Primo impatto con “Nel primo cerchio” di Solzenicyn


di Marco Freccero.
Pubblicato il 3 giugno 2021 su YouTube.
Ripubblicato su questo blog nel medesimo giorno
Primo impatto con una delle opere maggiori dello scrittore russo Aleksandr Solzenicyn. “Nel primo cerchio”.
Buona lettura e buona visione!

Ho iniziato la lettura, impegnativa, del romanzo dello scrittore russo Aleksandr Solzenycin “Nel primo cerchio”.
L’editore è Voland mentre la traduzione è a cura di Denise Silvestri.
C’è anche una postfazione di Anna Zafesova.
Romanzo molto particolare. Scritto tra il 1955 e il 1958, modificato nel 1964 e infine ricostruito dallo stesso Solzenycin nel 1968.
La storia (che si svolge in tre giorni, nel Natale del 1949) parte con una telefonata di Volodin all’ambasciata americana di Mosca. Vuole avvisare che l’Unione Sovietica sta lavorando alla costruzione dell’atomica. E mentre parla, la comunicazione viene interrotta.
Ma non è un thriller, o una storia di spionaggio, niente del genere,
Poi, ci si sposta in una “saraska”. La saraska era una prigione di primo livello, quella che stava nel cerchio esterno, il primo appunto, dell’infernale girone che conduceva nell’inferno dei gulag.
Qui si trovano scienziati, matematici, ingegneri, anche un filologo, privati della libertà, certo. Ma possono dormire in un vero letto, avere da mangiare, leggere qualcosa dalla biblioteca della prigione (solo letture edificanti).
In cambio di cosa? Di lavoro. Devono lavorare a progetti che renderanno il sistema oppressivo ancora più oppressivo. Invece di uccidere certi progionieri, con il freddo, il lavoro nei gulag, il regime comunista preferiva usarli.
È un romanzo colossale perché corale, con tantissimi personaggi (che lo stesso Solzenycin incontrò mentre era in una saraska lui stesso). Chi ha letto “Ama la rivoluzione!”, un romanzo incompleto di questo straordinario scrittore russo, ritroverà qui il suo protagonista: Gleb Nerzin, l’idealista, il vero comunista che crede nel comunismo e per questo viene arrestato e spedito in prigione.
Alter ego dello stesso Solzenycin.
Un idealista prima o poi si fa delle domande, osserva e si chiede perché le cose non vanno in un certo modo, il modo promesso: e un regime totalitario non ama le domande. Ama le mani che applaudono.
Eppure in questa prigione, dove a ogni momento un carceriere può diventare prigioniero, e un pigioniero un carceriere, c’è più libertà che fuori dalla “saraska”, nei dintorni della città di Marfino.
Si riesce a essere in una certa misura liberi; si parla. Non c’è la fatica che ammazza, che deve ammazzare. Con moderazione, si possono affrontare anche argomenti arditi.
Fuori dalla saraska, intanto, c’è la Russia: un’immensa prigione, dove il suo massimo carceriere, Stalin, è prigioniero di quanto ha creato.
Sì, ci sono alcuni capitoli dove il protagonista è Stalin stesso, nella sua dacia. Solo, solissimo. Non si fida di nessuno, e quelli che un tempo erano amici, non ci sono più: internati o fucilati su suo ordine.
Peccato: perché lui è un grande uomo: modesto, geniale. Ma purtroppo la massa tradisce, non capisce, cerca sempre di sabotare, non vede il grande fine a cui lui la sta conducendo a ogni costo.
Il terrore che sparge attorno a sé è evidente, palpabile. Lo ha costruito lui stesso, scientificamente, per ottenere esattamente l’effetto sperato: impaurire, sottomettere.
Ma è solo.
Ha creato attorno a sé una corte di mediocri impauriti, perché quelli con un minimo di personalità, di coraggio, o sono morti oppure sono nei gulag. E naturalmente disprezza quei mediocri perché sono tali, e non solo essi.
L’intera Russia vive di paura, menzogne, sotterfugi, spie e delazione. Un Paese che ha elevato a sistema la mediocrità, che uccide i problemi, permette un minimo di libertà proprio ai pochi prigionieri della saraska, che in un certo senso sono fortunati. Anche se a ogni stante possono essere spediti nel gulag vero e proprio.
L’unico amico di Stalin, e di cui si è fidato venendo da lui tradito, è stato… Hitler. Qui è evidente cosa voglia dirci Solzenycin: tra eguali, ci si intende.
Lo scrittore tedesco Heinrich Boll aveva parlato di questo libro come una grandiosa cattedrale. Forse un esperimento letterario tra i più coraggiosi, folli, e riusciti (anche se non l’ho ancora terminato).
Perché ogni voce, ogni personaggio, offre il suo contributo a questa costruzione, alla rappresentazione di questa Russia come enorme “saraska”, dove i cittadini che si alzano e vanno a lavorare sono identici agli scienziati imprigionati all’interno della prigione di Marfino.
Ma sono fortunati: perché vicono nel primo cerchio. Moltissimi altri russi sono in quelli inferiori, e lì muoiono di stenti, di fame, di freddo, di lavoro.
Piccola curiosità: La saraska di Marfino ha sede nei locali di un antico seminario. Prima, da lì uscivano preti ortodossi che dovevano annunciare il regno di Dio.
Con il comunismo, dovevano uscire tecnologie per tenere incatenati i russi.
Ne parlerò ancora.
Alla prossima e: Non per la gloria, ma per il pane!

9 commenti

  1. Di Solzenycin ho letto tanti anni fa “Una giornata di Ivan Denisovič “, che m’è piaciuto molto. Ho anche “Padiglione cancro” e “Il primo cerchio”, vecchie edizioni, ma ancora da leggere.

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    • Sia “Padiglione cancro” che “Una giornata di Ivan Denisovic” mi mancano. Però ho “Per il bene della causa” (editore Tindalo, del 1971). Credo che la traduzione sia un po’ imprecisa. Questa l’impressione che mi ha lasciato.

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  2. Mi rendo conto che certi romanzi non li leggo perché so che poi mi verrebbe il mal di stomaco a confrontare quell’epoca con la nostra. E vedere che non è cambiato nulla… 😦

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