La scrittura del finale di una storia (secondo me)


 

 

di Marco Freccero.
Pubblicato su YouTube il 29 ottobre.
Ripubblicato su questo blog nel medesimo giorno.

 

 

Questa volta ne approfitto per rispondere a un commento di un telespettatore (ma si dice così?) del mio canale YouTube.
Quindi: Buona visione e buona lettura.

 

 

Un po’ di tempo fa uno dei miei seguaci qui su YouTube, a proposito di quanto affermavo del finale dei miei racconti, e di come li scrivevo, mi diceva, in un commento, di non essere molto d’accordo con me.

Cioè: io dicevo che il finale dei miei racconti, quelli della Trilogia delle Erbacce, lo scoprivo mentre lo scrivevo. Non c’era nulla di pianificato.
E lui, Grizzly, ciao Grizzly! Affermava che sì, va bene scrivere di getto. Però devi sapere chi fa cosa, ed essere coerente altrimenti consegnerai al lettore una storia confusa e pasticciata.

Ricordo quando mi venne l’idea per il mio romanzo “L’ultimo dei Bezuchov”. In quel caso lì avevo anche chiaro il finale: doveva avvenire lontano dall’Italia, nelle isole Orcadi.
Tutto bene, dunque? Vale a dire: se scrivi racconti puoi pianficare poco o nulla, e scoprire il finale mentre lo scrivi.

Ma se hai a che fare con una storia lunga, un romanzo insomma, allora devi avere le idee chiare sin dall’inizio, e fissare certi paletti, o sono guai?

Be’, non è proprio così.

Anche se per scrivere il mio romanzo “L’ultimo dei Bezuchov” conoscevo più o meno il finale, in realtà questo non mi ha aiutato per nulla. In pratica, è stato come se non conoscessi il finale e per una ragione piuttosto evidente.

Come fai a condurre il protagonista in una sperduta isola al nord della Scozia? Quale molla, quale motivo può avere per imbarcarsi in un viaggio del genere?

Ecco che allora iniziamo forse a comprendere la posta in gioco. Vale a dire: anche se hai un’idea per chiudere il romanzo, l’idea è appunto un’idea: aria.
Il lettore ha bisogno di ciccia e colesterolo per appassionarsi alla tua storia. Perché lui è ciccia e colesterolo.

Devi perciò costruire un intreccio, una trama, semplice ma convincente, in modo che diventi quasi naturale, ovvio che il protagonista vada infine in quella lontana isola delle Orcadi. Come ci riesci?

Pensandoci su.
Riflettendo.
Ma questo vale anche per i racconti, non solo per i romanzi.
Anche per il romanzo ho avuto una specie di visione, e quindi mi sono messo all’opera, seguendo quella visione, cercando di capire che cosa significasse, quale fosse il suo significato.

Ma sempre con l’obiettivo di rendere l’opera interessante, e “sensata” la decisione del protagonista di andare nell’isola di Egilsay, nelle Orcadi appunto. E questo riesce solo se ci pensi, ci rifletti su. In fondo se tu hai il talento del raccontastorie, devi metterlo a disposizione della storia.

La storia non serve per propagandare le tue idee. Serve per raccontare cosa succede al protagonista. Poi, è ovvio che tu hai le tue idee, la tua visione del mondo e credi che le cose siano in un certo modo, e vadano in un certo modo, per determinati motivi.

Ma se hai il talento antidemocratico del raccontastorie, sai anche che devi ascoltare il protagonista, metterti a sua disposizione. Usare il tuo talento per fare in modo che la storia emerga, e sia interessante.

Una bella faticaccia.

Il finale, quel finale e non un altro, benché sia sempre una convenzione, scaturisce da una riflessione che può essere lunga o corta, ma che ci deve sempre essere perché racconti una storia. Di cui tu non conosci il finale, ma che fiorisce, quasi naturalmente, mentre tu scrivi quella storia.
Racconto o romanzo che sia.

Alla prossima e: Non per la gloria, ma per il pane!

 

22 commenti

  1. Nel romanzo che sto scrivendo ho scritto il finale anni fa (intendo proprio l’ultima battuta, due righe) e dopo tutto questo tempo mi piace ancora.
    Secondo me un’idea anche vaga devi averla.

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  2. Il finale è sempre un dilemma per me, pensa che una volta ero decisa a far morire uno dei personaggi poi non ce l’ho fatta e l’ho salvato…ho il cuore tenero, aimé

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  3. Credo che mi serva avere un finale in mente per sapere dove dirigermi scrivendo, ma non escludo che possa capitarmi di cambiare il finale in corso d’opera. La preparazione della storia è teoria; quando la storia la scrivi diventa, come dici tu, ciccia e colesterolo. A quel punto, chi può dire se il finale iniziale sarà rispettato?

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    • Io con i racconti ho dovuto sempre scrivere per scoprire il finale. Forse con il romanzo è diverso (io comunque ci metto sempre un bel “forse” che male non fa), perché è una storia più complessa? Mah!

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  4. Lo sai, ne abbiamo parlato ancora, che io scrivo sempre il finale e partendo dall’inizio conduco la mia storia a finire lì. Inizio e fine, in mezzo la fantasia.
    Per i racconti dipende. Se sono abbastanza lunghi un’idea di massima c’è, viceversa il finale arriva come arriva.

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  5. Il finale è come l’incipit, deve colpire al cuore. All’inizio della mia esperienza scrittoria lasciavo che il finale venisse fuori dalla storia. Ora ho un’idea che mi guida fino ad essa sin dai primi vagiti della storia. Ma francamente non ho ancora deciso cosa sia meglio. La verità è che ogni storia ha la sua storia ☺️

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  6. I racconti senza l’idea di un finale restano in bozza. I racconti che invece mi dicono già dove vogliono andare, non dico via e numero civico, interno compreso, come pure la stanza, ma almeno la città o lo zona, giusto da sapere che tempo farà, se portarmi la sciarpa o le infradito, quei racconti lì alla fine ci arrivano. Poi comunque non conosco le fermate intermedie, non so se prenderò la panoramica o andrò dritta alla destinazione, lì è la storia che guida. Ma non ci può essere racconto senza il punto A di partenza e il punto Z di arrivo. 😉
    Anche di quella roba strana lì che scrivo per Halloween, il finale c’è già, l’ultima battuta, l’ultima canzone. Il come ci arriverò è tutt’ora nebuloso. Ma la nebbia va bene, nella nebbia ci sono infinite possibilità.
    (…anche di andare a sbattere!! 😀 😀 😀 )

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  7. Mi accodo ai commenti a questo post per proporti un altro quesito: come si fa a capire che la storia che stai scrivendo è finita? Cosa consigli per evitare di “rimuginare, riscrivere, rivedere, aggiungere, togliere”? Questo è un po’ il mio problema che mi rende le cose difficili… Non so mai quando sia il momento di dire OK STOP.

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    • Bella domanda, magari ci farò anche un video, chissà!
      Credo (parlo dei racconti) che a un certo punto nella scrittura di una storia breve arrivi la consapevolezza di avere “svelato qualcosa”. Il cuore della storia, una specie di rivelazione che magari il protagonista rifiuterà, oppure accetterà. Chi può dirlo? Però a un certo punto arrivi al cuore di quella storia (non è detto che sia l’ultima pagina, l’ultimo paragrafo o l’ultima riga). A quel punto la missione è compiuta. Non resta che chiudere.
      Tu mi dirai: ma sei sicuro di avere riposto? Buona domanda pure questa!
      Credo che il finale di un racconto (ma anche di un romanzo), debba lasciare spazio al lettore. Tutti i finali sono convenzionali (devi chiudere la storia, prima o poi), ma a mio parere è necessario chiudere la storia con passo lieve, con un tono dimesso. A mio parere Carver faceva così, e anche se sembra una specie di elegante scappatoia: la storia ti suggerisce come deve finire. Te lo dice proprio lei.
      Però ne parlerò ancora, prima o poi.

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