Alla fine non resta che la speranza


 

 

di Marco Freccero.
Pubblicato il 22 novembre 2021.

 

 

 

Qualche mese fa (a luglio, mi pare), un’azienda italiana di tipografia è finita nell’occhio del ciclone perché ricorreva a cooperative per l’assunzione di operai. Non cito il nome, naturalmente, anche se chi legge se ne ricorderà.

La magistratura farà il suo corso, come si dice in questi casi, e occorre attendere almeno il rinvio a giudizio dei responsabili prima di lanciarsi in commenti o considerazioni. Il mondo delle cooperative è “vario”. In questo caso, sembra avesse qualche parentela con gli incubi.

Però ho guardato le ultime pagine dei miei libri autopubblicati con Amazon. La stampa è avvenuta in Polonia. Se avessi scelto StreetLib, sarebbe stata la stessa. A quanto so, pure essi si rivolgono alla medesima tipografia polacca (se qualcuno è a conoscenza di un cambiamento al riguardo, lo scriva nei commenti. Grazie).

Lì andrà tutto bene? E chi lo sa!

Il rispetto delle leggi

Certo, Amazon e compagnia cantante affermano di solito che rispettano le leggi del Paese dove operano, e si adeguano. Si capisce. Ci mancherebbe che non accadesse. (Se il Paese è totalitario ovviamente si adeguano alle sue leggi. Il denaro non ha odore).

Non so bene se l’Italia abbia una legislazione relativa al lavoro più o meno avanzata rispetto agli altri Paesi europei. Ma basta andare in certe località del Sud Italia (solo del Sud Italia?) per trovare uomini e donne che lavorano per pochi euro all’ora e senza alcuna tutela. La legge è forse “avanzata”. Poi nessuno controlla, un po’ tutti si girano dall’altra parte finché non succede qualche disgrazia.

Però il punto è un altro. 

La passata di pomodoro per esempio…

La passata di pomodoro

Quando andiamo a comprare in un supermercato di solito cerchiamo i prodotti più convenienti. Perché ci piace risparmiare; oppure perché i nostri stipendi sono, in Europa, quelli più bassi. Siamo la Nazione che dall’introduzione dell’Euro è cresciuta poco e male. E facciamo finta di non sapere che quel prezzo stracciato (non solo per la passata di pomodoro; ma per la camicia, la pasta, eccetera eccetera) si riferisce alla confezione e all’etichetta. Tutto il resto (dal trasporto, alla raccolta del prodotto)? 

Già: qualcuno ci ha rimesso. Ha dovuto lavorare in nero. Accettare di fare 10 ore di lavoro invece di 8. Ha rinunciato allo straordinario. Sì, certo: qualcuno dirà che quel prezzo basso è possibile perché il punto vendita (o il marchio che gestisce il punto vendita), ha concluso accordi particolarmente vantaggiosi con i produttori, permettendo quindi un prezzo aggressivo per chi compra.

È possibile.

È possibile ogni tanto. Succede che i grandi centri commerciali accettino di rimetterci; in occasione del lancio di una nuova struttura di vendita si sceglie, su determinati prodotti, di venderli anche sottocosto. Tanto la gente non comprerà solo quella roba lì; ma anche altro, venduto a prezzo pienissimo.

Io infatti quando posso consiglio di comprare presso la Bottega della Solidarietà di Savona. Pasta, zucchero, banane, biscotti, eccetera eccetera. Ma sia chiaro: un chilo di zucchero costa 5 euro. Da un’altra parte costa meno di 1 euro. Essere “giusti” è una faccenda per pochi privilegiati, già.

Non è terribile?

Ma è pure un modo per iniettare nel sistema qualcosa di differente. Di migliore.

Non sono uno sprovveduto: quindi so bene che per vedere cambiare un poco le cose ci vorranno generazioni. Certe aziende si vantano di essere rispettose dell’ambiente: autoproducono l’energia di cui hanno bisogno ricorrendo alle fonti rinnovabili. Riciclano tutto. 

Ma nella foga di salvare la natura, si perde di vista chi in quella azienda ci lavora, perché non è prioritario. Prima c’è la natura, poi il mercato, i fornitori, i clienti. La comunicazione, mi raccomando: i clienti devono sapere che l’azienda segue con trepidazione e determinazione (e pure con gioia) le istanze del momento. Anzi, le anticipa. Le anticipa così tanto che ormai le vede nello specchietto retrovisore.

Intanto io faccio quello che posso. 

Però…

Un cambio di passo

Però resta il fatto che il cartaceo (il mio cartaceo) viene stampato in Polonia e mi devo augurare che chi lavora in quella tipografia non sia in nero, o peggio. E non posso certo dire ai miei lettori o lettrici: spiacente, niente più cartaceo d’ora in avanti. 

Né posso rivolgermi a una tipografia di Savona, giusto? 

Chiedere ad Amazon di… Buona come battuta, davvero. Loro rispettano le leggi del Paese, no? E mi offrono un prodotto economico e di qualità. Senza che io debba sborsare un euro.

Non dico che bisogna venire a patti con il male. Semmai affermo che probabilmente è necessario tirare un poco il freno. 

Calmarsi.

A ben vedere, buona parte di noi vive come inghiottita da un mondo che pretende reazione e azione. Velocità. E a uno sguardo esterno tutto sembra procedere molto bene: perché? Perché abbiamo tutto e ora, e proprio qui.

Poi, a volte, dietro questa rappresentazione si agita “qualcosa”. Si agita a tal punto che la sua superficie, il suo tessuto, si lacera. E allora possiamo sbirciare dentro per un attimo e vedere da vicino come il tutto funziona.

Meno bene di quanto immaginassimo, giusto?

Già.

Ma in che modo “calmarsi”? 

Se lo sapessi…

Che cosa resta

Eppure ancora credo che l’unico modo di cambiare le cose, sia cambiarle qui, adesso, a casa mia. Nel mio piccolo ambiente. Evitare con cura di rassegnarsi o di diventare indifferenti. 

Certo: la stampa dei miei libri continuerà a effettuarsi in Polonia (altrimenti non sarebbe possibile guadagnare qualche cosa sul mio libro, e praticando un prezzo piuttosto economico). Alla fine di tutto questo articolo (che non avrei dovuto scrivere: manca poco all’uscita della seconda parte di “Stella Nera”, e parlo di questi argomenti completamente distanti!) non rimane che la speranza. E la speranza non è robetta. 

È una faccenda che si costruisce passo dopo passo, giorno dopo giorno, con le proprie scelte. Magari senza far troppo rumore. Ne abbiamo già abbastanza.

Perché ci hanno abituato anche a non avere molta fiducia nella speranza, e quindi a scendere a patti. Invece la speranza è divertente, e sorride pure.

Secondo me, fa anche delle battute da smascellarsi. Per questo dovremmo tornare a frequentarla con maggiore assiduità.

10 commenti

  1. Non sapevo che il cartaceo di Amazon venisse stampato in Polonia, ma speriamo che in Polonia i laboratori non siano sfruttati. Purtroppo molti luoghi di lavoro sono anche luoghi di sfruttamento, non solo al sud ma anche al nord, a diversi livelli e non sempre evidenti. Il tuo discorso è corretto dobbiamo stare attenti quando compriamo qualcosa che costa troppo poco, qualcosa nel nostro piccolo possiamo fare…

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  2. se il prezzo è basso ci sono due strade o è taroccato il prodotto o viene prodotto in nero. Non si scappa.
    Amazon? Adesso stampa in Polonia, qualche tempo fa in Francia e domani chissà. Rispettosi del paese? Certo tanto le tasse le paga a Dublino.

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  3. L’azienda cui fai riferimento è forse Grafica Veneta? Seguendo sindacalmente il settore, posso dirti che quelle denunce hanno tirato fuori un mondo noto ma per i più sepolto: quello dello sfruttamento del lavoro nell’editoria. Sono stata invitata allo scorso Salone del Libro per parlarne, ma, fatalità, in quella data è stata convocata la manifestazione nazionale del 16 ottobre contro tutti i fascismi, così con buona pace dell’associaziione editori indipendenti che mi aveva invitata, ho dovuto glissare. Ho mandato un breve video però, forse prima o poi dovrei pubblicarlo.
    Quando è scoppiato il caso, stava uscendo Càscara. Nessun autore è in grado di verificare la legittimità delle scelte dell’editore, diciamo che ci si affida, si chiami PubMe o Amazon o Einaudi. Ma sono andata subito a controllare dove era stato stampato (sapete che ci sono sedicenti editori che omettono questa informazione?) e ho scoperto che la stampa avveniva alla Rotomail di Milano, una grande azienda in cui il sindacato si sta costituendo. Oltre il sollievo, la gioia di pubblicare con un editore anomalo, mezzo self e mezzo editore, che perlomeno da questo punto di vista non è al pari di grandi case editrici che invece a Grafica Veneta consegnano da anni i loro lavori
    Ecco, al di là di colpi di fortuna, se per ogni prodotto, per cui anche per un libro, si potesse avere una sorta di bollino di certificazione di filiera legale e erica, penso che ne gioveremmo tutti. Sia come autori che come consumatori di cultura. Che ahimè non è indenne da malaffare, purtroppo.

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    • Una certificazione ci vorrebbe eccome: autorevole, seria. Io per esempio compro equo e solidale, e lì le certificazioni ci sono. Ma quando vedo certe multinazionali che si vantano di certe certificazioni: ne sto alla larga. Per loro la certificazione non è il motore per un cambiamento reale. Solo una moda, una specie di spilla da indossare per essere al passo coi tempi, con le mode.

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  4. Su Grafica Veneta purtroppo si è accanita una parte di stampa giornalistica per questioni meramente politiche (specie certi giornali locali che puntano al sensazionalismo, anche in tema Covid, invece dell’informazione). Grafica Veneta si affida, come tutti (da Amazon per la logistica a Ikea per i magazzini), a cooperative. Cosa ci sia dietro una cooperativa non sempre è dato sapere, nemmeno quando il prezzo che esce al cliente è allo stesso livello delle altre sul mercato. Poi, nello specifico del caso, quella cooperativa risultava lavorare anche per altre case editrici, solo che certi nomi pesano (o fanno comodo) più di altri. E qui mi fermo. Come dice giustamente Marco, la magistratura farà il suo corso. E credo anche il mercato, J.K.Rowling è alquanto esigente verso chi stampa il suo Harry Potter.
    In realtà, nel comparto libri, chi decide i giochi non è nemmeno lo stampatore, ma il distributore. Amazon vince per la distribuzione che arriva gratuitamente a casa, ai locker e ai punti di ritiro. Le altre librerie devono attendere una distribuzione vecchia, nella logistica e nella struttura. Sto attendendo oramai da 3 settimane un romanzo ordinato a una libreria Mondadori (ed è di catena), mi sono sentita dire che “con questo distributore abbiamo problemi di reperibilità”, la casa editrice non è Big ma nemmeno sconosciuta, non è però Mondadori. Possiamo anche far stampare in Italia, sotto casa, ma se poi il libro non arriva, il libro non vende, lo stampatore non ristampa, il lavoratore perde il posto e via andare…

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  5. Il cambiamento nel proprio piccolo è doveroso e salutare, ma temo che in una società strutturata come la nostra non sia sufficiente. Ci sono moltissime sacche di lavoro nero nel nostro paese e che investono le categorie più disparate, dalle badanti alle colf, agli stagionali alle aziende manifatturiere. E la burocrazia non aiuta. Oltre agli stagionali per la raccolta di pomodori, a me viene spesso in mente dove vengono fabbricati i nostri tanti venerati smartphone e computer, e che cambiamo tanto spesso.
    Le cooperative spesso si trasformano in veri e propri bacini di sfruttamento per una manodopera a basso costo. Peccato, perché la formula della cooperativa è quanto di più simile a una compartecipazione aziendale possa esserci.

    P.S. Per quanto riguarda Stella Nera, era già mia intenzione acquistare entrambe le parti in formato ebook. 🙂

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    • Io per anni ho lavorato in una cooperativa, ma sono stato fortunato. Pagavano gli straordinari, le tredicesime e le quattordicesime. Ma al di fuori di quella, c’è una vera giungla.
      Preferenze di Sistema: Grazie della fiducia a proposito di Stella Nera 🙂

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