Ogni storia è un dramma (ma che vuol dire?)


 

 

di Marco Freccero.
Pubblicato su YouTube il 1° ottobre 2020.
Ripubblicato su questo blog nel medesimo giorno.

 

 

 

Modesta riflessione sulle storie.

Buona visione e buona lettura!

 

 

Ebbene sì: ogni storia che scriviamo, che scrivo, è un dramma: ma che vuol dire?
Sei sicuro di sapere il suo autentico significato?

Il termine dramma deriva dal greco e significa azione. Certo, nasce per il teatro, per la rappresentazione teatrale e si riferiva, o si riferisce, a qualcosa da rappresentare sulla scena, ma che può essere sia tragico, che comico.
Il che vale anche per i racconti, oppure i romanzi.

Si racconta una storia perché è successo qualcosa di rimarchevole, di eccezionale o di straordinario, che ha in qualche modo rotto con la quotidianità. Qualcosa di così notevole da indurre a usare la parola per riportarlo.

Ma non è detto che debba essere per forza di cose qualcosa di tragico.

Certo, adesso che ci penso di solito io racconto sempre, almeno nelle mie storie brevi, nei miei racconti, di persone che non se la passano benissimo. Però nella vita di queste persone accade qualcosa, e questo qualcosa, che può essere la perdita del lavoro, li costringe a misurarsi con il più folle e indomabile degli elementi presenti sul pianeta Terra.

La vita.

Tutti noi vorremmo vivere una vita pacifica e calma; ma naturalmente non è possibile. Anche perché noi per primi ci annoieremmo a morte.
Un tempo lontano lontano vivevamo placidamente sugli alberi, nelle foreste africane. Esatto, quando eravamo delle scimmie e il massimo dell’avventura che ci concedevamo era… spulciarci.

Alla fine siamo scesi da lassù perché non ne potevamo più di vivere in armonia con la natura.

La natura aveva bisogno di un po’ di pepe: noi. E da allora non ci siamo più fermati e non ci fermeremo mai.
Perché ogni fallimento ci spinge solo a riprovarci.

D’accordo: ma le storie?
Giusto rilievo, me ne stavo dimenticando.
Una storia esiste perché succede qualcosa, si verifica appunto un dramma che rompe l’equilibrio ed ecco che allora si racconta. Com’era prima, cosa è successo, e cosa ne è derivato in seguito.

Nei miei racconti io però non so mai che cosa succederà, mai. Non inizio mai sicendo: “Ecco, adesso parlerò dell’impatto della crisi economica sulle persone”.
No: mi “appare” una persona, e io racconto quello che gli succede.

Come lui reagisca, cosa farà io non lo so. Perché non lo sa nemmeno lui, naturalmente. Per capirci qualcosa resta solo una cosa da fare: scrivere. La scrittura è il metodo migliore per capire chi è il protagonista, come la pensa, e anche per immaginare come sarà dopo, quando poi arriverà la fine, il momento del commiato.

Io credo che uno dei punti di forza dei racconti è che essendo per forza brevi, ti costringono a venire subito al sodo. Non hai 300 o 400 pagine a disposizione. Quindi sin dalle prime righe devi prendere il lettore, e ficcarlo nella storia.

Un esempio da un mio racconto dal titolo “La gioia che ci hanno tolto”.

“Si è alzato dal letto un paio di ore fa e se ne sta disteso sul divano, a guardare la televisione. C’è una trasmissione che pubblicizza la vendita di stufe a pellet. Dura una quindicina di minuti, poi un breve stacco pubblicitario e ricomincia. È uno di quei canali che mandano in onda solo questo genere di cose.
Gli dico: «Non ne usciremo più».”

Cerco sempre di ficcare il lettore in una situazione precisa, che gli faccia comprendere quale sarà il seguito. Io all’inizio ho avuto questa immagine di una donna che parla così, e io non ho fatto altro che seguirla, pedinarla in un certo senso. Senza sapere che cosa sarebbe accaduto, senza neppure immaginare il finale perché io non lo sapevo proprio.

Non lo sapeva nemmeno lei, si capisce.

Il finale lo scopro scrivendolo.

Alla prossima e: Non per la gloria, ma per il pane!

 

12 commenti

  1. “Si racconta una storia perché è successo qualcosa di rimarchevole, di eccezionale o di straordinario, che ha in qualche modo rotto con la quotidianità.”

    È questo che bisogna ricordare quando si scrivono racconti e romanzi. Deve succedere qualcosa, altrimenti non c’è storia.

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  2. È strano, ma anche quando hai un’idea precisa di cosa vuoi raccontare finisci per raccontare qualcos’altro. A me capita spesso, come se i personaggi avessero una loro vita…ma forse sono solo i miei pensieri che corrono troppo.

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  3. Hai offerto una bella immagine del percorso creativo! Per me è “vero” il tuo modo personale, e sono veri molti altri. Mi piace questa elasticità, che diventa un modo di cambiare, crescere e fare crescere le proprie storie. 🙂

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  4. Vero. Io ricordo sempre una frase di Stephen King, da “Stagioni diverse”: “E’ la storia, non chi la racconta”.
    Possiamo poi discutere su quanti modi ci siano per raccontarla ma “la storia” ci deve essere. Deve esserci un prima e un dopo.
    Grazie

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  5. Al momento presente sto cercando di capire chi è il fantasma che mi ha bussato alla porta, che cavolo sta dicendo e soprattutto cosa vuole. Però non mi metto a scrivere se prima non ho trovato le risposte. Quindi il mio processo è prima mentale, e solo quando ho tutti i pezzi del puzzle in mano, decido come far uscire l’immagine. 😉
    E nel mentre mi è uscita fuori un’altra cosa…che potrebbe essere una storia di Natale, però si è mai vista una storia di Natale con i materassi, dico io? Sono un po’ dubbiosa. Ma chissà… c’è uno che ha messo i russi a Genova, perché io non devo mettere i materassi a Natale?! 😀

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