Come un autore diventa un autore indipendente


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 6 luglio 2020.

 

 

Lo avevo promesso in questo post intitolato “La bizzarra nascita di un autore. Che poi diventerà indipendente”. Perché lì descrivevo come mi venne l’idea di scrivere; ma non quella di diventare un autore indipendente. Anche perché in quegli anni non esisteva proprio questo concetto. Non esisteva la tecnologia: Internet, Amazon, ebook. Sarebbe tutto arrivato molto dopo.

Be’, non così “molto”. 

Anni Novanta…

Negli anni Ottanta, esattamente nel 1984, Apple presenta il Macintosh, ma io non ci faccio molto caso. Incontro il mio primo computer, un IBM, agli inizi degli anni Novanta.

A quei tempi frequento un corso di formazione per magazzinieri presso un centro professionale in via Famagosta, a Savona. Appartiene alle Acli (l’edificio, che un tempo ospitava l’albergo Miramare, anni dopo è stato chiuso perché, se non ricordo male, il centro dichiarò fallimento o qualcosa del genere), ed esiste la solida prospettiva di un posto di lavoro. Mi iscrivo. Siamo una ventina (tra i partecipanti anche l’amico e cantautore Marco Stella), ma alla fine del corso non sono assunto (pochi lo saranno). 

Io comunque faccio il mio tirocinio nel magazzino elettrico di lavagnola, a Savona. Ne ho accennato nell’articolo precedente. E durante le lezioni ci sono degli IBM (uno o due, se ricordo bene); ma dobbiamo usarli a turno. Ecco il mio primo contatto con i computer. In teoria dovevano essere un computer a cranio, ma niente da fare. Solo a corso quasi finito arriveranno.

Verso la fine degli anni Novanta, quando Internet inizia a far capolino, decido che ho bisogno di un computer. Nel frattempo continuo a scrivere nei ritagli di tempo. Spedisco a un’agenzia letteraria le mie opere ed essa, a pagamento, mi indica cosa va e soprattutto cosa non va nelle mie storie. 

Lì di fatto si diagnostica quello che sarebbe poi la mia cifra distintiva: sono uno che scriverà sempre per pochi, mi si dice. Forse il mio futuro è nell’editoria regionale perché un editore importante grande, o medio grande, non investirebbe in uno come me. 

Per un po’ di tempo tengo duro; intanto continuo a leggere e a scrivere. Non ricordo come arrivo alla decisione, ma ci arrivo: quale?

L’addio alla scrittura

Decido di smettere di scrivere.

Non ne vale la pena. Ero stufo di perdere del tempo per ottenere un bel nulla. Capisco che sono un illuso e devo solo dimenticare la scrittura, e voltare pagina.

Per cinque anni io non scrivo più nulla. Leggo un po’, sì, ma nulla di che. Per me quella parentesi si è chiusa in maniera definitiva. 

E invece no.

Il ritorno alla scrittura

Adesso dovrei descrivere per filo e per segno come avvenne che ripresi a scrivere; purtroppo non me lo ricordo proprio.

Però riprendo a scrivere e spedisco qualcosa a una casa editrice. Dopo poche settimane mi rispondono: sommo gaudio e tripudio.

Be’, no.

Mi chiedono dei soldi. Un bel po’ di soldi. La busta contiene un CD, un sacco di materiale informativo, anche foto di autori e poeti importanti che dovrebbero garantire della bontà della loro offerta. Io intanto mi domando: “A che punto è finita l’editoria? È davvero finita così male?”.

Getto tutto nella spazzatura.

Arriva Amazon

In quegli anni Amazon appare sulla scena; ma non è ancora sbarco in Italia. Esiste la possibilità di pubblicare però degli ebook sul sito statunitense. E io che faccio?

Per prima cosa scrivo 3 racconti. Il primo è, nella mia fantasia, un omaggio a Leonardo Sciascia e lo intitolo “Insieme nel buio”.

Il secondo è “”Il risolutore” mentre il terzo si intitola “La lezione”. Li carico sulla piattaforma Amazon, ma non ho ancora un blog su WordPress. Allora usavo Blogspot.

Non faccio pubblicità ai miei tre racconti, ma a un certo punto mi accorgo che ne vendo quasi uno al giorno. Poi, succedono un paio di cose.

Uno scrittore chiamato Raymond Carver

La prima (non è nulla di straordinario perché ne ho già parlato un sacco di volte) è la scoperta di Raymond Carver. E non aggiungo altro perché sembra che io non faccia altro che parlare di questo scrittore statunitense.

La seconda: tolgo da Amazon i miei racconti. Credo che sia stato un errore piuttosto serio, perché avrei potuto e dovuto lasciarli, fare in modo che già allora la mia piattaforma di lettori nascesse e si sviluppasse, per poi incrementarla ancora con altre opere. 

Non mi piacevano più, li trovavo anche irritanti. 

Dopo un po’ (qualche anno? Non me lo ricordo) li rimetto di nuovo sul sito, dove adesso puoi acquistarli al prezzo di 0,99 euro. Perché ho cambiato idea? 

Perché sono comunque parte di me. Anche se ormai non affronterei più quegli argomenti, è giusto che ci siano, e se qualcuno è interessato ci dia un’occhiata.

Autore indipendente? Mica facile

Ma diventare un autore indipendente non vuol dire pubblicare su Amazon, o altrove. Quando inizio a pubblicare il primo capitolo della Trilogia delle Erbacce, vale a dire “Non hai mai capito niente”, subivo ancora la definizione di autore indipendente. Che richiede tempo, impegno e fatica; e anche soldi.

nuova copertina non hai mai capito niente

E io non avevo molto tempo, né avevo voglia di impiegarlo in qualcosa che sentivo estraneo al mio desiderio di scrivere storie, e basta.

Era qualcosa che mi conduceva troppo lontano dalla mia scrittura. Sprecavo il già scarso tempo che avevo in che cosa? Non lo capivo.

Però iniziavo anche a riflettere su un altro aspetto. 

Se le mie storie avevano un qualche valore; se le mie storie future avevano un qualche valore, dovevo a esse qualcosa di meglio. Di più.

Potevo continuare a fare nulla, a fare molto poco o lo stretto indispensabile. 

Oppure potevo cercare di inventarmi qualcosa, ma prima di tutto era necessario un nuovo passo. Un’evoluzione. Quindi o mi decidevo a fare sul serio e finalmente scegliere di essere un autore indipendente; oppure mi davo da fare per farmi pubblicare da una casa editrice seria, non a pagamento.

Ho scelto la prima, ma la faccenda è meno semplice di quel che appare. Decidere, e passare all’azione sono due passaggi mica semplici.

Magari ne parleremo ancora. 

13 commenti

  1. Tornare alla scrittura dopo tutto quel tempo… Bravo. Significa che è la strada per te. E forse anche essere un autore indipendente è ciò che ti si addice di più. I tuoi lavori lo possono tesimoniare

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  2. Mi fa piacere sapere come sei arrivato qui. “O mi davo da fare per farmi pubblicare da una casa editrice seria…” Ma se fosse tutto lì, andrebbe ancora bene! Il punto è che non si sa come avvicinarsi alla casa editrice seria, quella che può anche promuoverti. Le possibilità sono così limitate da sembrare nulle, a volte.

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  3. Meno male che hai buttato quel cd! E meno male che hai ricominciato a scrivere! Non sono certa su Raymond Carver e nemmeno sui russi (non ti dico cosa mi è appena arrivato a casa, che quando l’ho visto ho esclamato “Accidenti a Freccero e ai russi!!”, lo scoprirai sui social 😛 ), avrei pure da ridire che tu scriva davvero per pochi… di sicuro non scrivi per tutti.
    A tal proposito, è uscito un articolo di Giulio Mozzi, storico insegnante di scrittura nonché editor per Marsiglio, titolo “Le dieci vere ragioni che possono fare del vostro romanzo un romanzo di successo”. Nel mezzo dice proprio questo (sottolineare in grande):

    “Intanto intendiamoci: che cosa vuol dire successo? Viviamo in tempi strani, nei quali – per dire – la lettura di romanzi dei quali i grandi media non parlano si diffonde a macchia d’olio per passaparola, mentre nelle cinquine o triplette dei grandi premi letterari vengono ospitati – accanto a vincitori talvolta annunciati, talvolta anche troppo annunciati – libri che hanno all’attivo due-trecento copie vendute in dieci mesi.
    […]
    E’ ingenuo pensare che un romanzo autopubblicato possa avere molto successo perché “interessa a tutti”. “Tutti” è un insieme troppo vasto perché voi da soli, con le vostre modeste forze, con le vostre competenze non scientifiche in materia di social media, possiate davvero ottenere successo. Vi rimando all’inizio dell’articolo. Smettete di pensare che la vostra storia sia interessante “per tutti”. Esercitatevi a pensare che sia interessante “per alcuni”, e per certe precise, specifiche ragioni. Poi, domandatevi se per caso esistono delle comunità di lettori, riconoscibili e raggiungibili, legate a quelle ragioni d’interesse lì.”

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