Ignazio Silone e il progresso


 

di Marco Freccero. Pubblicato il 21 giugno 2021.

 

 

 

 

 

Nelle mie riletture sono tornato a frequentare di nuovo (dopo molti anni di distanza) “Uscita di sicurezza” dello scrittore Ignazio Silone. Per me, si tratta di una delle voci più importanti del Novecento letterario italiano. Non si tratta di un’autobiografia, anche se i ricordi, gli incontri e le riflessioni che si trovano nel libro hanno come sfondo il suo Abruzzo, la sua militanza comunista (che poi abbandonerà).  Si tratta semmai di un insieme di scritti che vanno dalla sua infanzia (l’incontro con un carcerato nelle vie del paese; quello con don Orione dopo il terremoto che distrusse la sua famiglia e il suo paese), sino a un corposo intervento dedicato al progresso. Il titolo? “Ripensare il progresso”.

Il Paese nel benessere

Come detto, è uno scritto che chiude il libro, e si estende per un discreto numero di pagine.  Silone ormai è fuori dal Partito Comunista, e osserva un Paese che si è lasciato alle spalle la miseria antica (almeno quella più visibile), e corre verso il progresso, appunto. Benché Silone fosse nato in una contrada come quella abruzzese, riesce a cogliere molto bene il problema che già attanaglia l’Italia di quegli anni. Un Paese che finalmente raggiunge un certo benessere, ma che perde di vista qualcosa. 

Le pagine che lui dedica al proprio paese sono vigorose e semplici, e riescono a rendere perfettamente l’atmosfera asfissiante (di conformismo, di maldicenza e stupidità, di rassegnazione) che vi si respirava. Il ritorno che lui farà anni dopo tra la sua gente, che ormai lo ritiene importante e da lui cerca un aiuto per sistemare i figli in qualche posto pubblico, è triste, doloroso.  È uno dei tanti esempi di che cosa voglia dire il termine “progresso” agli occhi della gente: sistemarsi, e non faticare più (ma si può davvero condannarli?). Fare i signori, come si diceva a quei tempi, senza doversi ammazzare di lavoro nei campi.

La rassegnazione che per secoli ha marchiato quella gente non produce affatto un nuovo essere umano ora che lo Stato è diventato democratico, i partiti partecipano alla vita democratica, i sindacati alleviano le condizioni dei lavoratori e la scuola è per tutti. Niente del genere, ricorda Silone. L’uomo che lo scrittore abruzzese tratteggia è solo un essere che si disinteressa sempre più della politica, e che bada solo al divertimento.

Un autentico paradosso: quando i contadini del Fucino si ammazzavano di lavoro, trovavano un po’ di tempo per partecipare alla vita della cooperativa. L’operaio che vive in città, che si sposta in automobile, in tram o in motocicletta, quando ha finalmente del tempo libero lo passa allo stadio, nei divertimenti, nell’ozio. Partiti e sindacati sono frequentati solo se servono: per sistemarsi. Ed essi si sono adeguati velocemente per non perdere iscritti, quindi potere contrattuale.

Lo Stato sociale si è ammalato di burocrazia e clientelismo, e invece di rimuovere ciò che impedisce al singolo di crescere, lo rende puerile, dipendente e capriccioso. E il singolo accetta ben volentieri questa sua condizione perché è comunque migliore di quella precedente.

Il bello della città

Silone conosceva troppo bene la vita di certe contrade per rimpiangere il passato. Per esempio: a chi parla dell’alienazione delle grandi città, lo scrittore dell’Abruzzo ricorda il laccio del vicinato meschino, ficcanaso, petulante che nei piccoli centri rendeva impossibile la vita delle persone.

La fuga dalle campagne di tanti italiani (erano le donne però a spingere a partire), non era solo per inseguire un tenore di vita migliore. Ma per farla finita con una mentalità stupida e gretta, che giorno dopo giorno avvelenava gli spiriti più curiosi, intelligenti. 

In città si poteva scegliere chi frequentare, e chi non frequentare. La riservatezza era qualcosa di raggiungibile: si chiudeva la porta, ed era finita. Anche nei confronti di quanti guardavano con sospetto ai mezzi di comunicazione di massa (rei di uniformare, di rendere tutti passivi), rimpiangendo il calore dei comizi, Silone ricorda che le adunate oceaniche non erano affatto sintomo di buona salute.  (Ma chissà cosa direbbe ora. Sarebbe dello stesso avviso?).

Non manca un riferimento di Silone a don Lorenzo Milani, al suo “Esperienze pastorali”. Perché il conformismo, scriveva Silone, stritolava tutti, la Chiesa compresa, impegnata a inseguire le mode (esattamente come i partiti e i sindacati), anziché proporre. Da ricordare che il Sant’Uffizio consigliò di ritirare il libro di don Milani dal commercio perché lo considerava una lettura inopportuna. La prefazione era firmata da un cardinale, mentre aveva ricevuto l’imprimatur da un altro cardinale.  Non bastò.

Lenticchie per tutti

Ma torniamo a Ignazio Silone. Una lettura cupa? Non credo.  Lui consiglia di evitare ogni conclusione affrettata. Ci sono quasi a ogni angolo (oggi come allora) studi, ricerche che dimostrano questo o quello; e quasi nello stesso momento qualcosa contraddice palesemente quanto appena affermato. Lui vede chiaramente i rischi, i pericoli di una società che produce conformisti, non cittadini. La scuola non è che un luogo (uno dei tanti), che sforna appunto conformisti. Le persone sono sempre meno interessate al bene pubblico, e lo Stato è visto come un’entità distante e nemica e per questo è bene derubarlo.

Sia capitalismo che comunismo inseguono il sogno del benessere. Silone scriveva questo intervento quando Krusciov affermava che ben presto l’Unione Sovietica avrebbe raggiunto, nel benessere, gli Stati Uniti. A dimostrazione del tracollo definitivo di tutte le utopie, in favore dell’abbondante piatto di lenticchie chiamato a pacificare ogni slancio o appetito. 

Né il benessere né la rivoluzione hanno reso l’individuo più consapevole di essere parte del medesimo gruppo; semmai lo hanno reso più annoiato, o sospettoso. Eppure, come ho scritto prima, Silone non è pessimista. Perché sa bene che l’inquietudine dell’uomo è più potente di qualsiasi anestetico elargito dal comunismo o dal capitalismo. La sfida è impegnativa, lunga, ma lo scrittore abruzzese è fiducioso che alla lunga, emergerà, contro questo mondo burocratico e privo di speranza, un antagonismo capace di ridare fiato ai veri bisogni dell’essere umano.

Ma se guardiamo a quell’Italia, e la confrontiamo a questa: Silone sarebbe ancora tanto ottimista? Probabilmente sì. Forse molto perplesso, anche intimorito (il conformismo della Rete, la dissoluzione dei partiti, la crisi della democrazia, il fascino per i regimi illiberali, la tecnocrazia, e adesso la pandemia), ma resterebbe comunque un autore fiducioso, ottimista, perché persuaso che l’essere umano è troppo “mina vagante” per restare a lungo intrappolato dalle seduzioni che il potere, con abilità, escogita.

14 commenti

  1. Credo che vivere nei piccoli centri in mezzo ai pettegolezzi sia soffocante e diventa preferibile vivere in solitudine in città, su questo posso concordare con Silone. Il progresso ha sempre un rovescio della medaglia, riuscire a bilanciare vantaggi e svantaggi del progresso porterebbe il paradiso in terra, l’umanità non ci è ancora riuscita neanche ai nostri tempi, con tutta la nostra apparente saggezza e cultura, ma sperare e impegnarsi per questo è sempre importante…

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  2. Non ricordo di aver letto Ignazio Silone, forse alle superiori qualcosina, ma non di recente. Io che sono nata in campagna, capisco il voler vivere in città in anonimato: il vicinato è spesso cattivo, soffocante e giudicante. Si rischia davvero di non poter uscire di casa senza sentirsi tutti gli occhi puntati addosso o le malelingue di paese che sparlano, sparlano, sparlano perché non hanno proprio altro con cui dilettarsi.
    Ma anche in città dipende molto da dove si vive, non è che chiudi la porta e tanti saluti. Se hai un amministratore condominiale forse, ma in ogni caso ti puoi ritrovare con dei condomini altrettanto ingombranti, da arrivare facilmente alle vie legali anche solo per una pianta nel vano scale. Nemmeno chi vive in una villetta a schiera può star sereno, se il costruttore ha messo gli scarichi in comune, se il cane del vicino salta oltre la recinzione, se il confinante lascia i rifiuti a un metro dalla tua porta per giorni… No, non so mica se oggi Silone sarebbe stato ugualmente ottimista. Forse avrebbe capito che non c’entra campagna o città, c’entra proprio l’educazione dell’uomo.

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