Un libro che parla di Dostoevskij: potevo lasciarmelo scappare?


savona

 

 

di Marco Freccero.
Pubblicato su YouTube il 16 settembre. Ripubblicato su questo blog nello stesso giorno.

 

 

 

 

 

Se mi capita di trovare un libro su Dostoevskij, cerco di non farmelo scappare. Questo non è recentissimo, ma l’ho acquistato solo da poche settimane.
Buona lettura e buona visione!

 

Un libro che parla di Fedor Dostoveskij: potevo lasciarmelo scappare?

Edito da Iperborea, si intitola “Il giardino dei cosacchi”. L’autore è lo scrittore olandese Jan Brokken di cui ho già recensito “Anime Baltiche”, una delle migliori letture del 2020. La traduzione è di Claudia Di Palermo e di Claudia Cozzi.

Un libro che parla di Dostoevskij ma che in realtà parla dell’amicizia tra lo scrittore russo e il barone russo ma di origini baltiche Alexander von Wrangel. Leggendo questo libro si scopre che la famiglia del padre di Dostoevskij proveniva dalla Lituania.

Lo scrittore Jan Brokken si “traveste” da Alexander Von Wrangel, e così ci racconta in prima persona gli anni dell’amicizia tra questi due uomini. E ci riesce pescando a piene mani dalla corrispondenza che ci fu tra i due, anche se molte lettere sono andate perdute.

Von Wrangel conosceva Fedor dal liceo, benché fosse più giovane di lui, e un giorno scopre che è stato arrestato con altri cospiratori. Dostoevskij era uno scrittore già acclamato e conosciuto.

Poi, ha notizia della sua prossima fucilazione, e riesce a trovarsi sul luogo dove essa dovrebbe avvenire. Ci sono tre pali ai quali i prigionieri saranno legati, Fedor fa parte del secondo gruppo. Quando tutto pare perduto il colpo di scena. Lo zar concede la grazia, e Fedor viene spedito in Siberia a scontare la pena. In mezzo a galeotti di ogni genere.

Anche il barone Von Wrangel andrà in Siberia, ma per lavoro. È infatti un giovane ambizioso, che vuole conoscere, viaggiare, e viene nominato procuratore della città di Semipalatinsk (un luogo talmente desolato che i sovietici nel 900 ci faranno un poligono per le loro esplosioni nucleari). Lì c’è anche Dostoevskij.

Il primo incontro tra i due non è tra i migliori perché Fedor appare chiuso, molto diffidente. Tempo dopo confesserà di aver perso quasi la capacità di conversare. I suoi compagni di sventura erano delinquenti che magari gli confessavano le peggiori cose, e lui si limitava ad ascoltarli.

Col tempo, nonostante la differenza di età, tra i due nascerà una bella amicizia che si protrarrà per anni, sino al suo triste epilogo.

Entrambi avranno amori contrastati: Fedor per Marija, che effettivamente anni dopo riuscirà a sposare, senza mai essere davvero felice e anzi nascondendole la malattia dell’epilessia.
Von Wrangel per Katja, che non sposerà innamorandosi di una giovane che detestava con tutte le forze la Russia.

Non è all’altezza di “Anime baltiche” a mio parere, ma Brokken riesce nell’impresa più difficile: rendere il più umano degli scrittori russi ancora più umano. Gettando luce su un periodo, quello siberiano, che ritroviamo spesso nelle opere di Fedor; ma con questo libro è come se fossimo lì, nel “giardino dei cosacchi” dove i due amici trascorrono ore e ore a parlare, conversare, bere, oppure restando in silenzio.

Certi dettagli che poi troveremo in alcune opere di Fedor, arrivano da quel periodo. Gli interrogatori che troviamo in “Delitto e castigo” arrivano da quelli che Fedor subì a San Pietroburgo, dove fu arrestato. Insomma, senza la Siberia e le sofferenze che ha arrecato a Fedor, non avremmo avuto Dostoevskij.

Prima ho detto “triste epilogo”, a proposito di questa amicizia. Anni dopo Von Wrangel è a Copenaghen sposato e con figli. Fedor è libero, sposato, e senza soldi: è disperato. Chiede aiuto all’amico ancora una volta. Von Wrangel gli invia del denaro, ma in breve tempo le cose precipitano anche per lui. Nella capitale danese dove lavora scoppia il colera, e lui ha necessità di soldi. Chiede a Fedor che gli restituisca un po’ di denaro.

Lo scrittore gli risponde con freddezza di fargli un elenco dei vari prestiti, Von Wrangel si limita a fornirgli i più recenti, dimenticandosi dei più vecchi.
Fedor non risponderà mai più alle sue lettere, ai suoi solleciti. Solo dopo molti anni si ritroveranno, si saluteranno brevemente, e si lasceranno, questa volta per sempre, come due estranei.

Alla prossima e come al solito: Non per la gloria, ma per il pane!

6 commenti

  1. Vicenda un po’ triste sul finale, in effetti. Chissà perché riesce facile pensare che i “grandi” nel loro campo, qualunque sia, non possano anche avere difetti tipicamente umani, che li riportano al nostro livello… da cui naturalmente non sono mai usciti, perché sul piedistallo li abbiamo messi noi. 😉

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