Cosa ha da dire Il Signore degli Anelli nell’epoca del Covid-19?


 

di Marco Freccero.
Pubblicato il 13 luglio 2020.

 

 

 

A che serve “Il Signore degli Anelli” nell’epoca del Covid-19?
Che senso ha leggere un tomo del genere (ma chi usa ancora “tomo”?) proprio adesso? 

Credo infatti che siano stati ben pochi che durante la quarantena si siano avventurati nella lettura di un librone del genere. E poi, perché farlo? 
Non è meglio leggere “La peste” di Camus, o qualcosa del genere? In un momento tragico come questo, meglio dedicarsi a letture serie; impegnate.

Ecco perché dovresti leggere “Il Signore degli Anelli”: è una lettura perfetta per questo momento storico.

Io l’ho fatto già da un pezzo, passando prima attraverso “Lo Hobbit”, e poi appunto dedicandomi alla trilogia dell’anello del potere. E lo ribadisco: è una lettura seria e impegnata. 

Per molti l’opera più conosciuta di J.R.R. Tolkien è solo una favoletta dove si incontrano orchi, elfi, mostri e maghi. Quindi sarebbe un libro da evitare con cura, per dirigersi verso letture di un livello decisamente superiore.

A parte che “Il Signore degli Anelli”, se non altro per la mole, è decisamente serio.

Ma al suo interno ci sono degli aspetti che meritano di essere ricordati. Perché hanno parecchio da dire proprio a noi, che viviamo nel XXI secolo.

Anche perché Tolkien…

Tolkien: uno scrittore fuori dal Mondo…

Tolkien non apprezzava il Mondo. Probabilmente la sua età più serena e felice fu quando abbandonò il Sudafrica, dove era nato ma di cui pare non ricordasse molto, né amasse quel Paese, per tornare in Inghilterra. Siamo nel 1895 quando accade questo. Un anno dopo il padre, rimasto in Sudafrica, muore, e la famiglia si trasferisce a Sarehole Mill, nei pressi di Birmingham. Tolkien ha 4 anni. 

Nel 1904 la madre, convertitasi al cattolicesimo e per questo “rinnegata” dalla famiglia, muore di diabete, all’età di 34 anni. Ma per circa 8 anni Tolkien vive in un luogo che di fatto gli ispirerà la contea degli Hobbit, parecchi anni dopo.

Cresce, studia, i primi lavori presso le università, il matrimonio con Edith, il viaggio di nozze in Cornovaglia. 

La Prima Guerra Mondiale. È sul fronte francese che inizia a buttare giù delle storie per sfuggire alla carneficina che attorno a lui fa strame di amici o semplici conoscenti, o perfetti sconosciuti. Resta ferito alla fine del 1916 e viene rispedito a casa.

Ha visto abbastanza per comprendere il cuore del Mondo. Per capire che quel Mondo non sarà mai il suo perché ha come fine la sopraffazione; o con la guerra, o con l’economia e un sistema politico e sociale che odia la bellezza. Che produce cose senza alcuna bellezza. Che sfrutta la natura, la violenta per soddisfare una sete di dominio e di denaro che cresce sempre più, senza curarsi delle conseguenze.

Ma invece di sfuggire verso ideologie che si incaricano di rifare il mondo, o di costruirne uno nuovo; lui fa di meglio.

Che crea un mondo per salverà il Mondo

Si vede con alcuni amici con cui, finalmente, trova una profonda comunanza di idee e di scopi. Solo l’arte può salvare, perché solo l’arte riannoda il legame tra umanità e Dio. Sono gli “Inklings”, un club di cui farà parte anche C.S. Lewis, e dove Tolkien lentamente capisce che cosa deve fare.

Non impegnarsi in politica, ma realizzare qualcosa di molto più ambizioso. Lui si sente messo ai margini dalla società inglese (perché egli è ai margini), e in fondo è felice perché non vi si riconosce affatto. Ma non getta la spugna: l’arte potrà ridare all’umanità quella forza, quell’equilibrio che le permetterà di sopravvivere. E lui realizza questo sogno, questa utopia, scrivendo non “semplici” libri.

Ma creando una nuova mitologia grazie alla quale tornare a parlare di verità profonde. Quindi necessarie e indispensabili per un’Europa che ha perso la bussola e va alla deriva. Persuasa al massimo grado della bontà del “progresso”, da perseguire costi quel che costi.

Un eroe a sua insaputa

Il Signore degli Anelli sembra (è), la prosecuzione de “Lo Hobbit”. Dopo il successo di questo libro per bambini, l’editore gli chiede un seguito; che arriverà dodici anni dopo (se ricordo bene). Ma si tratta di due opere differenti, non solo perché la prima è appunto una “fiaba”.  

In realtà mentre la scriveva, forse Tolkien si rese conto di avere tra le mani qualcosa di molto più importante. L’anello già compare, ma non sembra avere tutte le implicazioni che vedremo “dopo”, nel seguito del Signore degli Anelli. Si tratta della classica fiaba, ma pure in questo caso Tolkien cambia un po’ le cose. 

C’è un drago (Smaug), ma non sarà Bilbo Baggins, il protagonista, a ucciderlo; e nemmeno Thorin ScudodiQuercia.

Il tesoro viene recuperato uccidendo il drago e i nani hanno di nuovo il loro regno; ma Thorin muore. Bilbo torna a casa con la ricompensa e soprattutto con l’anello del potere (ignorandone le qualità). A casa troverà che i cugini, ritenendolo morto, hanno messo le mani sulle sue cose, e messo all’asta tutto quello che possedeva. Torna in possesso di (quasi), tutto; ma la sua vita non sarà più come prima. 

Sarà per sempre etichettato come strambo.

Poi, è la volta di Frodo.

Frodo è definito “eroe” perché è lui che si incarica di portare l’anello del potere dentro il ventre del Monte Fato, per distruggerlo. Benché alla fine esiti, e sia Gollum a “salvare” il mondo della Terra di Mezzo, è comunque lui che si fa avanti e sceglie di portare il peso di una responsabilità che nessuno gli ha chiesto. Inizia quindi un viaggio attraverso rischi e continui pericoli. All’inizio con la Compagnia dell’Anello; poi solo con Sam e Gollum. Ma è proprio nello “scopo” di Frodo che abbiamo una delle tante lezioni racchiuse nel Signore degli Anelli.

Lui viaggia verso il monte Fato non per uccidere un re cattivo, oppure un drago; o per recuperare un tesoro. Ma per distruggere un anello che dona un potere immenso a chi lo porta. Per rinunciare.

Il Signore degli Anelli ha questo di particolare: insegna la rinuncia. Certo: Frodo lo indossa. E così diventa invisibile; un po’ come le masse dei consumatori che affollano i centri commerciali. Che esistono solo se spendono, ma che di fatto sono privi di una solida identità, perché questa nasce solo se possiedi qualcosa, e se possiedi sempre di più. Perdi il lavoro, e non sei più niente, non hai alcun valore.

C’è una guerra nel Signore degli Anelli: Sauron e gli orchi contro gli abitanti della Terra di Mezzo. Perché non usare l’anello del potere per battere i nemici? È la tentazione fatale in cui precipita Boromir; ma anche Saruman vuole l’anello per instaurare un regno dove i saggi possano dominare su un esercito di schiavi ben felici che qualcuno pensi per loro (ricorda qualcosa?). 

La soluzione che può fermare gli eserciti di Sauron in realtà è solo una: distruggere l’anello.

La rinuncia, appunto.

C’era una volta…

C’era una volta una civiltà millenaria. Poi questa civiltà millenaria incontrò qualcosa di giovane e spumeggiante, pieno di voglia di fare, che non stava mai fermo. Che doveva correre sempre più forte e soprattutto senza mai alcun limite, perché il limite è brutto e cattivo.

La civiltà millenaria può essere la nostra; o quella indiana oppure quella cinese.

La cosa spumeggiante e giovane possiamo definirla come “modernità”? Che presta attenzione solo a quello che ha un prezzo, perché tutto ha un prezzo; e non deve mai fermarsi di fronte a nulla. 

Quindi (per fare un esempio), si disboscano foreste a più non posso: in Cina, India o Brasile. C’è bisogno di terra per allevamenti intensivi sempre più estesi. Solo che in quelle foreste ci sono: boh! Magari dei virus che abitano scimmie, pipistrelli o altri animali, e nemmeno ci pensano ad andarsene in giro.

L’habitat viene compromesso o distrutto, e quei virus passano alle pecore; o alle mucche. Se siamo fortunati, si fermano lì e fanno una strage.

Se siamo sfortunati passano all’essere umano e abbiamo una pandemia.

Frodo non è l’essere spumeggiante che non sta mai fermo e non conosce i limiti. Lui conosce solo quelli: i limiti. Anzi: i confini della contea che non ha mai superato. Ne esce a malincuore perché deve. Anche se vive ai margini, si sente responsabile di qualcosa che agisce al di là della contea, e che presto potrebbe arrivare anche nel giardino di casa. Ma bisogna agire prima che il “qualcosa” sia troppo forte, e diventi troppo tardi per reagire in modo efficace. 

Indossa più volte l’anello, e alla fine pare sul punto di cedere, di tradire quello che ha fatto sino a quel momento; e vorrebbe tenere l’anello.

La lezione di questa trilogia (ma non è l’unica), è che probabilmente è giunto il momento di rinunciare. O di darsi una bella calmata, come si dice dalle mie parti.

Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell’elenco.

9 commenti

  1. Credo che Nel signore degli anelli ci siano molte allegorie attualissime, certo l’anello che dona un enorme potere è un simbolo notevole, tutti quelli che entravano in possesso dell’anello rischiavano di essere corrotti dal grande potere che vi dava, tanto che lo stesso Frodo più volte rischia di esserne travolto. É una storia sempre attuale, come quella dell’uomo che non impara mai anzi ricade sempre nelle stesse trappole, credi che abbis imparato qualcosa dalla pandemia?

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  2. Arrendersi può voler dire ammettere la sconfitta, oppure capire che da certi giochi si può soltanto chiamarsi fuori, se si vogliono migliorare le cose, invece di sfruttare le armi sbagliate per una lotta giusta. Mi sembra che questo fosse molto chiaro a Tolkien. Frodo, supereroe contro la sua natura, si fa guidare dalla necessità, come succede alla riunione di Granburrone, in cui si decidono le sorti dell’anello: nel casino che si trova intorno, capisce che serve il suo contributo e lo offre, con semplicità, anche se poi l’impresa proprio semplice non è. (Questo nonostante qualcuno poco amante del fantasy abbia detto: “non bastava dare l’anello a Gwaihir perché lo gettasse nel Monte Fato?”… blasfemia.) 😉

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  3. come sai, l’hobbit e il signore degli anelli è il mio fantasy preferito, letto e riletto più volte.
    Certo che ci sono molte allegorie, anche attuali.
    Ad esempio il possesso dell’anello che dono un potere enorme, lo possiamo attualizzare. Tutti vorrebbero l’anello-il potere- ma nessuno è saggio da condividerlo con altri. Chi si oppone è spazzato via dal potente di turno.
    Riuscirà l’umanità a gettare l’anello del potere nel monte Fato?
    Secondo me, no.

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  4. E alla fine Frodo è costretto a rinunciare anche alla Contea, non dimentichiamolo. 😉
    Chi è l’Oscuro Signore dei nostri tempi? E chi porta l’anello? Il Covid è una conseguenza, non una causa, e il problema non sarebbe nemmeno il Covid, ma come si è deciso di affrontarlo, anteponendo gli interessi economici al valore della vita umana (questo è, senza tanto nascondersi, il motivo delle mancate chiusure o delle riaperture veloci, dei controlli strettamente necessari, delle precauzioni solo per chi non ne può fare a meno). Mi verrebbe da dire che il moderno Sauron è la Finanza e l’anello che corrompe gli animi il denaro…

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