’ ingenui, non conoscendo il mondo affatto dell’editoria o forse il mondo in generale.

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  2. Essere presuntuosi è necessario. Altrettanto essere ignoranti sul mondo dell’editoria. Senza presunzione mista a ignoranza uno non proverebbe a scrivere seriamente, con tutto l’impegno che richiede, sapendo che poi nessuno se lo fumerà e finirà catturato da questa passione così poco remunerativa. Ma cosa c’entra, poi, il “remunerativa”? Il nesso tra scrivere e guadagnarci è del tutto improprio. (Resto sempre affascinata dal tuo “celebrare il mistero dell’essere umano”.) 🙂

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