Erich Maria Remarque e il male


 

di Marco Freccero.
Pubblicato il 12 aprile 2021.

 

 

Nel romanzo “Tempo di vivere tempo di morire” di Erich Maria Remarque (che ho riletto un po’ di tempo fa), il male ha anche il volto di un vecchio compagno di scuola di Ernst Graeber, il protagonista. E attenzione: è un volto che può apparire simpatico, decisamente amichevole.

Alfons Binding (questo il suo nome) farà una fine ingloriosa, ma non è questo il punto. 

In realtà non è l’unico volto di questo genere. Ma quello che è probabilmente degno di nota, e sotto certi aspetti è persino banale sottolinearlo, è altrove.

Delazione e abuso

Ernst Graeber dopo aver partecipato alla fucilazione di quattro partigiani russi, torna a casa in licenza. Un colpo di fortuna incredibile, perché sta per partire una controffensiva (i tedeschi si ritirano da settimane, ma guai a parlare di ritirata), e le licenze dovrebbero essere sospese; ma non accade, o meglio. Si affretta, si scapicolla come si dice, e in breve si ritrova sul treno e dopo qualche giorno è alla stazione ferroviaria della sua cittadina.

Casa sua è stata colpita dalle bombe e dei suoi genitori non si sa cosa ne sia stato; sfollati, ma dove?

Dappertutto Gestapo, SA e SS. Macerie. La delazione, i sospetti sono parte della vita delle persone, così come i campi di concentramento. Il Reich millenario si fonda sulla delazione e l’abuso, in attesa del collasso definitivo.

Una faccia amichevole

E poi Ernst incontra un vecchio amico del liceo, che ha fatto carriera: Alfons, appunto. Lui adesso è uno “sturmführer” e ha usato il suo potere per regolare i conti con un vecchio professore di liceo: sei mesi di campo di concentramento. 

Il suo grado gli permette di vivere in una bella villa fuori città (al riparo dai bombardamenti, pare), con tanto di cameriera, e vino e cibo in abbondanza. Che cosa faccia è abbastanza comprensibile. È distaccato presso un campo di concentramento, frequenta uomini della Gestapo, che durante le serate organizzate nella sua villa ricordano i tempi della Russia. Quando davano fuoco ai civili.

Se stai al fronte per mesi, e hai tra i piedi pure una spia della Gestapo, col ritorno a casa non vorresti incontrare certi elementi. Ma a Graeber invece succede, e anche se prova un certo fastidio per Alfons, alla fine ne accetta l’invito a casa. Le bottiglie di liquori. L’aiuto per scovare i propri genitori, soprattutto. E non solo.

La cantina della casa è piena di cibo in scatola, e anche di bottiglie di champagne, mentre in città le persone fanno la fila per avere, con le tessere, un po’ di cibo dai pochi negozi ancora aperti.

Ci sono molti modi per opporsi al male ed Ernst Graeber alla fine lo farà, ma gli costerà la vita. 

Quando il male diventa sistema te lo ritrovi da tutte le parti. Diventa quasi normale, se ha una faccia da amico, usarlo. 

Faccia a faccia col nemico

Nel primo romanzo “Niente di nuovo sul fonte occidentale” il male era negli insegnanti che infarcivano la testa di paroloni altisonanti per indurre all’arruolamento. Remarque era del 1898 e finisce in trincea a sedici anni. Riceverà medaglie e decorazioni, ma nel 1919 si dimetterà dall’esercito e rinuncerà a tutto quello che aveva ricevuto per il suo comportamento sul campo di battaglia.

In questo romanzo l’indagine sul male si sposta alla Seconda Guerra Mondiale: forse desiderava capire come fosse possibile che nel giro di così poco tempo il suo Paese fosse sprofondato in un altro conflitto? Non ne sono così convinto. Le opere di Remarque non indagano l’origine del male, semmai mettono in mostra l’uomo di fronte al male, quello che combina, come reagisce.

E Ernst infatti, quando va alla ricerca del suo vecchio professore (che nasconderà un ebreo, prima di essere catturato dalla Gestapo), lo fa per un motivo ben preciso. Vuole sapere fino a quale punto ha partecipato ai delitti negli ultimi dieci anni; e che cosa deve fare.

Dopo la licenza tornerà al fronte (la cui linea è indietreggiata di molti chilometri). Molti compagni di reparto non i sono più; morti o feriti. La spia della Gestapo è sempre viva invece, sempre in azione. i combattimenti si susseguono con una tale velocità che Ernst sembra dimenticare tutto. La moglie (durante la licenza si è sposato con la figlia di un prigioniero rinchiuso in un campo di concentramento); gli interrogativi che durante quei giorni lo avevano assillato: tutto scompare sotto il tuono delle bombe, dei cannoneggiamenti continui, dei morti. 

Ma quando gli viene affidata la custodia di alcuni russi (partigiani? Ernst non ne è convintissimo) e la spia della Gestapo, mentre i russi avanzano pretenderà che siano fucilati, lui troverà la risposta al: “che fare” che lo aveva inseguito durante la licenza.

Ma non si salverà per questo.

Di certo Ernst quando si trova faccia a faccia con il nemico, lo vede negli occhi per quello che è e non per quello che la propaganda di regime afferma, capisce che tra essere umano e dovere del soldato (di sparare), si crea una frattura. A quel punto tocca al singolo decidere se allargarla (lui lo farà, uccidendo la spia della Gestapo), ma non lo faranno per esempio i suoi ex prigionieri.

Remarque diceva che sia la Prima che la Seconda Guerra Mondiale avevano ucciso il coraggio del soldato. Nelle guerre precedenti si combatteva, e si sopravviveva in base al proprio coraggio, alla propria abnegazione. Con l’irruzione dei gas, delle armi di sterminio di massa, si resta in vita solo per fortuna. Il coraggioso muore con i polmoni bruciati dal gas; il vigliacco vive e fa fortuna. Magari diventa cecchino e spara al soldato che per “debolezza” si sporge dalla trincea a raccogliere un fiore.

Di nuovo umano

Quando si vive in un Paese libero, è comodo ammirare le dittature. Perché si crede che un po’ di muscoli, di forza, e di gente forte al posto di comando, possano risolvere a un sacco di problemi. Questo romanzo mostra invece come il male diventi talmente asfissiante da rendere il singolo indifferente. Eppure Remarque ancora ci ricorda che l’uomo (non tutti, è vero), è sempre capace di riflettere, di fermarsi. Di realizzare una forma di rivolta che non lo risparmia per nulla; ma che lo rende, di nuovo, umano.

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8 commenti

  1. Sono riuscito a trovare una buona edizione di “Niente di nuovo sul fronte occidentale” della Oscar Mondadori, così fanno compagnia alle copie della stessa collana di “Tempo di vivere, tempo di morire” e “La via del ritorno”.

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