Un anno di Fedor Dostoevskij


 

di Marco Freccero.
Pubblicato il 1° febbraio 2021.

 

 

 

Molti lo sapranno già (io almeno lo so già): il 2021 è un anno importante per chi ama Fedor Dostoevskij. Si tratta infatti dei 200 anni dalla nascita (1821), e dei 140 dalla sua morte. Di certo in Russia ci saranno un sacco di celebrazioni, con San Pietroburgo in prima fila. Immagino che anche in Italia ci sarà qualcosa di importante: convegni, pubblicazioni (le Lettere, oltre 1300 pagine per un costo di oltre 70 euro, sono in vendita da qualche mese. Un sogno proibito), e probabilmente qualche nuova traduzione delle sue opere più importanti.

Per quel che può valere, io rileggerò durante quest’anno alcuni libri di Fedor: di certo “Umiliati e offesi”; “L’idiota” e “Memorie dal sottosuolo”. Anzi: “Scritti dal sottosuolo” secondo una traduzione più fedele all’originale (così almeno scrive l’editore). Per quale motivo proprio Fedor? Che cosa ha da dire di interessante questo scrittore russo alla gente del 2021?

Perché Fedor?

Si potrebbe liquidare la faccenda affermando che gli anniversari producono esattamente questo genere di cose: la celebrazione più o meno entusiastica dell’autore. Il che è di certo vero. 

Eppure questo scrittore che non scriveva bene (lo dice anche Lev Tolstoj), che non regge il paragone con un Flaubert, perché riesce ancora oggi ad attirare l’attenzione e l’affetto incondizionato di così tante persone? E non solo tra gli accademici, oppure i docenti universitari (Lì è del tutto ovvio). 

Non parliamo affatto di uno scrittore di nicchia, un Richard Yates che trova ospitalità solo tra i critici e una manciata di lettori entusiasti.

Sì, ha la sua bella legione di detrattori (Nabokov su tutti), con un sacco di frecce al loro arco; ma questo è inevitabile. 

Dove siamo arrivati?

Invece di chiederci che cosa Fedor ha da offrire, forse dovremmo iniziare a chiederci che cosa manca a noi; che cosa manca a questa società grassa e stanca, e perché anche i giovani ben volentieri si lanciano a leggere le opere di questo russo favorevole al voto alle donne, e contrario alla pena di morte. Per quale strampalata ragione lì, in quelle pagine scritte oltre un secolo fa (“Delitto e castigo” fu pubblicato nel 1866), ci sarebbe valore e senso, mentre qui, ora, non ci sarebbe molto valore, e il senso ce lo siamo persi per strada senza nemmeno sapere dove e come. 

Per questo ci volgiamo indietro, e cerchiamo lui.

La mia idea (per quel che può valere), è che il tipo di società contro la quale Dostoevskij scriveva, si è puntualmente verificato. Se esiste qualcosa (per esempio) che lui detestava cordialmente, era l’idea che l’ambiente fosse la causa di tutti i mali. Bastava quindi “bonificare” appunto l’ambiente e tutto si sarebbe risolto per il meglio.

Raskolnikov? Certo, è un povero studente che vive in uno stambugio grande quanto un armadio. Ma alla fine del romanzo getta infine la maschera e svela la ragione che lo ha spinto al duplice omicidio: voleva uccidere. Mentre il suo amico Razumichin, pure lui in cattive acque, mai si sogna di adottare una qualche condotta estrema o violenta. Anzi, cerca di aiutare Raskolnikov offrendogli del lavoro (offerta che sarà lasciata cadere). 

Ne “I demoni” tutto è annidato nelle classi agiate, quelle che dovrebbero condurre la Russia sulle strade del progresso (quelle percorse dall’Occidente), con il risultato che conosciamo. 

Non è un problema di ambiente

Non è un dettaglio. Dostoevskij infatti non crede affatto che l’ambiente sia il detonatore delle peggiori cose, e che una volta risolto il problema ambientale, avremo una società più felice. Luzin, un personaggio di “Delitto e Castigo”, è uno di quei tipi tipicamente dostoevskijani, cattivi, che cerca di adeguarsi alle idee dello spirito del tempo, ma solo perché presume che lo possano agevolare nella sua scalata alla società bene di San Pietroburgo.

Non è strano che un uomo finito in Siberia tra i peggiori uomini, colpevoli di ogni nefandezza, abbia tuttavia elaborato una visione del mondo così… Limpida?

Fedor ha simpatia per le studentesse. Le invita a darsi da fare, a studiare insomma. Sa che l’istruzione è importante, ma è anche consapevole che essa rappresenta solo uno strumento. La sua idea di essere umano non è quella di un guscio vuoto che se riempito di cose buone, di certo farà cose buone. E se le fa cattive è perché è stato riempito di cose cattive.

Niente del genere. 

Ogni essere umano è un: Boh!

Ogni essere umano è un tipo imprevedibile e: “Due più due fa cinque” (come si legge nei “Ricordi dal sottosuolo”). Quindi nel 2021 si dovrebbe leggere Dostoevskij perché lui non ha fiducia nell’essere umano? Perché è un inguaribile pessimista?

Ma anche questo probabilmente rischia di essere un sistema per ridurre la forza della sua scrittura.

Fedor, proprio perché SA che l’essere umano è cattivo e sceglie di abbracciare la cattiveria (perché lì si sente davvero a casa), può affermare, innanzitutto, di conoscerlo per quello che è; e non è un dettaglio. Nei romanzi di Dostoevskij c’è un prepotente bisogno di vita e una vigorosa volontà di riaffermarne il primato (d’altra parte, se finisci in Siberia e non muori e non diventi matto: questo potrebbe essere l’esito). Anche per questa ragione immagino che lui non sia mai svenevole, o ottimista. 

Il suo ritorno al cristianesimo non ha coinciso con la dissoluzione degli interrogativi. Ha solo accettato, Fedor, di averci ancora a che fare, ma anche di non piegarsi, di non cedere a essi.

Perché i bambini soffrono?

Perché il dolore innocente?

Tolstoj mi pare che risponda (non a queste domande però) affermando che il male è nella società, nella Chiesa ortodossa, nell’ipocrisia e nel conformismo delle classi agiate e aristocratiche, e confeziona un romanzo come “Risurrezione” bello, ma prevedibile. Si capisce dove vuole andare a parare e infatti finisce esattamente in quel modo lì. La sua risposta al dolore la si ritrova ne “La morte di Ivan Ilic”: la vita è una malattia, una specie di agonia. Solo con la morte essa ha finalmente termine.

La tenuta di Jàsnaja Poliàna (e qui scrivo ancora di Tolstoj) è il tentativo, naturalmente fallito, di costruire un mondo il più vicino possibile al suo ideale, e che non poteva certo trovare a Mosca. E fallisce perché… C’è lui. C’è l’essere umano, libero.

Fedor, no. 

Anche Fedor sa che l’essere umano è libero, ma arriva alla conclusione che se non ci fosse un ambiente, una società, una famiglia attorno a lui; sceglierebbe il male per il gusto di farlo. E con la stessa violenza con cui pratica il male, sarebbe capace dieci minuti dopo di praticare il bene, altrettanto “violentemente”.

È la sua adesione alla realtà che lo rende così attuale, e che ci si sposti in carrozza, oppure a bordo di una Tesla non fa differenza. Chi sta sui sedili non pare essersi ancora ripreso da: ma da che cosa? 

L’eccezione del bene

Una madre che mette il figlio in un forno a microonde: bisognerebbe semmai chiedersi che cosa trattiene le madri dal compiere un gesto del genere. L’eccezione è il bene, non il male.
A me pare che molti romanzi di Fedor siano il tentativo di fornire una giustificazione al bene che si respira in questo mondo; nonostante questo sia l’impero del male. Bene che non trionfa (ancora: basta ricordare “L’idiota”), ma che c’è, esiste, respira, avanza e si ripresenta a dispetto delle umiliazioni e le sconfitte. È sufficiente guardare a Sonia Marmeladova che incontriamo in “Delitto e castigo”. Qualcuno potrebbe dire che prima o poi sarebbe decaduta per sempre (lo stesso Raskolnikov ne è consapevole). Eppure lei, in Siberia, di fronte a un Raskolnikov che è incapace di riconoscere il suo male, resta salda sulle sue posizioni. Non le declama: è “solo” presente. Impietosisce i galeotti (gente che ha ammazzato), perché non chiacchiera (mentre Raskolnikov amava le sue elucubrazioni), ma si mostra, si propone, si fa presente e aiuta. Porge la mano e non fa altro, e quei tipi che magari hanno anche decapitato un uomo, la amano.

Ecco: Fedor forse ha sempre scritto del bene che compare e riappare quando meno te lo aspetti, senza sapere il perché o il percome. Scaturisce anche dall’animo più corrotto, e che può salvarlo: purché l’individuo, che è e resta libero, lo desideri. Altrimenti partirà per l’America, come Svidrigajlov.

Insomma: ci sarà un sacco da parlare, in quest’anno dedicato a Fedor.

Elaborazione in corso…
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9 commenti

  1. “È la sua adesione alla realtà che lo rende così attuale, e che ci si sposti in carrozza, oppure a bordo di una Tesla non fa differenza.”
    Già. Me ne sono accorta l’altro giorno, sto terminando Anna Karenina di Tolstoj, alla fine della parte sesta c’è l’elezione del maresciallo del governatorato (se ho capito bene, mi sfugge l’organizzazione amministrativa di quei tempi) ma per come è descritta questa elezione e il comportamento dei nobili (sia i “veri” nobili sia i contadini “arricchiti”), caotici, calcolatori, minacciosi, urlanti, offensivi… mi è sembrato che non sia cambiato proprio nulla, e che Tolstoj stesse descrivendo quel gran pollaio del nostro parlamento italiano. Ne più ne meno.
    Quindi sì, questi russi o avevano la vista lunga o avevano già compreso tutto. 😉

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