Perché nel Signore degli Anelli gli alberi sono senzienti?


di Marco Freccero. Pubblicato il 20 marzo 2021

Non dovrebbe essere troppo difficile rispondere alla domanda del titolo. Perché nel Signore degli Anelli gli alberi sono senzienti?

Perché parlano, ragionano (due attività che spesso sono slegate), e naturalmente camminano, si arrabbiano e a un certo punto, combattono?

Perché si tratta di una favoletta, si potrebbe rispondere. E quindi passare a qualcosa di meglio.

Invece c’è pure dell’altro. E questo altro è parecchio interessante, sul serio.

Piacere, Barbalbero

Lo so: nelle favole succede di tutto un po’. Gli animali parlano, e quindi che c’è di strano se in un libro come “Il Signore degli Anelli” a un certo punto compare Barbalbero, e si mette a parlare?

Forse per capire il motivo degli alberi senzienti bisogna fare un passo indietro. O meglio: tentare di entrare nella testa del professore di Oxford e ricordare il suo profondo amore per gli alberi.

Probabilmente nato quando era rientrato in Inghilterra (dal Sudafrica) attorno ai quattro anni (se ricordo bene). Era andato ad abitare in un luogo dove la natura, la campagna, dominavano. Si chiamava Sarehole se non ricordo male, e si trova da qualche parte attorno a Moseley.

E quindi si potrebbe dire: sì, amava gli alberi (chi vive in campagna difficilmente sviluppa amore per il cemento armato), e ha reso loro omaggio in questo modo. 

Niente di più errato e superficiale.

Oltre a fare un passo indietro (e lo abbiamo fatto), ho scritto in precedenza che è necessario anche entrare nella testa del professor Tolkien. In questo modo entriamo quindi in contatto con la sua idea del mondo, e con la sua avversione per la modernità. Non era il solo naturalmente a sviluppare un profondo disprezzo per quanto sarebbe accaduto (e puntualmente si è verificato). Sapeva che era necessario vincere Hitler (prevedeva che avrebbe quasi annichilito la cultura tedesca, e in parte c’è riuscito, rendendola odiosa agli occhi di tantissimi), ma si chiedeva anche a quale prezzo. Se cioè il mondo che sarebbe venuto dopo non avrebbe snaturato l’Europa e la sua Inghilterra. E questo è accaduto.

Perché è accaduto?

Non siamo dinosauri

La faccenda rischia di complicarsi parecchio, e questo è solo un piccolo blog di un autore indipendente. Possiamo però cercare di rispondere in questo modo.

Tolkien e non solo lui, avversava un’ideologia che riduceva tutto quello al di fuori dell’essere umano al ruolo e al rango di oggetti. (In attesa di rendere oggetti anche certe categorie di esseri umani). Uno dei punti di forza della modernità è il “decadere” per esempio degli animali, e della Natura tutta, appunto alla categoria di oggetto. Siccome possiamo fare qualcosa, la facciamo. 

Sorgono guai? Problemi grandi o grandissimi?

Niente paura. 

Non siamo come i dinosauri che attendono la loro fine. Siamo esseri umani, e una delle tante qualità che sfoderiamo è che siamo in grado di trovare soluzioni alle sfide e ai problemi.

Vogliamo andare più veloci? Addomestichiamo i cavalli. Poi li incrociamo per ottenere razze più adatte: per la corsa (gli arabi per esempio), oppure per i lavori pesanti (i bretoni), o per la guerra (i frisoni).

Poi inventiamo le macchine a vapore, quindi la locomotiva, l’aereo. Ogni limite ci sfida, e noi lo superiamo perché sì. Perché dobbiamo farlo, e non possiamo (o non vogliamo?) fermarci mai. E poi: chi lo decide dove dobbiamo fermarci? Con quale autorità qualcuno potrebbe dire: Adesso basta. 

Esatto: nessuno. Ma c’è un problema che ho già illustrato in precedenza.

Più o meno con la Rivoluzione francese abbiamo iniziato appunto a considerare la Natura tutta (animali compresi, ma compresi anche gli alberi), degli oggetti, a nostra completa disposizione. D’altra parte siamo o non siamo i padroni del mondo? Dal momento che non dobbiamo rendere conto a nessuno (si dice), e dobbiamo onorare solo la nostra intelligenza; visto che siamo capaci sempre e comunque di scovare soluzioni ai problemi generati da noi medesimi, per quale motivo dovremmo cambiare questo atteggiamento? Saremo sempre in grado di uscirne, “in qualche modo”.

Tolkien, e non solo lui in realtà, introducendo gli alberi senzienti ne “Il Signore degli Anelli” suggerisce qualcosa. Che solo in minima parte ha a che vedere con la sua infanzia e l’amore che aveva per gli alberi.

Suggerisce di tornare a considerare gli alberi, la natura tutta, come un insieme di soggetti. Il che non vuol dire non intervenire mai (basta andare in giro per un bosco per vedere che cosa succede quando la mano dell’uomo cessa la sua opera di riordino).

Ma attuare una sorta di rivoluzione copernicana dove non c’è più un soggetto (noi), e tutto il resto oggetti, materia prima da sfruttare. Tolkien introduce gli alberi senzienti perché spera e auspica che si torni a osservare l’albero non con lo sguardo del predatore (“Serve? È utile? È possibile fare ciò? E allora facciamolo!”). 

Ma con lo sguardo del compagno di viaggio. Che taglia gli alberi, se è necessario. Ma che smette i panni del padrone assoluto. Del dittatore.

Quindi Tolkien suggerisce un mondo del “Volemose bene”? Tutti fratelli? Un gigantesco minestrone panteistico? 

Niente del genere.

Cupo e crudele

Proprio perché il mondo della Terra di Mezzo (che è questo mondo, ma in un’era immaginaria) non è un paradiso, ma è cupo e crudele, è necessaria l’intelligenza dell’essere umano. Ma un tipo di intelligenza che deve tornare a considerare quello che ci circonda alla luce di un rapporto slegato dalla logica utilitaristica. Tolkien sapeva perfettamente che il mondo lasciato a sé, abbandonato, avrebbe perso quella bellezza capace di commuovere. La Contea (che non è affatto un luogo idilliaco: Gollum prima della metamorfosi era uno hobbit, e uccide suo cugino per impadronirsi dell’anello del potere) è il luogo dove l’ordine, e un certo equilibrio, sono fissati e difesi. Ma anche se non esiste l’istinto predatorio la Contea ha un grosso problema: è un ambiente chiuso. Che non ama gli estranei, le avventure (fanno arrivare tardi alla cena), e che guarda con sospetto a tutto quello che viene da fuori. E se qualcuno (come Bilbo Baggins) esce dai rassicuranti confini della Contea: è un tipo decisamente strano. Da trattare con le molle.

Quindi Tolkien non ha la ricetta perfetta per approdare in un mondo idilliaco: nulla del genere. Sa solo, o intuisce (chissà cosa direbbe del Covid-19), che “questo” percorso sta mostrando sempre di più dei limiti. Forse possono essere aggirati e superati con la tecnologia: ma a quale prezzo? Perché dopo aver declassato la natura a oggetto, diventa abbastanza semplice perpetrare il medesimo scopo anche verso un certo tipo di esseri umani.

E siccome esiste un’alternativa (dice Tolkien) che richiede comunque dei costi, ma ha dalla sua la probabilità di essere meno devastante anche per gli esseri umani: perché non provare almeno a considerarla con meno presunzione e più interesse?

Elaborazione in corso…
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13 commenti

  1. Ciao Marco,
    bellissimo articolo che incontra in modo particolare la mia sensibilità di questi tempi. Tolkien e il Signore degli Anelli mi hanno accompagnato tutta la vita, la sensibilità ecologica è più recente, ma è irreversibile e profonda.
    Te lo dico con affetto, ho smesso di seguirti qui: “Il che non vuol dire non intervenire mai (basta andare in giro per un bosco per vedere che cosa succede quando la mano dell’uomo cessa la sua opera di riordino).” Peccato perché eri partito benissimo, con la consapevolezza (che pochi hanno) della visione antropocentrica e cosificante che ci caratterizza da quando ci siamo alzati su due zampe e abbiamo avuto le mani libere.
    In quel punto hai assunto anche tu il punto di vista prevalente del Sapiens rispetto a tutto il resto. Se vuoi fare una passeggiata la domenica, vuoi il sentiero pulito e poter passare senza problemi per il bosco, e il sottobosco fa disordine. Ce ne sono tanti che la pensano così.
    Faccio umilmente presente che le foreste sono presenti sul Pianeta da milioni di anni, e i Sapiens da 200.000, e le foreste se la sono cavata più che egregiamente senza la mano dell’uomo. I problemi sono cominciati proprio quando i Sapiens hanno cominciato a metterci le mani, nelle foreste, e soprattutto ad arrogarsi il diritto di prelevare a proprio (insaziabile) gusto legname per costruzioni e produzione di energia.
    Sai cos’è quello che succede in una foresta dove l’uomo non mette mano? Si sviluppa un ecosistema sano e integrato, dove ciò che alla cecità umana appare come “disordine” è semplicemente un modello di società basata sull’interdipendenza, da cui noi umani possiamo solo prendere esempio (quest’ultima frase non è mia, ma non avrei saputo dirlo meglio)
    Una foresta non è un giardino inglese. C’è chi ama i giardini inglesi, quelli all’italiana oppure le foreste. Ma ciò che piace a noi non ha nulla a che fare con ciò che siamo e ciò di cui abbiamo veramente bisogno. Vediamo le cose solo dal nostro punto di vista, limitato, arrogante e suicida.
    Non ho tempo di approfondire oltre, ti ripeto solo che ho apprezzato molto le tue riflessioni; e ti dico che secondo me Tolkien ha narrato una parabola che sarebbe da narrare ancora e ancora. Solo che oggi non finisce bene, con la vittoria di alberi ed Ent. Ci stiamo suicidando e gli alberi restano vittime, purtroppo non possono mettersi a camminare e farla pagare agli Orchi e Saruman di questo mondo.
    Ti consiglio caldamente la lettura di “Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere” di Jared Diamond. Poi se vuoi riparliamo di alberi e foreste.
    Un abbraccio.

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    • Non siamo d’accordo, quindi. Meno male! 😀
      Anche tu fai un errore madornale, però. Quando definisci me, te stessa, l’essere umano (almeno questo ho capito) un “problema”. Noi, in quanto sapiens, dobbiamo distinguerci. Non siamo come gli alberi, gli animali che subiscono un incendio: dobbiamo mettere mano alla natura. Trovare soluzioni, proprio perché siamo Sapiens. È la nostra natura unica a richiedere di non subire, ma di reagire. Se tu, se io siamo qui, e non moriamo più di infezione, di polmonite, né ci spaventa un fulmine che incendia l’albero e poi la foresta, è perché siamo “Sapiens” e quindi in grado di trovare risposte e soluzioni. Il problema non siamo noi in quanto Sapiens, e quindi dovremmo smettere di esserlo.
      Semmai il problema nasce quando da Cartesio in poi l’Europa adotta un modo di vedere il mondo totalmente sganciato dalla realtà. Riduce ogni cosa a idea, non solo la Natura, ma anche gli esseri umani (ecco allora i campi di sterminio). Un modo di vedere rapace, che ha spazzato via ogni cultura, anche millenaria (guarda come si è ridotta la Cina). E la soluzione quindi non potrà essere ritirarci (dove?) e non toccare nulla. Né estinguerci.
      È necessario un cambio di passo, che già avviene.

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  2. Gli alberi hanno un’anima e come tale la mostrano. Tolkien secondo me li fa apparire come umani per mettere in risalto che sono gli umani la causa del disastro ecologico, che ottant’anni fa era in fieri per divenire realtà. dopo qualche decennio. Voler verniciare Tolkien di una patina ecologica mi sembra esagerato, si fa retrocultura. Tolkien è un visionario come Orwell e intuisce verso quali disastri la conduzione umana porterà questo mondo, esattamente come nella terra di mezzo. Poi il tempo gli ha dato ragione ma che poteva anche dargli torto.

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  3. Tolkien parte dal suo amore viscerale per la natura e arriva a temere ciò che può combinare l’uomo che non ha rispetto per le altre forme di vita, uomini inclusi. Non credo che gli sia sembrato spinto fare parlare Barbalbero, dal momento che percepiva gli alberi come esseri senzienti (cosa che sono, del resto). Sono d’accordo con Serena sul fatto che le foreste non abbiano bisogno di essere riordinate da noi; se la cavano benone da sole, se facciamo tanto di lasciarle in pace (“La vita segreta degli alberi” di Wohlleben è un’ottima fonte di scoperte!).

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  4. Per dimostrare la supponenza dell’uomo non solo Tolkien rende gli alberi senzienti (che poi Barbalbero non è un “albero” ma un “ent”, un pastore degli alberi, ma assomiglia a un albero e “parla”, nella loro lingua, agli alberi), ma ha l’ardire di far salvare tutta la Terra di Mezzo a un hobbit, un “mezz’uomo”. Mentre gli altri, elfi, nani, uomini, fantasmi degli antenati, troll, lupi mannari e compagnia si ammazzano in battaglia, di qua e di là, l’unico che chiude la partita è Frodo, gettando l’anello nel fuoco del Monte Fato. E non è un uomo, ma un mezz’uomo. Non è una scelta casuale. Come dire: voi uomini, tanto Sapiens, con tutte le vostre armi, alla fine siete salvati da “metà di voi”, probabilmente la “metà migliore”. 😉

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