Scrivere, qualunque sia l’esito


 

 

 

di Marco Freccero.
Pubblicato il 7 settembre 2020.

 

 

 

Un po’ di tempo fa Barbara Businaro sul suo blog affermava che scrivere è una faccenda da ricchi. Io non sono ricco e scrivo: come la mettiamo?

Al di là dell’iperbole (perché probabilmente di quello si tratta), c’è un fondo di verità. Ma per rendere forse più chiara la posta in gioco (come dicono quelli davvero bravi): forse è una faccenda non per gente ricca; bensì con la cervice dura (ma chi scrive ancora “cervice”?). E l’aspetto più divertente è che la cervice dura non garantisce nulla. Alcuni dicono che “Chi la dura, la vince”; sì lo so bene.

Poveri illusi.

La faccenda è complicata

Iniziamo col dire che se non hai un lavoro e scrivi hai, oppure avrai, un grosso problema; e prima di quanto tu possa immaginare.

È fondamentale avere qualcosa che ti permetta di pagare le bollette. Prima ancora di comprare la carta per scrivere (stampare) il tuo romanzo, devi avere un lavoro che ti garantisca delle entrate regolari. Perché senza non andrai da nessuna parte.

Se poi decidi di essere un autore indipendente: devi avere a tutti i costi un lavoro. Di recente ho deciso di investire dei soldi in banner Facebook per rilanciare il primo capitolo della Trilogia delle Erbacce. Vale a dire “Non hai mai capito niente”. Magari più avanti spiegherò come è andata.

nuova copertina non hai mai capito niente

 

Un autore indipendente deve investire soldi nella copertina (affidandosi a un grafico). Oppure pubblicizzare le sue opere. Tutte cose che, come puoi immaginare, richiedono denaro. Non molto: ma lo pretendono.

Come dici? 

Ah, ecco: vuoi essere scovato da una casa editrice, magari medio/grande. Bene. Augurissimi. Ne avrai davvero bisogno, e comunque:

1) i tempi di risposta sono lunghissimi (nella maggior parte dei casi non c’è alcuna risposta al tuo invio)

2) non ci sono anticipi in denaro

3) se per una straordinaria congiunzione astrale accettano di pubblicare il tuo libro, ci vuole almeno un anno perché sia stampato, e un altro anno perché versino gli eventuali (miseri), ricavi. 

Ti puoi permettere di stare per due, tre anni, senza vedere un soldo? No. 

Non scordare che il Covid-19 ha messo in un angolo le librerie (soprattutto quelle indipendenti); e molte case editrici faranno salti mortali per non collassare. Quindi prima di puntare su un perfetto sconosciuto ci penseranno 100 volte. 

Inoltre uno scrittore al giorno d’oggi dovrebbe avere un buon seguito sulle reti sociali. Perché in parte (oppure tutta), la promozione sarà affidata a lui (se ha qualche migliaio di seguaci su Instagram, ai quali vendere la sua opera, per esempio. Credi davvero che le case editrici non badino a un “dettaglio” del genere?). Altrimenti, perché Mondadori pubblica le biografie delle star di YouTube, e non i miei libri? Perché le star di YouTube hanno fiumi di persone che le seguono; io no.

Comunque non era di questo che desideravo parlare, adesso che ci penso.

L’esito della nostra scrittura

Qualunque sia l’esito della nostra scrittura, deve essere chiaro che la parola pretende molto, e richiede tutto, o quasi. Ormai si è abituati a considerare uno scherzo la scrittura; basta dare un’occhiata a quello che si trova in libreria per rendersene conto. Il 90% dei libri non merita la carta sulla quale sono stampati, e questo ha un’evidente controindicazione. Le persone pensano che scrivere sia come farsi una risata: basta sforzarsi (anche se non ne hai voglia). 

Dirò di più, signore e signori. 

Se uno vuole scrivere, lo faccia. Ben sapendo che il successo (anche piccolo), è praticamente impossibile. Vivere di scrittura in Italia è un bel sogno che resterà tale. Questa semplice verità dovrebbe essere nitida nella testa di chi si avventura nella scrittura.

Ma perché farlo, allora? A che scopo?

Si potrebbe rispondere che si va avanti, tra vendite scarse o quasi nulle, perché respira ancora e tenacemente la speranza che, prima o poi, tocchi proprio a noi. Il problema è che questo “noi” è cresciuto a dismisura. Il che rende abbastanza impossibile che si avveri. O meglio: per qualcuno accadrà, si capisce; ma si tratterà di “qualcuno”, esatto. E questo “qualcuno” sarà “un altro”.

Il che non vuol dire poi molto, esatto. Se uno ama la parola, scrive e scriverà. Magari cercherà di inventarsi qualcosa affinché la sua nicchia sia un po’ più “estesa”, consapevole che non ci sarà molto da fare perché spesso il successo segue vie misteriose che sono ai più precluse. 

Ma perché continuare?

Importano solo le storie

Parlo per me. 

Come mi pare di avere già dichiarato il #progettoIOTA sarà il mio saluto alla scrittura. Saranno almeno due romanzi, e comunque dopo questo progetto non ci sarà altro. Già ora ho la sensazione di raschiare il fondo del barile, e quindi non desidero imporre la mia presenza ancora a lungo. Chi vuole leggere quello che ho combinato, ha sufficiente materiale per farlo. Mi pare che senza il #progettoIOTA siano ben nove i libri che portano il mio nome. Non è sufficiente?

Adesso che ci penso: ma se nel giro di qualche anno smetterò di scrivere, perché darsi da fare coi banner pubblicitari adesso? Giusto. Ma credo che mi piaccia l’idea di raggiungere un po’ più di lettori (o meglio di lettrici). Non escludo che anche se smetterò di scrivere, per un po’ continuerò a farmi vedere, in qualche modo. E il mio canale YouTube continua comunque a crescere, anche se lentamente.

Per fortuna la Rete permette di raggiungere dei lettori che non sono i parenti, e quindi un pubblico è possibile trovarlo; anche se di modesta entità. Ma non importa. Quello che importa sono le storie, e solo quello.

Circa un paio di mesi fa ho letto le lettere di Tolkien. Dopo il successo dello Hobbit gli chiesero dell’altro, ma ci vollero parecchi anni prima di sfornare Il Signore degli Anelli. E lui stesso non aveva idea di come proporlo. Benché non fosse affar suo (pubblicava con una casa editrice), il problema se lo poneva eccome. 

Una continuazione dello Hobbit? Solo a prima vista possiamo definirlo così. Mentre scrive capitolo dopo capitolo si rende conto che sì, ha dei punti in comune con lo Hobbit; ma l’anello del potere “adesso” è differente da come lo era in precedenza. È cresciuto e ha altri significati. La storia gli sboccia tra le mani, senza fretta; e lui accetta di andare avanti.

Segno che spesso le cose migliori non nascono pianificate (nemmeno Il Signore degli Anelli fu davvero pianificato, nonostante la mole). Non si scrive per il pubblico, ma per la storia, e questo mi consola assai. Dimostra la giusta follia del mio motto al quale resterò ancorato sino alla fine:

Prima la storia, poi il lettore.

Il resto importa poco. O molto poco. 

Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell’elenco.

17 commenti

  1. La cervice dura? Da quando in qua ti dai alla ginecologia?!! 😀 😀 😀
    Comunque alla fine dei tuoi panegiri, mi dai ragione. Tu non sei ricco ma scrivi perché hai riservato tutto il tuo tempo libero, fuori dall’orario di quel lavoro che paga le bollette, alla scrittura. Il tempo è denaro, anche il tempo libero. Quindi tu stai facendo un grosso investimento di tempo, che altri – con problemi di famiglia, figli, salute, lavoro, ecc. – non possono permettersi. Ecco perché la scrittura è un lavoro per ricchi. Ricchi di tempo.

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  2. Avere una qualche forma di introiti è basilare, se non altro per avere l’energia sufficiente da proteine e zuccheri per scrivere. 🙂 Anche se i costi sono inferiori a quelli di altre attività, come dipingere, i materiali necessari costano. Tornando agli scrittori famosi o meno, io penso sempre a tutti i Charles Dickens o ai Gustave Flaubert che non sono emersi e di cui non conosceremo nemmeno il nome… E”Il Signore degli Anelli”, tra l’altro, mi pare che non ebbe subito un grande successo.

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  3. Io sono un eterno illuso. perché spero di diventare uno Scrittore. Intanto scrivo e me ne fotto. MI piace, mi diverte, mi fa star bene. I risultati sono altra cosa 😀 😀 😀. Sono consapevole dei miei limiti, diciamo che imparo strada facendo. Tu, invece, sei bravo, te lo dico da anni. Punto.

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  4. Scrivere è roba per ricchi? Certo. Devi avere tempo e denaro, perché anche come indie devi investire qualche euro per pubblicare qualcosa di decente.
    Quindi quello che prendi ogni mese ci deve essere un surplus se vuoi scrivere.

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  5. Per scrivere è necessario, se non essere ricchi, avere un certo sostentamento o almeno le spalle coperte…per esempio una mia amica fa la scrittrice e ha anche pubblicato alcuni romanzi con una grande casa editrice ma non ha un lavoro, però ha un marito giornalista affermato che la sostiene nella sua scelta e che guadagna bene, ora qualche introito ce l’ha anche lei, ma chi paga l’affitto e le bollette è il marito. Altro esempio una mia amica è ricca di famiglia, non scrive ma visto che può permetterselo, ha chiesto il part time al lavoro e, nel tempo libero, si dedica a quello che le và.
    La maggior parte della gente tuttavia non ha di queste fortune, me compresa, quindi scrivo perché mi piace farlo, ma posso farlo grazie al mio lavoro che mi rende indipendente economicamente.

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  6. Vivere di scrittura è talmente improbabile che il solo pensarci mi fa sorridere. Non dico impossibile, ma ci andiamo vicini. Di base credo che scriviamo perché ci piace e riusciamo farci bastare il pubblico di lettori che piano piano conquistiamo. Non è poco, che qualche decina o centinaio di persone legga le nostre storie e provi delle emozioni, faccia dei pensieri. Del resto lo scrittore di narrativa è il personaggio più inutile che esista: se non ci sono i suoi libri, ci sono quelli di un altro. 😀

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