Jekyll e Hyde: un avvertimento per tutti noi?


 

di Marco Freccero. Pubblicato il 18 ottobre 2021.

 

 

 

 

Con la pandemia scatenata dal Covid-19, moltissime persone hanno scoperto (o riscoperto), il romanzo di Albert Camus “La peste”.

Invece credo che la lettura più adatta sia “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di Robert Louis Stevenson.

Romanziere eccelso, a mio modo di vedere. Perché in grado di scrivere una storia del genere, e poi di scrivere “L’isola del tesoro” dedicata ai ragazzi (anche se in realtà è un romanzo per tutti). Lo so, ha scritto anche altro.

Stevenson scrive questa storia… Per soldi. Aveva bisogno di denaro e alcune notizie riportate sui giornali gli avevano dato l’ispirazione per il breve romanzo. Non so quanto fosse consapevole di quello che metteva in mostra. Probabilmente per lui, e per i tanti lettori dell’epoca, era una storia terrificante, e basta. Non vi vedevano i significati che racchiudeva, ma forse (forse) noi lo possiamo fare. 

Quella porta

La storia ha inizio di sera. Due uomini, conoscenti (amici?), vale a dire l’avvocato Utterson e il signor Richard Enfield, passeggiano per un quartiere di Londra (ma in realtà Stevenson pensa alla sua Edimburgo mentre scrive), e vedono una porta. Questo offre l’occasione a Enfield per ricordare e raccontare un fatto. L’incontro con un “essere”… Esatto, il signor Hyde. 

Che non è sconosciuto all’amico Utterson. Essendo un legale, custodisce il testamento dell’amico dottor Jekyll, che in caso di scomparsa o morte, lascia tutti i suoi averi proprio a questo primordiale signor Hyde.

Utterson, a questo punto, vuole vederci un po’ più chiaro.

Non occorre spiegare come la storia termina: una catastrofe. 

L’impeccabile avvocato Utterson dopo l’omicidio del deputato Carew, da parte del ripugnante Hyde, sa bene cosa lega Jekyll a Hyde (anche se lui crede ancora che siano due persone distinte); ma tace, non avvisa le autorità per proteggere l’amico. Il male è devastante, sembra suggerire Stevenson: quando entra nella vita delle persone produce danni enormi. Un irreprensibile avvocato inizia a derogare ai suoi principi, anche se per amicizia.

Ma lo fa per amicizia? Oppure agisce in quel modo per proteggere, attraverso sé e l’amico in pericolo, anche quel mondo rigido, grigio e ipocrita nel quale tutti sono immersi, e che ognuno, nel proprio cuore, non ama affatto ma ne accetta il giogo?

E Jekyll?

Jekyll al principio è persuaso di avere la situazione sotto controllo. Di poter fare del signor Hyde quello che desidera, e se un giorno se ne stancherà, potrà liquidarlo velocemente. Probabilmente tra sé e sé ride perché guarda alla società londinese che lo circonda e ne vede l’ipocrisia: così formale e perbene, ma non perché ci creda realmente. Solo perché “si fa così”, mentre lui, un’ottima persona tra l’altro, ogni tanto si prende una vacanza da tanto rigore e perbenismo. Perché per lui bene o male sono la medesima cosa. Si equivalgono, e può passare dall’uno all’altro senza particolari difficoltà.

Quello che imparerà in fretta è che il signor Hyde “cresce”, si evolve: migliora. A un certo punto Jekyll perde il controllo. Come se un lembo del vestito finisse tra gli ingranaggi di una macchina, e questa lo trascinasse sempre di più verso la rovina; ed è quello che succede.

Forse Stevenson ci vuole suggerire qualcosa: si è liberi finché si sceglie il bene; ma se si sceglie altro, il male, la libertà si riduce, i suoi confini si fanno sempre più angusti, sino a essere in completa balìa di Hyde, appunto. E non esiste possibilità di fuga. Di redenzione.

Raskolnikov di “Delitto e castigo” di Fedor Dostoevskij si inginocchia per chiedere perdono a tutti di quanto ha compiuto (siamo tutti colpevoli di quello che succede, sempre), e poi andrà in Siberia a scontare la pena. Per Jekyll non c’è alcuna forma di redenzione, di riscatto. Non riesce più a riavere la giusta percentuale di quella sostanza dai suoi fornitori; quella sostanza che teneva al guinzaglio Hyde. 

Chiuso nel suo studio, isolato, tagliato fuori dalla vita (lui che voleva gustarla in tutte le sue forme, anche le più abiette), Jekyll sceglie il suicidio, non prima di avere rivelato, per iscritto, la genesi di quella catastrofe. Chi gioca a fare Dio, sembra essere il messaggio finale, non può più ottenere il perdono. Deve morire. Chi supera certi confini, chi travalica determinati limiti non può più tornare indietro. 

Il Dio che i personaggi invocano lo fanno per abitudine. Esagerando un poco potrei affermare che Stevenson raffigura un mondo senza Dio, dove questo nome viene invocato, ma potrebbe essere sostituito anche da Zeus o Giove; e cosa cambierebbe? Se il bene e il male sono la medesima cosa, e si entra e si esce da essi senza troppi patemi (come faceva Jekyll), chissà dov’è il limite. C’è il limite? 

Il sogno di trascinare sulla terra il cielo (non di prendere il posto di Dio), è troppo affascinante per non provarci. Jekyll a modo suo ci prova, con gli esiti che conosciamo.

Elogio della vita banale?

Ma non credo affatto che Stevenson volesse tessere l’elogio della vita banale, della vita protocollare della Londra e dell’Inghilterra di quegli anni. Né desiderasse affermare: “Accontentatevi. Sarà anche ipocrita questa esistenza, ma guarda un po’ che cosa succede quando provi ad andare altrove”.

Perché è proprio l’asfissiante atmosfera che vi si respira a generare i mostri. L’avvocato Utterson diventa simpatico, decisamente umano solo quando comincia a rendersi conto di che cosa è successo all’amico, e finalmente getta alle ortiche quel suo freddo sguardo un po’ indifferente che posa su cose e persone. All’inizio dichiara “Tendo a schierarmi dalla parte di Caino e lascio che il mio fratello vada al diavolo come meglio preferisce”. Ma quando vede a che cosa conduce l’opera di Caino, probabilmente comprende che è necessario essere meno spiritosi.

In realtà l’amicizia che lega i tre uomini (Utterson, Jekyll e Lanyon), non è che un’abitudine scandita da riti sempre uguali, dove non c’è spazio per qualcosa di autentico. Di simpatico. Una “sana” noia scandisce la vita di queste persone.

Jekyll, imprigionato in un mondo che sente arido e senza emozioni, decide di costruire qualcosa che gliele darà, e che sarà sempre in grado di spazzar via, se e quando lo vorrà. Purtroppo, non sarà affatto così.

L’uomo insoddisfatto

Credo che “Lo strano caso…” sia da preferire a “La peste” di Albert Camus perché ha il pregio di spostare l’attenzione dal brutale fatto (l’epidemia, o la comparsa sulla Terra del signor Hyde), a ciò che ha generato quel fatto. 

Non è stato un errore in nessuno dei due casi, ma il punto di arrivo naturale di un modo di pensare, di un sistema (e quindi di un’ideologia), che Stevenson, non so quanto consapevolmente, aveva intravisto. 

L’uomo insoddisfatto; l’uomo insoddisfatto perché incapace di andare incontro al prossimo e vederlo come gioia e occasione di crescita, non come mezzo, alla fine si affiderà a qualche espediente mai prima usato per gustare i sapori forti della vita. 

Succube di leggi che garantiscono l’ordine e il progresso, preferirà, sembra dirci Stevenson, correre dei rischi anziché andare all’avventura della scoperta dell’altro.

Jekyll a un certo punto deciderà di voltare le spalle a Hyde, e cercherà di lanciarsi in una frenetica attività di beneficenza. Ma anche in questo caso, gli altri sono solo un mezzo per tenere a bada le sue voglie animalesche, e alla fine Hyde tornerà più forte di prima.

Prima ho scritto che forse Stevenson non immaginava che cosa stava scrivendo; adesso penso che lo sapesse abbastanza bene. Per ragioni di salute va a vivere nelle isole Samoa (in realtà doveva essere solo una sosta), dove morirà nel 1894, ben felice di quell’angolo di mondo che gli ridona salute e divertimento. Credo che volesse soprattutto stare ben lontano dal teatro della prossima catastrofe. E molto vicino a un mondo dove i rapporti schietti e sinceri non erano inquinati dalle convenzioni.

Pronti per la prossima pandemia?

7 commenti

  1. Questa cosa del giocare a fare Dio qui sulla terra c’è anche in Jurassic Park, quando lo scienziato ideatore del parco mostra le sue creature non pensa ai rischi (se ci son 65 milioni di anni tra i dinosauri e l’uomo c’è un motivo). Si vede poi come va a finire: la Natura si ribella, le femmine tramutano in maschi per generare nuova vita in autonomia, non controllata. E i recinti elettrificati vanno a farsi benedire alla prima occasione…
    E anche in quel caso il Male non è nella Natura, ma nell’uomo che vuole dominarla.

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