La parola ritrovata nel romanzo “Fontamara” di Silone


 

 

di Marco Freccero.
Pubblicato il 4 ottobre 2021.

 

 

 

Credo che nel romanzo di Ignazio Silone dal titolo “Fontamara”, ci sia un aspetto che meriti di essere messo nella giusta luce.

L’ho riletto mesi fa (per intenderci: poco prima dell’inizio dell’estate), ma siccome avevo deciso di sospendere le pubblicazioni del blog, l’articolo e la conseguente riflessione arrivano solo adesso.

Che c’è di così interessante in “Fontamara”?

Secondo me questo: come, quasi in modo inconsapevole, i fontamaresi arrivino a comprendere il corretto uso della parola. Che per essi avrà un esito catastrofico, ma questo è un altro aspetto.

Che cosa ha fatto Silone?

È abbastanza inutile ricordare che romanzo sia; ma lo farò comunque.

Scritto in Svizzera (Silone vi si era rifugiato sia per sfuggire al fascismo, sia per curarsi dalla tubercolosi), pubblicato prima all’estero e in Italia solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Fontamara viene descritto da un po’ tutti come una pagina memorabile del riscatto (o del tentativo di riscatto) della plebe meridionale.

Un po’ fuorviante, anche se di certo c’è anche questo. 

O forse non è esattamente fuorviante: ma Silone ha voluto in realtà fare qualcosa di molto più potente.

Affermare che Ignazio Silone ha dato parola ai cafoni è senz’altro esatto. Credo che prima di “Fontamara” non ci sia stato mai un romanzo che dava la parola ai cafoni, e per di più abruzzesi. Non come semplici comparse in una storia più grande; ma protagonisti. Ma Silone non si è affatto limitato a portarli sulla scena. 

Forse c’è da tenere in conto questo: anni dopo lo scrittore abruzzese guarderà con grande simpatia a don Lorenzo Milani. Un prete toscano (discendente da una delle famiglie più ricche di Firenze) che sarà spedito in punizione a Barbiana, e dove per anni insegnerà ai montanari del Mugello (i cafoni toscani) a usare la parola per essere davvero cittadini.

È interessare anche l’espediente che Silone usa per raccontare questa storia. Immagina che una sera, rientrando, trovi ad attenderlo sull’uscio di casa (siamo all’estero, in Svizzera), tre figure. Sono di Fontamara: padre, madre e figlio. Li fa entrare. E iniziano a raccontare degli avvenimenti incredibili accaduti proprio a Fontamara.

Sono i cafoni a raccontare questa storia, è la loro voce che “sentiamo”.

La voce dei cafoni

I cafoni usano la parola per pregare (poco) bestemmiare (tanto), per supplicare i loro “protettori” (don Circostanza, oppure il sacerdote don Abbacchio. O ancora l’antico padrone don Carlo Magna, così chiamato perché quando chiedono di lui rispondono: “Don Carlo? Magna”. La scelta dei nomi è semplicemente geniale). Per constatare che le cose sono sempre state così perché essi sono carne fatta per soffrire. Soprattutto le donne.

L’unico del paese che riflette, che prova a immaginare qualcosa di differente è Berardo Viola, il cafone che sa ragionare, il più temuto proprio dalle “autorità” (don Abbacchio e don Circostanza). Ma dice quello che dice perché non ha nulla da perdere: nemmeno un campo. Né una famiglia. Quindi può dire e fare cose che nessuno oserebbe mai.

Arriva poi un uomo dalla capitale: l’Impresario. È un salto di qualità (la definizione di impresario indica proprio che ormai non siamo più nel periodo feudale, quello degli antichi padroni. L’impresario ha l’aiuto della banca, oltre che del potere che infatti lo nominerà podestà).

Che cosa cambia per Fontamara? Nulla, semmai le cose vanno peggio. L’impresario fa deviare il torrente verso le sue terre. I fontamaresi (le donne in principio), protestano. Si arriva, grazie alle suppliche, a un accordo: tre quarti dell’acqua all’impresario, e tre quarti ai fontamaresi.

La voce dei fontamaresi è solo un rumore di fondo, un fastidio che arriva a disturbare la  festa, il regolare corso della cose (regolare perché è l’impresario a dettare le regole).

Di fatto, non c’è una voce dei cafoni. Qualunque cosa dicano, o è insulsa, oppure fa ridere. Ma perché le cose cambiano?

La città motore di cambiamento

Perché Berardo Viola va in città con la compagnia di un ragazzo. Noi adesso diciamo tutto il male possibile della città. Ma per secoli è stata il volano dello sviluppo. La città medievale, per esempio, ha permesso a un sacco di gente che viveva in campagna, isolata, di entrare in contatto con altri. Di mescolarsi e unirsi. È stato il luogo dove le persone, le loro idee, si sono fuse, e hanno dato vita ad altro. 

Basta dare un’occhiata alla vitalità dei piccoli comuni nel Medioevo: la fine dell’aristocrazia, dell’antica nobiltà, e l’emersione del ceto mercantile, dei commercianti, hanno cambiato il volto non solo dell’Italia; ma di tutto il nostro continente.

Lo stesso accade a Berardo Viola: va a Roma per cercare lavoro (deve assolutamente sposarsi) e scopre, innanzitutto, che ci sono più di una banca. Ci sono molte banche, per tanti altri impresari il cui scopo è sfruttare i cafoni.

Ma lì incontra pure Il Solito Sconosciuto. Nuove parole entrano nella sua testa, e infine comprende qual è il suo fine: morire per gli altri cafoni. Una cosa mai vista, perché i cafoni erano considerati inutili. Carne fatta per soffrire. E anche lui soffre: torturato in carcere (c’è finito nel corso di una retata), confessa di essere proprio lui Il Solito Sconosciuto, l’imprendibile essere che sobilla, contesta, incita alla ribellione, alla rivolta contro il potere.

Infine muore.

Stavolta però, i fontamaresi non si limitano a prendere atto, come sempre, che “così vanno le cose, e vanno così perché sono sempre andate così”. 

L’uso della loro parola cambia.

La parola 

Basta supplicare, chiedere giustizia ai potenti di turno, che hanno sempre raggirato gli abitanti di Fontamara. Con la morte di Berardo Viola la parola non viene più usata per lamentarsi, per piangere, per invitare alla rassegnazione.

A Fontamara, grazie al Solito Sconosciuto si stampa un giornale dal titolo: Che fare? 

Potrebbe apparire ancora e sempre la solita domanda, la solita parola. Alla quale far seguire poi la rassegnazione vecchia di secoli.

E poi: a che serve stampare un giornale? Aiuta a far crescere il grano? A far tornare l’acqua? Ma queste sono domande che i fontamaresi non si pongono.

Adesso hanno compreso che la parola la possono usare pure loro per mostrare che essi esistono. Vivono. Non sono ombre, pidocchi; ma uomini e donne.

Hanno ucciso Berardo Viola: che fare?

Ci hanno tolto l’acqua: che fare?

Hanno violato le nostre donne: che fare?

Non è più la parola del rassegnato, ma dell’uomo che ha compreso che solo lui può mettere mano alla sua vita, migliorarla; ma assieme agli altri. Non chiedendo udienza al potente di turno.

Berardo Viola accetta di incolparsi di un reato mai commesso perché comprende che finalmente, può fare qualcosa non per sé, ma per gli altri cafoni. E che questo gesto porterà frutti.

Anche incolparsi di una cosa mai fatta è un atto capace di rovesciare il mondo dei cafoni: erano sempre stati distanti dalle discussioni, perché avevano la famiglia da proteggere. Berardo, che scende a Roma per farsela, decide che è ora di alzare il capo. E usa la parola: Sono io l’uomo che cercate, sono io Il solito Sconosciuto.

Le autorità non possono rendersi conto (ovviamente) di che cosa hanno in mano. Pensano di aver finalmente arrestato il sovversivo. 

In realtà in mano hanno molto di più: un uomo che si fa carico, attraverso la parola, del destino di altri. Affinché il destino degli altri, dei fontamaresi, muti.

Il messaggio di Ignazio Silone

Naturalmente, tutto finirà molto male. Buona parte dei fontamaresi o fugge, o viene uccisa dalle autorità. Il giornale, annientato.

È tutto finito?

Naturalmente no. Ormai la vera parola, quella che porta la libertà, si è messa in moto. Ha creato allarme, ha scatenato la repressione; ma ormai vive. 

La parola ha reso vivi i rassegnati. Ha rimesso in piedi i vinti. Forse per pochi istanti, perché il fuoco dei fucili li ha abbattuti.

Ma ormai non è più possibile riportare indietro le lancette della Storia. Il messaggio di Ignazio Silone resta potentissimo.

9 commenti

  1. Un uomo che si sacrifica per gli altri, per un’idea, quella di libertà? Non so perché, ma mi pare di trovarci un collegamento con il film (e prima fumetto) di V for Vendetta. Lui muore, ma oramai ha messo in moto qualcosa di più grande… 🙂

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