Erich Maria Remarque e l’orrore


 

 

di Marco Freccero.
Pubblicato il 18 gennaio 2021.

 

 

Ho riletto “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, un romanzo che avevo letto, se ricordo bene, oltre trent’anni fa. Ed era quindi tempo di tornare a lui. La mia vecchia edizione degli Oscar Mondadori, acquistata nel 1986 qui a Savona, fa ancora egregiamente il suo dovere, anche se meriterebbe una traduzione nuova di zecca (è a cura di Stefano Jacini, ed è del 1923, se non ricordo male). A questo proposito…

Riveduta e corretta?

C’è anche l’edizione di Neri Pozza, e la traduzione è di… Stefano Jacini (sempre lui), ma è stata aggiornata e revisionata da Wolfango della Croce. Il che vuol dire che certi termini desueti probabilmente sono stati sostituiti.

Per chi lo ignorasse: Remarque participò alla Prima Guerra Mondiale e nel 1918 fu anche insignito della Croce di ferro e altre amenità. Nel 1919 rinuncia a medaglie e decorazioni.

L’esperienza del fronte lo indusse a scrivere quello che è poi diventato uno dei romanzi già venduti del Novecento, con riduzioni cinematografiche di grande successo. La sua produzione (finita poi nel mirino dei nazisti, che ne bruciarono i libri perché “disfattisti”) solo di recente si è allargata anche a “La terra promessa”, il suo romanzo ambientato negli Stati Uniti, e mai concluso perché un aneurisma lo uccise in Svizzera (dove è sepolto con la moglie Paulette Goddard, attrice ed ex moglie di Charlie Chaplin).

C’è un sito con qualche pagina in italiano per conoscere meglio la biografia di questo scrittore tedesco.

Ma parliamo del suo romanzo più celebre. Si tratta, per chi ancora non lo conoscesse, della storia, narrata in prima persona, di un giovane soldato, Paolo Baumer (alter ego dell’autore, come si può comprendere), che assieme ai suoi commilitoni (no, si tratta di amici: se affronti la morte ogni secondo, chi ti sta vicino è amico, più che amico), affronta il carnaio della Prima Guerra Mondiale. Hanno vent’anni più o meno; e per non impazzire sono diventati cinici, volgari, e non pensano al domani.

Un paio di stivali e la gamella del cibo piena è tutto quello che serve. Poi sigarette. Ma è lo stomaco che si deve curare. Tutti i pensieri (quando non ci sono i combattimenti, gli attacchi con il gas), sono per la pancia. Che deve essere piena, ma il rancio di rado è decente. E allora ci si arrangia.

Basta poco

In questa dura rappresentazione della guerra (cadaveri sugli alberi perché le bombarde, quando scoppiano, strappano via letteralmente il soldato, e i suoi pezzi finiscono un po’ ovunque) non c’è solo il mostrare come un essere umano giovane e forte, pieno di speranze, viene ridotto in una buca del terreno a tremare di paura e freddo. 

Perché basta poco (una licenza), e quella corazza di cinismo che fa guardare quasi più agli stivali del commilitone che sta morendo, che a lui, si incrina.

Tornano alla memoria gli attimi e la luce che c’erano “prima”. Tutto l’entusiasmo per la guerra, rafforzato dalla propaganda, dagli insegnanti, è stato instillato in questi giovani ad andare ad ammazzare altri giovani come loro. E dopo tanta trincea Paolo Baumer è persuaso che ormai lui, e i suoi amici, siano in un certo senso perduti. La guerra è un’esperienza troppo feroce, e anche se ne esci vivo, sei a pezzi per sempre. E rimettere assieme i cocci non è più possibile.

O forse…

Il nemico

Sono forse due gli episodi cardine del romanzo. Il rimo: quando Paolo Baumer accoltella a morte un “nemico”. Sono entrambi in una buca, e lui per ore rimane lì, vicino al francese che rantola (non può ritirarsi verso le sue trincee). E scopre che al di là delle chiacchiere della propaganda il nemico è uno come lui. Da qualche parte in Francia ha una casa (di certo umile); una moglie, uno o più figli. Questa consapevolezza arriva solo quando si trova faccia a faccia con “l’altro”. I pidocchi, la fame, il freddo, il terrore dei gas, i commilitoni sventrati (letteralmente): sono esperienze che spingono il singolo soldato a sopravvivere a qualunque costo. A diventare duro, indifferente per meglio procedere nella mattanza. Ed è esattamente quello che le gerarchie militari desiderano. La ragione, il bello, tutto ciò che sui banchi di scuola si era imparato e sognato: in trincea non servono, anzi. Rischiano di far impazzire. La ragione bisogna metterla da parte, come l’igiene. 

Bramosia di vita

Il secondo episodio.

Il romanzo verso la fine vede il protagonista ferito. Viene ricoverato, curato, conosce nella camerata dell’ospedale altri soldati. Torna al fronte il suo amico Kat muore. Si sente parlare sempre più di armistizio, ma la guerra comunque procede e la vita dei soldati peggiora. Paolo viene spedito a riposo per due settimane per aver respirato del gas. Ormai siamo alle battute finali. È in quei giorni che il protagonista guarda a quello che è diventato e decide comunque che il suo futuro sarà affar suo e in mano sua. Non ha pinnula: né sogni né illusioni, eppure questo non lo getta nello sconforto. Gli dona una nuova forza, anche a lui sconosciuta probabilmente, per affrontare con energia i giorni che verranno. 

Peccato che saranno maledettamente pochi.

Naturalmente un libro come questo non ha evitato alla Germania, o all’Europa, di precipitare in breve tempo nella Seconda Guerra Mondiale. I meccanismi della menzogna, della manipolazione, dopo qualche anno hanno ripreso a funzionare e hanno ancora una volta avuto la meglio, generando una mattanza di cinquanta milioni di morti. Le persone, uomini e donne, si sono volentieri prestati ancora una volta a diventare la massa cieca e senza pensieri che ha ridotto questo continente un cumulo di macerie.

Si tratta quindi di un libro come tanti, e come tanti inutile? 

Certi libri sono n po’ come le recensioni che troviamo su Amazon. Vale a dire ci confermano nella nostra volontà: di comprare (se siamo appunto su Amazon), oppure di intraprendere un cammino che a noi pare quello più corretto. Si legge Remarque, oppure George Orwell, perché la pensiamo già come loro, e abbiamo bisogno di conferme. 

Il dramma è in quelli che non pensano, e pensano di pensare molto, e in modo estremamente intelligente. Un libro come questo, probabilmente non lo leggeranno mai.

Elaborazione in corso…
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15 commenti

  1. Letto anch’io molti anni fa. Direi cinquanta nell’edizione della Medusa, quei verdoni che oggi sarebbero orribili. Ricordi molto pallidi, ci mancherebbe altro 😀 ma ricordo che non è stato un autore molto amato per la crudezza del suo narrare.I termini saranno desueti ma li preferisco alle traduzioni moderne ?? che spesso travisano il senso delle frasi.

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  2. Letto molti anni fa, un testo rimasto scolpito nella memoria, è importante ricordare certi libri, anche se, magari, saremo sempre in pochi ad apprezzarli.

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  3. Accidenti la chiosa finale è tristemente vera. Lessi molto tempo fa, la bramosia per gli stivali degli altri mi ha riportato indietro ai tempi della mia adolescenza in cui lessi questo romanzo probabilmente senza capirlo a fondo. È senza dubbio da rileggere (ma chissà dove è finito!)

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  4. Non l’ho (ancora) letto, credo di aver però letto il passo degli stivali in classe alle superiori. Scena ripresa in vari modi in molti film che raccontano l’orrore della guerra. L’istinto di sopravvivenza, quello più basso e animale.

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