Il Male secondo Herman Melville


 

 

di Marco Freccero.

Pubblicato il 20 settembre 2021.

 

 

 

Un po’ di mesi fa ho riletto “Billy Budd, marinaio” di Herman Melville. Sottotitolo: “Una storia dal di dentro”.

Un libro che avevo acquistato nel novembre del 1994, letto, quasi dimenticato, e adesso l’ho ripreso.

È un romanzo di meno di 100 pagine, pubblicato nel 1924 quando Melville era morto da oltre trent’anni. Solo nel Novecento la critica, che pure lo aveva stroncato, si era accorta del suo valore, e lo stava recuperando.

Che cosa c’è di interessante in questo piccolo libro?

Uno scrittore finito

Dobbiamo ricordare che, come scrittore, Melville a quarant’anni era finito. Dopo il grande successo di un paio di romanzi ambientati nelle isole del Pacifico, e un altro paio di romanzi scritti solo per fare soldi (e che lui disprezzava, anche se la critica li considera buoni), si era avviato su un sentiero di incomprensione e solitudine.

Moby Dick, o la balena.

Pierre (o dell’ambiguità): forse la vera “pietra tombale” che lo scaglia lontano dal mondo letterario statunitense. 

Sarà costretto a lavorare all’agenzia delle dogane di New York per portare a casa un po’ di soldi. E prima di morire, sforna appunto “Billy Budd, marinaio”.

Che ambienta nel Settecento a bordo di una nave da guerra inglese. Come per ribadire, per l’ultima volta, la distanza fra lui, e gli Stati Uniti lanciati ormai non solo alla conquista dell’Ovest; ma (presto), anche del mondo. Perché sono l’ultima possibilità che Dio ha dato agli uomini di creare una civiltà sana, genuina.

In questo ultimo romanzo lo scrittore statunitense mette in scena, credo, il male. Un argomento un tantino ambiziso, vero?

E come ci riesce?

Il male non si può comprendere, né scrivere

Billy Budd viene arruolato a forza su una nave da guerra inglese (era su un mercantile); ma la faccenda non ha nulla di brutale. “A forza” vuol dire solo che un ufficiale ha passato in rassegna l’equipaggio di una nave “civile”, lo ha individuato, e quindi lui nel giro di pochi minuti si ritrova su una scialuppa diretta verso la nave da guerra di Sua Maestà britannica “Bellipotent”.

È un ragazzo ingenuo (non innocente), che in breve entra nelle simpatie di un po’ tutti per il suo modo di fare schietto, senza secondi fini.

Se messo sotto pressione, balbetta.

Ma non tutti amano Billy Budd. Il maestro d’armi John Claggart, appena lo vede, sviluppa un’istintiva antipatia, mescolata anche a invidia, che infine si tramuta in perfidia. Odio.

Perché?

Melville quando deve presentare Claggart scrive:

Mi cimenterò a farne il ritratto, ma non riuscirò mai a coglierlo in pieno. 

Il che è strano, vero? 

Un autore dovrebbe descrivere “con precisione” i personaggi della propria storia. Ma qui abbiamo invece Melville che avverte: Non è possibile spiegare chi era davvero John Claggart. Come Billy Budd ha un passato oscuro: probabilmente non è inglese. Sulla nave, ha fatto carriera ed è diventato appunto maestro d’armi (di fatto è l’uomo che, con un pugno di fidati collaboratori, deve tenere sotto controllo la ciurma).

Una posizione delicata. 

Melville colloca la vicenda proprio dopo un paio di gravi atti di ammutinamento che avevano colpito la flotta inglese (repressi tramite impiccagioni); atti realmente accaduti (a un suo cugino per parte di madre, tra l’altro). E questo sarà fatale per Billy Budd.

Ma l’interrogativo resta ben nitido.

Perché?

Perché Claggart ha agito come ha agito.

Che cosa lo ha mosso.

Perché odia Billy Budd.

È evidente che si tratta di una rilettura della Genesi, dove il serpente (“Era come maneggiare un serpente morto”, scrive Melville dopo la morte del maestro d’armi), odiando l’uomo, ne cerca la rovina, a costo della propria rovina; e ci riesce. 

Quello che invece Melville non riesce, né forse lo vuole fare per davvero, è offrire una qualche “spiegazione”  del male.

Questo è (almeno in parte), una delle ragioni del suo insuccesso. 

Mentre gli Stati Uniti si avviano a proclamarsi il Paese eletto da Dio, la nuova Arca dell’alleanza che renderà gli uomini felici, liberi, fratelli, eccetera eccetera; questo autore scrive una storia sul male, dichiarando che niente riuscirà mai a estirparlo dal cuore dell’uomo. Perché se la parola non riesce a definirlo, ad agguantarlo, a spiegarlo: non sarà possibile vincerlo. 

Forse questo piccolo romanzo è (anche) un chiodo sulla bara del romanzo (di un certo tipo di romanzo) che aveva l’ambizione di prendere per mano il lettore e condurlo in un mondo pacificato, finalmente amico perché “spiegato” dalla parola.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale migliaia di uomini e donne testimonieranno su Treblinka, Dachau, avvertendo però che l’orrore era ben altro. 

Che la parola non è in grado di far comprendere a noi la misura tangibile, concreta, della sua portata. 

Ma che fine ha questo breve romanzo?

A che serve “Billy Budd, marinaio”?

Forse Melville vuole ribadire (non lo aveva già fatto con “Moby Dick”?) che se la parola, l’intelligenza dell’essere umano non sono in grado afferrare il mistero del male, tutto il progresso dell’uomo serve solo a mascherare l’impotenza ad addomesticarlo. A nascondere tra “ricchi premi e cotillons” la spaventosa verità che quell’umanità ubriaca dell’idea di poter costruire un mondo felice non poteva (né può) ammettere a se stessa.

Il male ci supera, ci dice Melville, e la vita è sempre una tragedia greca. 

Una visione un poco cupa, vero? 

È la visione di un uomo che non aveva mai desiderato accodarsi alla maggioranza che vedeva negli USA il gran sole dell’avvenire. 

Cresciuto in una famiglia con una severa educazione calvinista (la madre era di origine olandese), non riesce a vedere più in questo mondo una qualche forma di misericordia. Di pietà.

Sta con Billy, ma anche con colui che lo farà impiccare, “lo stellato Vere” comandante della Bellipotent che non può rischiare rivolte o ammutinamenti. La punizione deve scattare, e colpire con durezza e rapidità l’omicida. Esitare potrebbe far credere all’equipaggio che il comandante ha proprio timore degli uomini a bordo.

Ha ragione Nemi D’Agostino quando chiude la prefazione affermando che si tratta di “una crocifissione in uniforme navale”. Dove non c’è alcuna resurrezione, dove il mistero (del male, del bene) pare troppo oltre per la comprensione umana. E a noi, sembra suggerirci Melville, non resta che stare qui, in attesa. Confusi e sbalorditi davanti a un mondo verso cui corriamo, ma che sempre ci sfugge.

7 commenti

  1. Ciao Marco pur apprezzando Melville non ho mai letto questo romanzo. Quello che ho sempre pensato della sua narrativa è che non ci sia speranza, solo disperazione, sconfitta, fallimento. La sua vita gli ha portato questa convinzione?

    "Mi piace"

    • Probabilmente la famiglia (calvinista olandese da parte di madre). Poi qualcosa si è rotto, dopo i successi giovanili, o meglio: credo che vedesse l’ottimismo degli USA e ne comprendesse la vera natura. Davanti all’ottimismo di quanti vedevano negli Stati Uniti la sola speranza del mondo, lui provò a raccontare cosa c’era per davvero nel cuore del suo Paese. E fu spinto ai margini, ignorato. L’insuccesso non fece che aggravare un’inclinazione già radicata in lui.

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.