La scrittura come misura


di Marco Freccero.

Pubblicato il 22 febbraio 2021.

Il 2 gennaio del 1987 acquistai qui a Savona, alla fiera del libro usato in via Paleocapa, un libro (forse più di uno, ma non ricordo. Ecco: lì comprai, ne sono quasi certo, “La guerra di Giugurta”. No, non sto scherzando, ho davvero comprato un libro del genere e poi… L’ho pure letto. Non so se lo acquistai quell’anno, o l’anno prima però).
Che cosa aveva di così speciale per parlarne ancora adesso?

Una specie di almanacco

Quel libro si intitolava “Il volto della guerra”, l’editore era Longanesi, ed era una raccolta delle lettere di tanti soldati, di un po’ tutti i fronti, nell’inferno della Seconda Guerra Mondiale.

Ma tra quelle lettere anche quelle di Simone Weil, Stephan Zweig, Antoine de Sainte-Exupery, il generale Patton. 

Ricordo che allora mi dissi che avevo trovato una miniera d’oro. 

Anni dopo, sull’inserto “Tuttolibri” della Stampa, lessi che Dickens aveva trovato su una bancarella di libri usati (non so perché ma mi pare di ricordare che il ritrovamento avvenne a Parigi) una sorta di “almanacco” che raccoglieva gli eventi capitati… A Londra (pure in questo caso però, non ne sono certissimo). E nell’articolo si affermava che lo scrittore inglese aveva pescato, nel corso degli anni, a piene mani da quell’almanacco per le sue storie.

Ero quindi persuaso che avrei fatto incetta di personaggi, idee, suggestioni racchiuse tra quelle pagine per le mie storie. Per i miei romanzi. Perché risale ad allora la follia della scrittura.

Non è mai successo nulla del genere, in realtà. 

Eppure quel libro, che non ho più ripreso tra le mani da allora (sul serio: lo guardavo e non facevo altro), mi lasciò un’impressione profondissima.

Giapponesi, russi, tedeschi, italiani e inglesi. Gente sconosciuta, che nella stragrande maggioranza dei casi è morta in combattimento. A volte, qualche giorno dopo aver spedito la lettera a casa. A volte, nello stesso giorno, dopo aver firmato i saluti.

I senza storia

Come ho scritto qualche riga fa, non ho mai usato quel libro per le mie storie. Ma anch’esso è stato determinante, credo, per spingermi a restare vicino alle persone “senza storia” che nessun libro di Storia considera perché sono rotelle di un meccanismo più grande.

Probabilmente non ho mai sopportato questo modo di considerare le persone (e me stesso), da parte appunto della “Storia” e di chi la scrive. Per questa ragione quel libro mi piacque in modo particolare.

Però non l’ho più letto, perché è ovvio che alla fine passi ad altro e te ne dimentichi. Tanti libri che ci sono piaciuti in quegli anni di gioventù non li riprendiamo più in mano se non dopo oltre trent’anni, o forse mai. 

Perché abbiamo bisogno di altre storie o, più semplicemente: perché ci manca il tempo.

A volte si raccontano storie per dare volto e voce a esseri che non ce l’hanno e non ce l’avranno mai. 

A volte si usano i personaggi solo per parlare sempre e solo di noi, del nostro ombelico. 

L’ingiustizia nella scelta delle storie

Ma scegliere una storia è (anche) un’ingiustizia: che lascia fuori, spesso per sempre, un’altra storia. 

L’incipit di “Stella Nera – Le luci dell’Occidente” (la donna morta stesa sul letto, la persiana che sbatte nella notte), è arrivato a me anni fa: ma davvero anni fa. Come molti altri di cui però ho perso il ricordo.

Di alcuni, da qualche parte, c’è l’incipit. Ma probabilmente resteranno così: larve. Non tutte le storie trovano cittadinanza. Per i motivi più diversi: perché in fondo hai già scritto di quegli argomenti, e tu non hai proprio voglia di tornare ancora a parlarne. 

Anche un autore indipendente è ambizioso e desidera dimostrare a se stesso, prima di tutto, che può anche scrivere storie complesse. Non solo racconti brevi.

Ma una storia, breve o lunga che sia, ha sempre qualcosa da dire. E un autore segue quella preda perché crede che essa sia per lui più interessante. 

Non ha idea di quanta fatica gli arrecherà (lo immagina). 

Non sa bene come andrà a finire (magari ne ha una pallida idea). È una sfida alla propria intelligenza (poco o tanta che essa sia), alla propria sensibilità e alla capacità di resistenza (ridendo e scherzando “Stella Nera” mi porterà via due o tre anni, forse anche di più).

In principio, forse, si vuole solo offrire asilo a dei personaggi che sembra non ne abbiano alcuno. Dopo un po’, occorre per forza cercare di andare un poco oltre. Ma non abbandonando il proprio genere e buttandosi sul thriller o sul giallo. 

Probabilmente ci sono autori che ci riescono alla grande; non io. Io scrivo sempre la stessa storia (in realtà lo fanno tutti). Ed è talmente vero che ho preso il protagonista del mio romanzo che non leggerete mai (si chiamava Leonardo Perrone), ed è diventato il protagonista di “Stella Nera” (il primo libro).

Ma ho anche pensato ad altro.

Misurare la distanza

E guardando a quel modo di scrivere distante (ai miei occhi “molto” distante, per gli altri: chissà), ho capito che non avere trovato un editore allora, sia stato in realtà una fortuna. Perché sarei rimasto alla superficie delle cose.

Vero: qualcuno potrebbe osservare che è quasi impossibile affermare qualcosa del genere. Nessuno può prevedere le variabili, gli incontri, le occasioni, le opportunità perse o trovate, sfruttate sino in fondo o abbandonate a metà. Quindi a livello molto teorico se fosse andata come desideravo allora, forse adesso sarei più o meno a questo punto.

La questione non è perché sono qui, o altrove; perché racconto queste storie e non altre. Semmai, l’interrogativo è come la vita quotidiana (non gli eventi eccezionali, che a noi spesso non capitano affatto), ci cambia quasi senza che ce ne rendiamo conto. 

La goccia che scava la roccia. E a un certo punto la roccia dice “Ah, ecco”. 

E allora forse la scrittura è il mezzo per misurare la distanza tra noi e quella persona ben lontana nel tempo, che sotto i portici di via Paleocapa, negli anni Ottanta, allungava le Lire per pagare “Il volto della guerra” e desiderava davvero rendere il mondo migliore. 

O forse, si continua a scrivere con ostinazione per misurare la distanza che ci separa da quello che avevamo promesso a noi stessi di diventare, in quegli anni. Sarà aumentata a dismisura? Oppure diminuita? O ancora: ci siamo persi completamente, e se quel Marco incontrasse questo Marco, direbbe: “Chi sei?”.

Quasi certamente la parola è sempre rimasta, adesso come in quegli anni, il povero, vecchio grimaldello utilizzato da chi scrive per credere contro ogni evidenza. Non perché cambi le cose. Ma perché solo la parola racchiude in sé la certezza che oltre la realtà, i fatti e le evidenze, esiste ben altro.

Il mistero. 

15 commenti

  1. Vero, non tutte le storie trovano “cittadinanza”, come hai scritto, sono pieno di larve che resteranno tali. Un po’ perché non ci ho lavorato subito, un po’ perché i gusti e gli interessi cambiano e un po’, come dici, perché la vita cambia noi, che adesso vogliamo dedicarsi ad altre storie.

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  2. verissimo spesso si legge pensando poi di costruire storie che traggono l’ispirazione da queste. In realtà come hai detto non avviene nulla di questo ma riesce comunque utile per formulare le proprie storie

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  3. “misurare la distanza tra noi e quella persona ben lontana nel tempo…”
    Io ricordo che a 15 anni mi chiedevo: Come sarò da grande? Brutta, grassa? (ero ben in carne in adolescenza) Che lavoro farò? L’impiegata in qualche azienda anonima? La cassiera in banca come vuole mio padre? Mi sposerò? Avrò dei figli? Mi guarderò soddisfatta la mattina allo specchio? Avrò un’auto tutta mia, magari la Mercedes SLK? (avevo una fissa per quel modello 😀 )
    Non c’era la scrittura. Avevo scritto una poesia da bambina e mi avevano deriso in famiglia. Provai anche a scrivere una storia, ma “con la scrittura non si mangia” (che è vero, ma non partivano da solide basi come lo intendiamo noi adesso). Non c’era nemmeno l’informatica, zero proprio. C’è una distanza abissale con quella persona di allora. Niente di ciò che immaginavo c’è stato. Ma mai e poi mai avrei pensato di aprire un blog e finalmente scrivere. E quelli che ridevano, mò non ridono più. Ho fatto/faccio una fatica bestiale, ma sto cercando di riportare la barca su quella che era la rotta dei sogni, che la vita ha portato altrove.

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    • Io da piccolo volevo guidare gli escavatori. Oppure i camion. Altro che scrittura. 🙂
      Poi è successo di tutto. È caduto il muro di Berlino; computer; eccetera eccetera. E chi se l’aspettava, un mondo così?

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  4. Ci sono delle letture che ci segnano, questo è indubbio. A me è accaduto da ragazzina e penso di aver seguito quella scia di nave e di averla bene o male mantenuta nel tempo. Sono stata enormemente influenzata dalle letture di Salgari, e questo è evidente nella mia scrittura dove la componente avventurosa è immancabile.
    Per il resto avrei voluto fare un lavoro che mi permettesse di viaggiare senza tregua, invece il mio lavoro è quanto di più sedentario esista! 🙂

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  5. Una miniera d’oro quel libro, magari un giorno ispirera nuove storie o forse, come la maggior parte di ciò che leggiamo, scavera dentro nuove consapevolezze che non ci verrà mai in mente di condividere per iscritto. Ho finito da un pò Stella nera. Mi è impossibile esprimere un parere in quanto è una storia interrotta e non ti nascondo che mi è parsa una scelta incomprensibile . Attenderò il resto per arrivare alla fine. La misura a volte per poter fare una valutazione dev’essere colma

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