La letteratura di George Mackay Brown


 

 

di Marco Freccero.
Pubblicato il 1° marzo 2021

 

 

Questo pare essere l’anno di almeno un paio di anniversari importanti: Dostoevskij e Dante Alighieri.

In realtà ne esiste almeno un altro, ma purtroppo in Italia credo che saremo ben pochi a ricordarcene (per ovvie ragioni).

In Scozia invece, ed esattamente…

Ancora Orcadi!

Nelle isole Orcadi, tanto per cambiare. Sarebbe anche ora che mi nominassero, che so, almeno console onorario. Ma io intanto procedo implacabile sulla mia strada.

Stromness, un villaggio di pescatori. Nel 1921, più precisamente il 17 ottobre, nasceva il poeta e scrittore George Mackay Brown.

Se potessi scegliere di incontrare costui, oppure Fedor Dostoevskij: sarei in difficoltà, sul serio; ma probabilmente (udite udite) sceglierei George Mackay. 

Quest’anno dunque festeggerebbe i 100 anni, il buon George. E chissà cosa ne penserebbe della pandemia.

Lui soffriva di agorafobia, e infatti viaggiò pochissimo: una volta a Londra, una in Irlanda (mi pare per visitare il suo amico Seamus Heaney, Nobel della letteratura nel 1995). Poi a Edimburgo per frequentare il college, o l’università che fosse. Lì incontrò per la prima volta gli alberi, e non è una battuta. 

Incontrò gli alberi perché nella sua cittadina non ce n’erano. Adesso immagino che le cose siano migliorate.

Ma che cosa ci direbbe, il buon George? Non capirebbe questa frenesia di viaggiare da un capo all’altro del globo, per poi ignorare quello che sta dietro casa, forse. Però non è di questo che voglio parlare.

Parla solo di gente che beve

Quando pubblicò la sua prima raccolta di racconti (le poesie erano già uscite e avevano riscosso un buon successo di critica e di pubblico. Pubblico sempre molto ristretto, ovviamente), sua madre non la prese benissimo. Liquidò la faccenda con un (se ricordo bene): “Ma parla solo di gente che beve”. 

E il bere per molti, molti anni, gli fece compagnia. Spesso la madre se lo vedeva comparire sulla soglia, portato da altri, completamente ubriaco. Quindi lo sfogo (perché di quello si trattava), ci stava tutto.

“Ma parla solo di gente che beve”.

Verso la fine della sua autobiografia (ho sbirciato, non sono ancora arrivato così avanti), dal titolo “For the islands I sing”, inedita in italiano, dichiara che dopo l’operazione per combattere un cancro nel 1990, aveva smesso di bere. 

copertina biografia george mackay brown

Eppure immagino che sulla sua sedia a dondolo (conservata nella biblioteca di Stromness), ci guarderebbe con lo sguardo limpido e leale di chi ha ancora qualcosa da dire; o forse da ricordare.

L’intera sua opera letteraria ha badato solo a questo: le Orcadi, e nient’altro. Ha parlato solo di esse, della sua gente.

La vita dei suoi abitanti, le loro storie, le ha celebrate attraverso i suoi libri: poesie, racconti oppure romanzi. 

Non solo: il più grande evento letterario di quelle isole, il San Magnus Festival (naturalmente sospeso causa pandemia) è stato anche opera sua. E che significato ha una simile manifestazione? È stata una trovata per parlare di una manciata di isole che altrimenti, nessuno saprebbe bene dove si trovano? (E comunque anche adesso, in tanti non hanno le idee chiarissime su dove si trovino).

Credo che sia la prova che non ci sono posti troppo piccoli o troppo marginali che non abbiano una parola da dire. Che non esistono voci troppo flebili da non avere diritto a essere ascoltate.

Perché compriamo i libri di Dickens

Non era il tipo che amava giustificare certi comportamenti, mi pare di aver capito. Però credo che il rimprovero che la madre gli rivolse meriti un po’ più di attenzione.

Perché chi racconta storie non è (quasi) mai in grado di comporre qualcosa di semplice e allegro? O, se il termine “allegro” è troppo per chi scrive: qualcosa che sia moderatamente sereno. Delle storie capaci di “sollevare” l’animo di chi si dibatte tra pandemia, crisi economica, violazione in larga scala dei dati personali, guerre a bassa intensità, eccetera eccetera.

Come se nel dolore, o nella perdita; quasi che nelle fratture che la vita produce naturalmente, ci fosse chissà cosa. E questa “cosa” meriterebbe una grande attenzione; così grande da costruirci sopra delle storie. Brevi o lunghe, non importa.

Insomma: perché chi scrive deve spesso raccontare storie di cui volentieri faremmo a meno? E perché poi tanti di noi le comprano?

Come finisce “Madame Bovary”? E “I fratelli Karamazov”? Vogliamo dire qualcosa di Charles Dickens? 

La questione si potrebbe liquidare alla solita maniera: I lettori leggono quello che vogliono; chi scrive, scrive quello che vuole.

Grazie, e tante belle cose a te e alla famiglia!

Una storia, breve o lunga che sia, non si scrive solo perché succede qualcosa, e magari qualcosa di brutto. Né la si scrive solo perché le brutte notizie, gli eventi tragici, attirano da sempre l’attenzione della gente, che così un po’ si consola: “Be’, a loro è andata pure peggio!”.

Se il sogno di ogni uomo di potere, nel corso della Storia, da Hammurabi in poi, è sempre stato quello di ricostruire un Eden dove bellezza e gioia siano di casa, e dolore e bruttezza siano bandite. 

Allora il Novecento è stato il secolo che ha messo in mano ai novelli Hammurabi i mezzi tecnici e scientifici per realizzare quel sogno; a ogni costo.

Dachau e i gulag questo ci dicono: dobbiamo realizzare il mondo nuovo perché esso finalmente è possibile. È qui. E non ci fermerà nulla. Nemmeno la vita delle persone.

Buona parte della letteratura che resta e che leggiamo, racconta qualcosa di leggermente diverso. Ogni dittatura ha la sua letteratura, naturalmente, che ne celebra i trionfi. I grandiosi successi.

La letteratura che resta si occupa (per esempio) della gente che beve; non per celebrare questo genere di comportamenti. 

Ma perché non perde di vista la realtà. 

Resta leale a essa proprio perché solo in questo modo rispetta la funzione che le è propria. Che non è quella di dare spazio agli ubriaconi, ai dannati, ai mascalzoni come qualcuno pensa (e in futuro saranno sempre di più quelli che lo penseranno. Presto si inizierà a dire che “I promessi sposi” sono un libro che insegna la sottomissione della donna e la rassegnazione. Da togliere dall’insegnamento scolastico, quindi).

Semmai è quella di ricordare come stanno le cose. 

Quindi ci sono persone che non sono affatto interessate al mondo nuovo, per i motivi più diversi. Non è detto che siano simpatiche, o gradevoli, anzi. I “bastian contrari”, anche se sembrano affascinare ed essere affascinanti: spesso non lo sono affatto.

La letteratura con un poco di ambizione (e nel termine generico “letteratura” c’è chi scrive, naturalmente), sa che quando segue le direttive del regime, o della maggioranza ubriaca di politicamente corretto, muore. È una specie di abbraccio mortale, che garantisce il successo e un sacco di salamelecchi dai tirapiedi di turno.

O la letteratura è divisiva; o è propaganda di regime. George Mackay Brown faceva letteratura.

Elaborazione in corso…
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9 commenti

  1. Chissà perché mi è venuto in mente Bukowski a proposito del bere, è considerato un grande poeta ma forse dal vivo non sarebbe stato una compagnia piacevole. Il tuo scrittore delle isole Orcadi è molto interessante (soprattutto perché vive in un villaggio di pescatori e suscita molta curiosità, inoltre è anche l’anniversario della nascita), ma davvero non c’erano gli alberi sull’isola? Terribile.
    La frenesia di viaggiare fatico a capirla anch’io, anche se l’ho provata su me stessa, ho viaggiato moltissimo visitando molti paesi esteri e non conoscevo certi posti meravigliosi in Italia, per fortuna negli ultimi anni ho recuperato (prima della pandemia ovviamente).

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  2. O la letteratura è divisiva, o è propaganda di regime? No, non credo che esistano soltanto questi due estremi. Forse è così per chi, per sua natura, non si ritrova nella via di mezzo. Io in questa… Terra di Mezzo mi trovo bene, però capisco cosa vuoi dire.

    Piace a 1 persona

  3. Lo sapevo anche prima dov’erano le Orkney e più su le Shetland. Ed è vero, non ci sono alberi, non nativamente, se non ce li pianta l’uomo. Perché c’è un tempaccio malefico da quelle parti, un vento feroce che non lascia crescere gli alberi se non bene protetti.
    Però mi viene da ridere alla frase: “Ma parla solo di gente che beve”. Alla madre avrei risposto: “Nelle Orkney quello facciamo! Cos’altro c’è?!” XD
    Trovo sia più che lodevole che questo scrittori abbiano lasciato testimonianza di un tempo e un luogo che altrimenti andavano perduti. Però non è da tutti. Si scrive anche ciò che si sente di dover scrivere, sia una storia cruda di ubriaconi, sia una storia d’amore sofferto e trionfante.

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