L’autopubblicazione è il nuovo samizdat?


 

 

di Marco Freccero.
Pubblicato il 13 settembre 2021.

 

 

A quanto pare il termine russo “samizdat” vuol dire auto-edizione.

Nasce negli anni Sessanta in quella che era l’URSS, per definire tutte quelle opere che venivano pubblicate al di fuori dell’editoria ufficiale. Per i motivi più diversi.

Di solito perché o si trattava di libri di autori vissuti in precedenza e ormai dimenticati (perché poco allineati, o che per nessuna ragione al mondo potevano essere assimilati al nuovo corso). 

Oppure (vedi il caso di Solzenicyn) si trattava di opere che erano state colpite da censura, rifiutate; o che sarebbero quasi certamente colpite da censura se si fossero rivolti, gli autori, all’editoria ufficiale.

Non è meraviglioso?

L’ispettore Callaghan

Chi legge potrebbe quindi pensare di essere alle prese con qualche barboso articolo dedicato all’autopubblicazione e alla sua “superiorità”. Quegli articoli (che io ormai non leggo più; e si vede!) che spiegano come fare appunto autopubblicazione proprio per bene.

Non proprio.

Qualche mese fa ho incrociato da qualche parte un articolo che parlava di serie televisive (che io non seguo). Diceva che ovviamente esse seguono un copione ben preciso. 

Non solo devono, come si può immaginare, riscuotere il successo del pubblico (o altrimenti si chiude, non importa la qualità della storia narrata). 

Devono anche veicolare un certo tipo di valori che vanno per la maggiore. 

Adesso è maledettamente vecchio: ma ve la immaginate una serie televisiva dell’ispettore Callaghan? Io sì, e sarebbe bellissima (forse la seguirei). È evidente anche ai sassi che nessuno ci spenderebbe un soldo bucato perché non rispetta il tipo di valori che devono essere invece ribaditi a ogni costo e in tutte le salse. E pazienza se la realtà è brutta, sporca e cattiva: peggio per la realtà, no?

Ma di sicuro quando si perde di vista la realtà e non si racconta più quello che è, ma solo quello che dovrebbe essere, in modo da essere “edificanti” (palazzinari dell’anima da quattro soldi. I palazzinari da quattro soldi, non l’anima), il risultato è (quando va bene), esilarante. 

Naturalmente, la faccenda è molto più complicata di così.

È più complicato di così

Perché ci sono, per prima cosa, un sacco di persone che non guardano le serie (sicuro! Non sono il solo!).

Ce ne sono altre che le guardano, e poi si fanno un’idea che va esattamente in senso opposto a quella che le serie propugnano (adoro quando uso il verso “propugnare”). 

O altre che sono abbastanza d’accordo, ma…

Insomma, per farla breve (anche se non è possibile): se esiste un sistema che punta a uniformare, e spesso ci riesce alla grande. Spesso non raggiunge tutti. Ci saranno sempre dei settori che sfuggiranno al rullo compressore del conformismo. Questo probabilmente rende il conformismo sempre attento, anzi nervoso. Perché la Storia insegna che una manciata di pazzi spesso hanno rovesciato il mondo.

E l’editoria?

Mah!

Qui potrei tacciarmi. Ne sono fuori. Sono anni che non spedisco niente a nessuno, né mi interessa spedire qualcosa a qualcuno. L’editoria ufficiale ha per me lo stesso interesse che riscuote Marte (forse il pianeta rosso però ha qualche centimetro di vantaggio su di essa).

Ma se per le serie televisive si va verso una certa direzione; è probabile che pure l’editoria prediliga una determinata direzione.

Ecco allora il samizdat. 

Sono matto come un cavallo, vero?

Matto come un cavallo 

Qualcuno penserà: Ma l’autopubblicazione non era quel mezzo democratico per diventare tutti molto ricchi, con la scrittura?

Datemi tempo che devo recuperare la mascella finita per le risate sotto la scrivania.

Dunque, come era la battuta? Adesso ricordo.

Risposta secca: No.

Risposta più articolata? No.

Che poi qualcuno (una manciata) ci sia riuscito è ovvio. C’è gente che diventa ricca con i Gratta e vinci, giusto?

Se osservo la bibliografia del sottoscritto (come vedi, uso certi termini per darmi un tono), che ci trovo?

Una trilogia delle Erbacce.

Poi “Stella Nera”.

Un romanzo a quattro mani.

Eccetera eccetera.

Non sto affermando che l’autopubblicazione abbia chissà quale ruolo o scopo in questi anni, e in quelli venturi. 

Tuttavia immagino che (ed è un concetto che su queste pagine ricorre spesso e volentieri), in questo settore che non obbedisce a regole o direttive, ci siano e ci saranno delle voci che per i motivi più differenti sceglieranno esattamente di non abbracciare l’editoria ufficiale.

Non perché garantisca una “purezza” e una libertà che altrove non c’è più (Amazon è puro? Apple è pura? In Cina scodinzola, a San Francisco fa la voce grossa). Ma perché comunque ci sono, all’interno dell’autopubblicazione, più spazi di manovra.

Per pensare a una trilogia di racconti.

Per scrivere una storia ambientata negli anni Ottanta a Savona con protagonisti degli obiettori di coscienza all’esercito.

Eccetera eccetera.

Siccome chi abbraccia questo fenomeno samizdat-autopubblicazione probabilmente non si riconosce nei riti e nelle parole d’ordine che vanno per la maggiore; è possibile che, se è fortunato, e abile, alla fine riesca a ritagliarsi persino una fetta consistente di lettori. E lo faccia sganciato appunto dalle logiche del mercato, riuscendo a crearsi un mercato non ufficiale. Parallelo e distante. E (qui si sfiora la fantascienza, me ne rendo conto), con quel piccolo mercato non ufficiale e distante dalle luci della ribalta, ci possa persino vivere. Sì, insomma: comprarsi il pane, il latte, pagare le bollette.

Come?

Non ne ho la più pallida idea.

E sono quasi certo che se poi l’editoria ufficiale cercherà di cooptarlo (oggi qui solo paroloni), alcuni potrebbe persino rispondere con un “No, grazie”, e procedere per la loro strada parallela e non ufficiale (ma non tutti, lo so. Resistere non è facile).

Il senso di tutta questa tiritera?

Ritorna spesso il grande BOH!

Un grande BOH, esatto.

Che ci sia un certo conformismo (anche aggressivo) è evidente. Se non lo è ancora in Italia, è probabile che lo diventerà nei prossimi anni. L’unica via di scampo potrebbe essere proprio l’autopubblicazione, ma solamente se l’autore riuscirà a dare al proprio ruolo una maggiore incisività. 

Ma il cuore di tutto, forse, è “solo” questo. Il potere non è buono, mai. Non diventa buono perché “NOI” lo gestiamo, mentre se lo fanno gli altri di certo sono brutti e cattivi, e ci vogliono uniformare. Con il risultato che quando infine lo conquistiamo NOI, NOI vogliamo uniformare gli altri.

Perché non sembra: ma questo articolo era sul potere, e la libertà.

13 commenti

  1. Eccomi, anch’io non guardo le serie tv. 🙂
    Capita, raramente, di seguirne qualcuna di eccezionale (La fantastica signora Maisel, solo perché consigliata da un’amica, che aveva ragione). O continuo a seguire quelle “storiche” (oramai solo Grey’s Anatomy, e solo perché ogni volta sono curiosa di vedere cos’altro si inventano, e prendere appunti).
    Sull’autopubblicazione, per quello che ho visto in questi anni da fuori, se non pubblichi con almeno un piccolo editore in gamba, che faccia un minimo di promozione, allora conviene l’autopubblicazione. Perché con editori scadenti, l’autore è comunque costretto ad arrangiarsi per far arrivare il libro ai lettori. E allora tanto vale.

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