George Orwell a proposito di Charles Dickens


 

 

di Marco Freccero.

Pubblicato il 15 febbraio 2021.

 

 

 

 

Nel libro di George Orwell “Letteratura palestra di libertà” (Mondadori) che ho letto un po’ di tempo fa, c’è un lungo scritto dello scrittore inglese su un altro illustre scrittore inglese: Charles Dickens.

Orwell lo apprezzava, e per questo si pone una domanda e cerca di rispondere. Siccome lo apprezzava, lo analizzava, lo criticava. Non so se siano critiche tutte condivisibili (e io non posso certo mettermi a rivaleggiare con il buon George, vero?) però alcune di esse le esporrò nel resto di questo articolo. 

E la domanda che si pone George Orwell è la seguente.

Charles Dickens, proletario?

Perché uno scrittore così amato dalle folle è stato poi sepolto a Westminster? Perché uno scrittore del suo genere ha ottenuto un simile onore?

Orwell parte innanzitutto con il ricordare che alcuni marxisti, e anche Chesterton, hanno visto in Dickens uno scrittore proletario che scriveva di proletari (e questo potrebbe giustificare l’enorme successo popolare riscosso da Dickens). E qui, dice Orwell, ecco il primo errore. Perché Dickens non è mai stato un vero scrittore proletario. Si tratta di una forzatura.

Sì, ci sono le persone umili nelle sue opere, ma fanno una comparsa quasi casuale. Anche se quando era poco più di un bambino finì in una fabbrica a lavorare, e fu un’esperienza traumatica e umiliante per Dickens, lui non lo fu mai. Scriveva avendo nella testa, e davanti agli occhi, la borghesia inglese, sana, forte; che cresceva. Che, grazie al lavoro, poteva finalmente aspirare non alla vasta ricchezza degli aristocratici; ma di certo a uno stile di vita pieno di agi e soddisfazioni. Dickens fu il cantore ufficiale di questa categorie di persone.

Gli umili, i poveri; sono in un certo senso scenografici e Orwell ci ricorda che se per caso si sofferma su di essi, lo fa con scarsa simpatia. Insomma: se ci fossero stati degli ippopotami, delle giraffe o dei coccodrilli nei suoi romanzi, definirli “africani” sarebbe appunto stato una forzatura. È stato lo scrittore della borghesia inglese.

Ma non c’è nulla di nuovo, in realtà. Dostoevskij di certo parla delle condizioni dei poveri nei suoi libri; ma non è di essi che si occupa o si preoccupa. Ci sono; li incontra. In “Delitto e castigo” ecco Marmeladov, l’ubriacone, con la figlia prostituta, gli altri bambini, la moglie. E gli stambugi dove vivono sono descritti con cura, ma perché funzionali alla storia. Nulla di più. Come Dickens, Dostoevskij ritrae con forza e affetto il dolore dei bambini, ma di certo non è uno scrittore proletario. Anche lui si rivolge al ceto medio (diremmo noi). 

C’è anche un altro elemento che Orwell evidenzia nel suo scritto su Dickens.

E il lavoro?

Già: il lavoro. Che cosa fanno i protagonisti dei romanzi di Dickens? C’è forse qualcuno che zappa la terra? Oppure che svolge un lavoro in città, e che questo lavoro viene descritto e mostrato nel suo svolgimento?

Orwell afferma che non c’è traccia di nulla del genere. Quando va bene, il personaggio fa affari, o va a sbrigare gli affari. Di più non si sa. Non viene mai descritta non dico una giornata lavorativi, ma nemmeno viene spiegato un po’ precisamente di che lavoro si tratti. In che cosa consista, appunto.

Il lavoro, come i poveri, è il grande assente nelle opere di Charles Dickens.

Pure in questo caso, però, siamo in buona compagnia.

Che cosa fanno i protagonisti dei romanzi di Tolstoj? Si interrogano sul senso della vita, lo indagano: perché qualcuno lavora per essi. Certo, si prova simpatia, affetto per queste persone: i contadini. Tolstoj piantava meli (li faceva anche arrivare dal Trentino), quindi si mescolava ai contadini della sua tenuta; ma non molto di più. Buona parte dei suoi personaggi appartengono all’aristocrazia, ed è a essa che si rivolge, o comunque alla classe agiata. I poveri non sapevano leggere (anche se nella sua tenuta aprirà una scuola per i figli dei contadini, salvo poi, se non ricordo male, abbandonarla), e verso il conte Tolstoj avevano: venerazione. Era pur sempre un conte anche se magari vestiva come loro, e spaccava la legna.

Lo stesso vale per Fedor. Se si legge “Il sosia” ecco che abbiamo gli impiegati, ma lì è la burocrazia zarista che viene messa al centro della scena. Di fatto è un portare avanti e indietro pratiche da un ufficio all’altro, e un cercare di salire di grado. 

Fedor però ha conosciuto la Siberia, i detenuti e la loro umanità. Pubblicherà “Memorie da una casa di morti” dove i protagonisti sono i galeotti, e questo libro è effettivamente un atto rivoluzionario. Chi mai prima poteva permettersi di dare alle stampe un simile libro? (C’era la censura, e se viene dato il permesso di pubblicazione è perché l’impianto del libro è tale da non suscitare preoccupazione alcuna nel censore).

Questa esperienza, che pure lo ha cambiato per sempre, lo metterà a contatto con il popolo russo; ma non lo farà di certo diventare un proletario. Parlerà sempre alla classe media della Russia zarista (ammesso che si possa parlare appunto di “classe media”). I vetturini sono la classe lavoratrice che si vede nei suoi libri; i servitori, o gli impiegati statali. Ma sono presenze di contorno, la storia non ha affatto bisogno di essi. Esistono, e ogni tanto i protagonisti hanno a che fare con costoro. 

Quasi rivoluzionario fu Cechov quando decise di partire per l’isola di Sachalin, una colonia penale. Ma lo faceva per la medicina, non per vedere e capire, e denunciare le condizioni di vita dei deportati (anche politici). Fu ben lieto quando tutto finì e tornò nella Russia Europea dove il suo resoconto, pubblicato, pare che non abbia suscitato reazioni particolari.

Con Ignazio Silone si cambia (almeno in Italia). “Fontamara” è il romanzo dei cafoni. E non è un caso che Orwell ammirasse Silone, sino a incontrarlo a Londra (grazie alla mediazione del giornalista Ruggero Orlando, che dovrebbe essere “quel” Ruggero Orlando: il corrispondente della Rai da New York. Colui che esordiva con “Qui Nuova York, vi parla Ruggero Orlando”). 

Ma torniamo a Dickens.

Orwell trova la risposta alla domanda che si è fatto individuando la qualità di questo monumentale scrittore inglese. Era onesto, leale, e questo traspariva dai suoi scritti.

Orwell per esempio ricorda che detestava i cattolici; ma nel romanzo “Barnaby Rudge” li ha in simpatia (sono le vittime della rivolta). 

Detestava l’aristocrazia; ma nel romanzo “Le due città” quasi ne prende le difese. Perché i nobili sono ghigliottinati.

Ma non era solo onesto. Benché duro contro i vizi della società inglese (a tratti durissimo), non si spinse mai a voler imporre o proporre una rivoluzione, oppure delle riforme radicali.

Dickens spara a palle incatenate contro la scuola inglese e i suoi metodi “educativi”. Orwell fa notare che però mai e poi mai, in questo ambito oppure negli altri dove svilupperà la sua satira, Dickens oserà proporre qualcosa. Manderà infatti i suoi figli nelle scuole che lui non apprezzava. Il “rimprovero” di Orwell è questo: Dickens critica, prende in giro, deride: ma non affonda mai davvero il coltello nella piaga. Per questo poteva essere letto dal popolo, e poi finire celebrato con la sepoltura a Westminster. 

È un problema?

Anche se può sembrare un paradosso, lo stesso Orwell in altre occasioni celebrerà proprio certi autori del tutto disimpegnati. Lui amava Dickens e se lo analizza con cura, cercando di strapparlo sia a Chesterton che a certi marxisti (non tutti: molti lo detestavano perché un borghese), è perché ne apprezzava il valore e il talento.

Mi sembra che la sua critica si concentri su un aspetto ben preciso però: Dickens credeva nella capacità dell’uomo di migliorarsi. Le cose, tutte, compresa la scuola e quindi l’intera società, potevano migliorare senza rivoluzioni. Era sufficiente che le persone comprendessero i loro errori, i loro sbagli, e modificassero la loro condotta.

Qui Orwell dice, mi pare, che Dickens è appunto uno scrittore morale, e non vede il sistema, la struttura che corrompe le persone. Anche perché, afferma ancora Orwell, i personaggi di Dickens sono individui. Sempre. Non sono mai una comunità, un insieme che prende coscienza, lotta e magari vince. 

Quando trionfano, si ritirano da qualche parte e vivono serenamente i loro giorni. (Anche in questo caso: facendo cosa? Seguendo degli affari e “lavorando”; ma che cosa combinino non si sa).

A mio parere, se è vero che dopo le tribolazioni i personaggi di Dickens si “rintanano”, è altrettanto vero che Orwell è un socialista. Quindi Dostoevskij ribatterebbe alle sue obiezioni con una risata: 

Eh già, è tutta colpa dell’ambiente. Come no”. 

Orwell non comprende (in realtà lo capisce benissimo) perché Dickens non faccia mai e poi mai il passo successivo. Trova l’idea che l’individuo deve migliorare, e farlo da solo, purché sia consapevole delle proprie storture, decisamente poco pratica. Proprio perché non coinvolge mai gli altri. Non ci sono comunità, non esiste un insieme, né c’è una proposta anche piccola, nell’opera di Dickens che osi affermare “Magari facendo in questo modo…”.

Benché io comprenda il punto di vista di Orwell, sto dalla parte di Dickens e di Fedor (ammesso che una simile presa di posizione abbia senso). 

Fedor è di certo più acuto, fa un lavoro sulla psiche dei personaggi che è e resta inarrivabile. Dickens, no; è un altro modo di concepire la scrittura. L’Inghilterra di Dickens guarda ancora con sgomento a quanto successo alla Francia con la Rivoluzione, e si dice immune da quelle rivolte perché “migliore”. E questo essere migliore, anzi il migliorarsi, afferma Dickens, è sempre possibile: non con rivoluzioni, o con rivolte o scioperi. Né organizzandosi magari in associazioni, partiti o sindacati.

Ma migliorando solo se stessi. 

Era un uomo dell’Ottocento che guardava ancora più indietro… Era un uomo, probabilmente, che osservando dove era finito, e dove era infine giunto grazie al lavoro, credeva in modo totale nella capacità del singolo di migliorare se stesso; e quindi anche la società.

Elaborazione in corso…
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11 commenti

  1. Sono osservazioni molto interessanti, in effetti i poveri descritti nelle opere di questi autori servono per la storia, ma non si tratta di storie vissute in prima persona, del resto se avessero lavorato la terra o fatto altro per sbarcare il lunario probabilmente non avrebbero scritto romanzi…

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  2. Penso che l’obiettivo di Dickens fosse quello di scrivere delle buone storie, e del resto si sapeva proporre molto bene come attento conoscitore del mercato e dei suoi gusti. Non è un caso, penso, che a differenza di Hardy ci sia quasi sempre il lieto fine nei suoi romanzi. Questo non toglie nulla alla sua grandezza, beninteso. E quello che mi ha sempre colpito nelle storie di Dickens è il fatto che i suoi personaggi rappresentino dei tipi umani in cui ci si poteva riconoscere.

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    • È senz’altro vero che i finali sono sempre positivi perché era certo che alla fine le cose dovessero andare per il verso giusto. Ma il tono delle storie, verso la fine della sua vita, aveva preso sfumature più cupe. Forse non era più così certo della bontà dell’essere umano.

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  3. Ecco, dopo aver terminato Anna Karenina avevo proprio una curiosità: possibile che Lèvin sia per buona parte lo stesso Lev? Del resto, il finale del film del 1997 con Sophie Marceau, dove Lèvin è interpretato da un giovane Alfred Molina, vede proprio Lèvin disteso tra l’erba firmare un lungo cartiglio col nome russo di Lev Tolstoj…
    Lèvin è un conte, un ricco proprietario, ben voluto dai suoi contadini, ma si mette a falciare in mezzo a loro e questo ai contadini piace poco, sovverte l’ordine delle cose a cui sono abituati.
    Di Dickens conosco solo Il canto di Natale. Di Orwell ho letto La fattoria degli animali, ma alle superiori e temo di averne compreso gran poco all’epoca.

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