Parliamo ancora di Tolkien


 

di Marco Freccero.
Pubblicato l’8 febbraio 2021

 

 

 

 

Il 3 gennaio era l’anniversario della nascita di John Ronald Reuel Tolkien. Arrivo quindi con abbondante ritardo a ricordare questa data, ma in verità non desideravo esattamente questo. Semmai, volevo parlare un poco di questo autore inglese, con libertà, senza essere costretto appunto da date e ricorrenze.

Certo: ci sono un po’ ovunque risorse e siti capaci di farlo meglio di me. Forse potrei solo aggiungere che… Ecco: ce ne sono fin troppe. Siamo certi che il professor Tolkien sarebbe ben disposto di fronte a tutto questo interesse?

In fondo lui diceva che… Ma una cosa per volta!

Se una lingua non ha le sue storie

Uno degli aspetti più interessanti di Tolkien, e che ho già affrontato in passato proprio su questo blog, è che lui inizia a scrivere le sue storie per dare una specie di “cittadinanza” alla lingua della Terra di Mezzo. Una lingua che non ha delle storie, una lingua che non racconta storie, semplicemente non esiste. Per questa ragione in precedenza (vale a dire: in un altro articolo che adesso non ricordo proprio) ho dichiarato che ogni autore scrivendo delle storie offre cittadinanza (riparo?) alle parole di una lingua che forse vanno scomparendo. 

Alle parole di una lingua? Oppure a una lingua, semplicemente?

Perché ci sono parole che non dovrebbero scomparire, ma attenzione. Non mi riferisco ai termini che naturalmente finiscono nel dimenticatoio perché una lingua si evolve e quindi si libera di tutto ciò che non serve. In questo le persone (non i docenti universitari, né gli scrittori) sono proprio sovrane: possiamo anche arrabbiarci perché certe belle parole della lingua italiana non si usano più.

Ma non possiamo farci molto.

Dare cittadinanza a una lingua attraverso le storie (e cos’altro, altrimenti? Come può vivere una lingua se non racconta storie?) non è però solo un mezzo per renderla viva. 

Probabilmente è anche un buon mezzo per permettere alle persone di essere in qualche modo rappresentate. “Il Signore degli Anelli” è soprattutto (tra i molti significati che racchiude, e sono davvero tanti), una storia che ha bisogno di un altro “mondo” per meglio parlare al nostro mondo. La Terra di Mezzo è l’ambiente ideale per osare una riflessione seria ma non noiosa su questa Terra. 

“Veramente terrificante”

Tolkien non amava gli Stati Uniti, ma era consapevole che la Seconda Guerra Mondiale si sarebbe vinta solo con essi. E poi, che cosa sarebbe accaduto?

Seriamente: trovo questo America-cosmopolitismo veramente terrificante.

Non amava nemmeno il nazismo e il comunismo (respinse i tentativi di identificare Mordor con il comunismo, però). Ma quasi certamente credo che scrivesse quelle storie, e non altre, perché rappresentavano un mondo che stava perdendo terreno sempre più.

Negli Stati Uniti il movimento “hippy” adotta “Il Signore degli Anelli” comprendendolo molto poco (come succede sempre quando il successo è colossale). Pensavano fosse il loro manifesto quando invece si trattava (se proprio vogliamo parlare di manifesto) di una colossale elegia a un tipo di persone, di uomini, che sapevano bene chi erano e quale era il loro posto nel mondo. E se anche perdevano la bussola, erano consapevoli che comunque tutto discendeva e derivava da essi.

Gli hippy sognavano un Eden che presto si sarebbe realizzato, un mondo “Pace & Amore”; Tolkien raffigurava un mondo dove il male tornava sistematicamente a sfidare gli uomini, a vincerli (almeno per un poco). Un mondo dove bisognava vigilare sempre, perché c’erano sempre uomini che sceglievano consapevolmente il male. 

C’è proprio da chiedersi che cosa diavolo leggessero negli anni Sessanta, negli USA, per non vedere con sufficiente chiarezza lo scopo di Tolkien. Forse leggevano “dopo” aver assunto sostanze le più diverse. Ecco, questa potrebbe essere la spiegazione (molto parziale).

Aveva idea di che cosa stesse scrivendo, Tolkien?

La dignità del libro

Dopo aver letto le sue lettere (un po’ di tempo fa), posso quasi certamente affermare: No. Come diceva Flannery O’Connor: devo scrivere per capire che cosa sto scrivendo.

Dopo l’imprevisto successo dello Hobbit l’editore gli chiede un altro libro. Lui vorrebbe pubblicare “Il Silmarillon”, lo propone; glielo respingono (vedrà la luce solo dopo la sua morte, e a cura del figlio Christopher).

Si mette all’opera sul Signore degli Anelli, ma lui stesso (nelle lettere) afferma di non sapere dove piazzarlo, come definirlo. Non c’era nulla di pianificato, non c’era lo studio del pubblico, dei suoi umori o delle sue pretese. 

Nulla del genere.

Se qualcuno adesso pensa che probabilmente ai nostri giorni Tolkien si butterebbe sull’autopubblicazione: può pensarlo. Ma è troppo banale provare a immaginare Tolkien autoeditore.

Per quel poco che ho capito frequentandolo, credo che avrebbe tranquillamente chiuso in un cassetto il manoscritto. Lui era un uomo che credeva ancora in un mondo dove il libro aveva una sua dignità, e questa dignità era dovere dell’editore lucidarla, metterla bene in mostra, agire affinché arrivasse ai lettori giusti. E se non c’era un editore disposto a scommettere sul libro, a metterci dei soldi insomma, lui era la persona che preferiva appunto un cassetto; senza alcun rimpianto.

Il mondo cambia, vero?

Grazie ai film, adesso Il Signore degli Anelli è diventato un successo stratosferico (ma i diritti non appartengono più alla famiglia Tolkien). Prossimamente ci sarà pure la serie televisiva targata Amazon, e questo non farà che rendere ancora più forte il fascino di questo libro. Il libro è diventato l’umile servitore delle serie televisive; oppure del cinema. Bene? Male? Mah!

Che cosa volevo dire, però?

Un passo indietro

Adesso ricordo.

Quanto al messaggio: in realtà non ne ho nessuno, se intende un consapevole obiettivo nelle scrivere Il Signore degli Anelli di predicare, o di fornire una visione di verità a me specialmente rivelata! Ho scritto soprattutto una storia interessante, in un’atmosfera e in uno scenario che personalmente trovo affascinanti.”

Certo, magari si tratta di una posa, ma di certo il professore sapeva fin troppo bene che una storia, prima di avere un messaggio (perché ce l’ha eccome un messaggio, da qualche parte), deve essere “interessante”. Che tradotto in soldoni: dovrebbe spingere il lettore a girare la pagina, e poi l’altra pagina, e poi ancora l’altra pagina: sino all’ultima. E non è poi così semplice come appare. 

Il messaggio c’era eccome, ma se prima ho scritto che forse era una posa, adesso potrei scrivere qualcosa di diverso. 

Probabilmente si trattava dell’umiltà di un professore che, non ancora travolto dal successo dell’edizione statunitense (piratata) del Signore degli Anelli, faceva quello che un autore deve fare: un passo indietro.

Ecco perché parlo dell’umiltà.

Il messaggio c’era, ma esiste anche il lettore: a questo bizzarro essere mitologico occorre lasciare l’ultima parola. È lui e lui solo che è in grado di scovare sensi e significati che l’autore non è assolutamente in grado di scorgere (anche se ha scritto la storia). Se celebriamo Dante Alighieri è perché racchiude, nella sua opera, significati che lui stesso ignorava, o non aveva ben chiaro. E non per sminuirlo. 

Forse gli scrittori mediocri sono diretti; così diretti che non hai bisogno di preoccuparti di nulla. Hanno annientato la complessità della realtà, riducendola a un omogeneizzato che un cuore e un cervello atrofizzato possono sostenere senza alcuno sforzo.

Invece uno scrittore (bravo) getta in abbondanza i suoi semi ovunque, su qualunque terreno: perché deve essere generoso; anzi munifico (a proposito di termini che finiscono nel dimenticatoio). 

E alla fine non può che restare sorpreso lui medesimo davanti a ciò che raccoglie. Anche dove credeva che non ci fosse nulla di speciale (che non crescesse nulla: perché quel dialogo non era niente di speciale), ecco che invece salta fuori una pianta: e che pianta! E questo riesce a ottenerlo solo perché ha imparato a conoscere la realtà; ed è complessa. 

Che strano: dovevo parlare di Tolkien e finisco col parlare di piante. Ma, un momento: e gli Ent? Giusto: allora sono perfettamente in argomento.

Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.

11 commenti

  1. Non avevo mai pensato all’ipotesi di offrire cittadinanza alle parole di una lingua! Nello stesso modo si potrebbe dire: si offre un riparo a storie che altrimenti nessuno racconterebbe più..

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  2. Le piante sono importanti, sono la vita, ci sarà un motivo se Tolkien ha inserito anche loro nel romanzo…😉
    Ci sono molte allegorie ne Il signore degli anelli, per questo credo sia una storia universale e senza tempo.

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  3. Un modo per presentare Tolkien in maniera diversa. Amo i suoi libri, anzi amo Hobbit e la trilogia del Signore degli anelli e le avventure di Tom Bombadil e le lettere di babbo Natale.
    Il Silmarillion non sono mai riuscito a finirlo. ogni tanto ci provo ma poi desisto, come i racconti perduti , quelli incompiuti, ecc.
    Non che questi siano paccotaglia ma sono bozze di qualcosa che doveva servigli per altri romanzi o parti scartate del signore degli anelli.

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      • Il Silmarillion è strano. Non è un romanzo e nemmeno una raccolta di racconti. Sono tanti spezzoni di idee di Tolkien di cui alcune troveranno spazio e e senso nel Signore degli anelli. Quindi non fatico a credere che sia stato rifiutato. Diciamo che è stata la prima bozza del Signore degli anelli e lo sdoganamento del linguaggio della Terra di Mezzo. In appendice c’è il glossario di questa lingua. Interessanti sono le tabelle con l’albero genealogico di quelli che poi troveranno spazio nella trilogia e l’indice dei nomi. Una sorta di riassunto dei vari personaggi.

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  4. Nelle sue lettere ci sono alcuni passaggi in cui è molto chiaro come Tolkien si sia immerso nella stesura de Il Signore degli Anelli andando a tentoni, e solo dopo un certo tempo si sia reso conto di ciò che stava uscendo dalla sua penna. A quel punto, però, era troppo tardi. Come dice lui, ormai la storia aveva deciso di svilupparsi a quel modo, e lui non poteva più farci niente.

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  5. Il manifesto degli hippy? Il Signore degli Anelli?? Mah… forse dopo aver fumato i lacci della scarpe…
    E se quel povero professore si fosse solo messo lì, a scrivere una storia per il gusto di scrivere, a raccontare le avventure di un mondo immaginario per fuggire da quello reale, che in mezzo alla guerra faceva molto più paura dell’occhio di Mordor? I messaggi, se ci sono, sono arrivati da soli, con la storia. E’ la storia che comanda. 😉

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