A proposito dei giusti, e del loro numero esiguo


 

di Marco Freccero.
Pubblicato il 25 gennaio 2021.

 

 

 

 

Uno dei migliori libri letti nel 2020 (anzi: ebook), è stato “I giusti” dello scrittore olandese Jan Brokken. L’editore è Iperborea, e di questo scrittore avevo già letto “Anime baltiche” (nel quale si parlava delle repubbliche baltiche: Lituania, Estonia e Lettonia), e poi “Il giardino dei cosacchi”. In questo si affrontava l’amicizia tra Dostoevskij e il barone von Wrangel quando lo scrittore russo invece di essere fucilato, fu spedito a scontare la condanna in Siberia.

Ma torniamo al libro “I giusti”. 

Cos’è che spinge una persona a essere (o a diventare) un giusto?

Lituania, 1940

Il libro è ambientato in Lituania ed esattamente nella città di Kaunas dove il rappresentante olandese della Philips fa… Il rappresentante della Philips. L’anno è il 1940 e l’Europa è già sprofondata nella Seconda Guerra Mondiale. Moltissimi ebrei si rifugiano proprio in Lituania perché li accoglie ancora, ma è evidente che tutto sta per precipitare. Sì, arriveranno i russi, perché con la Germania di Hitler si prendono le repubbliche baltiche; ma presto si scatenerà l’Operazione Barbarossa e l’invasione della Russia. E in Lituania gli ebrei saranno massacrati senza pietà dai lituani e dalle truppe naziste.

Jan Zwartendijk, il rappresentante della Philips, nemmeno ci pensa a diventare console. Una sera, mentre è già sul marciapiede e sta chiudendo il suo ufficio, squilla il telefono del suo ufficio. Rientra, alza la cornetta e la sua vita cambierà.

Assieme al console del Giappone Sugihara (ma i due non si incontreranno mai), rilascerà visti per il Curaçao, mentre il collega giapponese rilascerà visti per il transito attraverso il Giappone.

Salveranno migliaia di vite, non è possibile conoscere il numero esatto di questo salvataggio. Attraverso l’Unione Sovietica e grazie alla Transiberiana, i profughi ebrei raggiungeranno Vladivostok e da lì gli Stati Uniti, attraverso appunto il Giappone, o altre nazioni come l’Australia. Oppure approderanno a Shangai, dove ci saranno oltre 25.000 ebrei durante la guerra.

Una domanda corretta?

La domanda di prima però non era corretta. Quella giusta dovrebbe essere: Che cosa spinge una persona a non essere un giusto? A restare una persona scenografica, che non si lascia coinvolgere, che si tiene ben distante da quanto accade, e spesso e volentieri gira la testa dall’altra parte? Che invece di diventare protagonista, preferisce appunto restare sullo sfondo, immobile e indifferente.

La paura.

La convenienza.

L’odio.

Ci sono una tonnellata di ragioni che spingono le persone a infischiarsene di quello che succede ai propri simili. Ma di sicuro sono sempre persone che scelgono. Magari “dopo” fingono di non sapere e si scusano; ma sanno bene che cosa accade. E fanno una scelta.

Soprattutto, non è una questione di cultura. Basterebbe leggere la biografia degli artisti, degli scrittori, per farsi passare velocemente la voglia di leggere. Buona parte di essi è sempre stata piuttosto servile nei confronti delle dittature, o del potente di turno.

Quindi la cultura, i viaggi o i libri non servono a molto. È appunto una scelta che compie il singolo, una decisione che ha a che fare con la sua idea di umanità, con l’idea che ha costui di sé, degli altri. Dei vicini.

In docile attesa

In questo libro c’è almeno un episodio, tra i tanti che Jan Brokken riporta. Ha a che vedere con la scelta, ma è un po’ differente.

I russi hanno invaso la Lituania. Non guardano agli ebrei ma ai lituani nazionalisti, che impiccano agli alberi del parco pubblico di Kaunas. Ogni albero, un impiccato.

Un giorno il padrone di casa, in lacrime, si presenta alla famiglia Zwartendijk. Siccome parla il lituano, sarà spedito in Siberia con moglie e figlia. 

Non fuggiranno. Verso mezzogiorno scenderanno in strada, in attesa, con una valigia in mano. Dopo un po’ arriva un camion russo, e l’uomo, senza un saluto alla figlia o alla moglie, vi sale, e il mezzo si allontana.

Passa qualche minuto, un altro camion russo. Si ferma, figlia e madre salgono. Di loro non si saprà mai più nulla.

Anche qui: perché non fuggire? Perché almeno non provare a fuggire? Perché rendere le cose così facili ai carnefici?

Domande facili. Nel 1940 vivere il Lituania, un vaso di coccio tra vasi di ferro, era molto complicato. Fuggire tanto per cominciare richiedeva denaro (per esempio, se si otteneva un visto per Curaçao il biglietto per la Transiberiana costava 400 dollari). E poi, come si poteva fuggire se tutti i Paesi confinanti o erano in guerra, oppure desideravano con tutte le loro forze evitare di offrire pretesti agli aggressori?

L’esempio non aiuta

Forse una risposta alla domanda che cosa rende un uomo un giusto non è possibile, oppure più complicata di quanto appaia. Perché rispondere “Basta ascoltare la propria umanità” non è sufficiente. 

E perché alcuni furono così docili da rendere ai carnefici il lavoro ancora più facile: anche questa è una domanda dalla risposta troppo complicata. L’esempio di alcuni non aiuta, non serve, non riesce a spingere gli altri a smettere di guardare, e ad agire in difesa dei più indifesi.

Una possibile spiegazione potrebbe essere questa: l’essere umano è cattivo. Sceglie di non scegliere (quindi resta nel male), perché si sente a casa sua. È a casa sua. E abbandonarla sarebbe come creare una ferita, una lacerazione troppo profonda. Lo renderebbe solo, distaccato dai suoi simili, in un territorio che almeno agli inizi non gli darebbe alcun vantaggio. E forse anche in seguito: quali vantaggi potrebbe ricavarne?

E siccome il male è la sua vera natura, libri e viaggi sono del tutto inutili. La cultura aiuta a rendere più raffinata la nostra ferocia.

Finale amaro

 Inutile aggiungere che Jan Zwartendijk, terminata la guerra, fu rimproverato dalle autorità olandesi per aver agito in quel modo imprudente e fuori dalle regole. E il silenzio dei sopravvissuti (almeno il 95% sopravvisse grazie a lui e al console giapponese), non si fece mai sentire. Per questo concluse che dovevano essere tutti morti, che il suo impegno non era servito a nulla. Muore nel 1976 senza conoscere l’entità del suo successo, in un Paese, l’Olanda, che ignora il valore di un simile uomo. Superfluo svelare che in famiglia lui parlò poco o nulla di quello che aveva compiuto in Lituania, anche se moglie e figli avevano ben sentore che stavano rischiando la vita, usando cavilli che qualunque soldato, con un colpo di pistola, avrebbe potuto troncare.

Nel 2003 nella città di Kaunas si organizza una piccola cerimonia: affiggere una targa sull’edificio dove c’era l’ufficio della Philips. Il proprietario di oppone: dichiara che non vuole targhe dedicate agli ebrei su una sua proprietà. Il cuore maligno dell’Europa è più vivo che mai.

11 commenti

  1. La grandezza e, viceversa, la piccolezza dei singoli determina la storia. È difficile stare dalla parte giusta e diventare dei giusti. Come dici tu, paura, convenienza, odio determinano tutto ciò. Sentimenti che poi sono tutti riconducibili alla paura. Io credo che per essere giusti ci voglia tanto tanto coraggio e non sempre riusciamo ad avercelo.

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  2. Mi faccio spesso questa domanda: se fossi vissuta ai tempi del fascismo avrei fatto la scelta giusta?
    Avrei difeso un ebreo rischiando la mia vita? Io non so rispondere, forse la paura avrebbe avuto il sopravvento sulla pietà, forse mi sarei girata dall’altra parte. In verità non lo so.
    Anche oggi quando respingiamo i migranti, chiusi nella sicurezza delle nostre case, non pensiamo che si tratta di persone che stanno scappando da un oppressore, scegliamo di non pensarci.
    Insomma stare dalla parte dei giusti può non essere semplice, serve coraggio e la forza di non opporsi con la fredda ragione.

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  3. Non credo che l’uomo sia “cattivo”; è un termine troppo assoluto. Quando dici “uomo”, parli di un’essere fatto di esperienze, di paure e desideri, di passioni, di rabbia, di idee… voglio dire, c’è di tutto dentro. Un gesto, una scelta, sì, possono essere malvagi, punto. Perché accettare il ruolo di vittime senza lottare? Questa domanda mi fa venire in mente un libro: “Dialoghi con l’Angelo”, a cura di Gitta Mallasz, in cui si parla anche di questo; si parla di… tutto.

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  4. Ho visto vari spezzoni di documentari in questi giorni, in occasione della Giornata della Memoria, e ho scoperto cose di quel periodo che ancora ignoravo. Per esempio: uno dei primi film-reportage che raccontano l’orrore rinvenuto nei campi di concentramento alla liberazione è stato montato e curato da Alfred Hitchcock in persona.
    Hanno fatto vedere cumuli di oggetti, i nazisti non buttavano via niente, dalle dentiere alle spazzole, dagli occhiali da vista a montagne di sacchi di capelli umani, accuratamente selezionati e divisi per colore. Tutto veniva catalogato e venduto. L’orrore dell’orrore. Poi ho ascoltato la testimonianza dell’ultimo bambino liberato (dopo di lui hanno chiuso le porte di Auschwitz) e tra le varie riflessioni c’è quella che Mengele, l’angelo della morte, il dottore che effettuava esperimenti sui bambini gemelli, era una persona estremamente gentile. Curato, pulito, sempre ben rasato, voce calma, gentile, affabile. L’angelo della morte.
    Questo per dire che non so dare una risposta. Perché ci sono i giusti, i meno giusti e i cattivi, che sono convinti di essere giusti ovviamente. Non lo so. Se non che il male è una particella dell’Uomo e che ne prende il sopravvento quando manca la Ragione. Forse è questo.

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