Un romanzo di Sigrid Undset del 1909


 

 

 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 6 dicembre 2021.

 

 

 

Una delle letture più importanti dell’anno, portata a termine nel mese di agosto scorso, è stato il romanzo “La saga di Vigdis” del premio Nobel della letteratura Sigrid Undset (lo vinse nel 1928 con “Kristin figlia di Lavrans”, una massiccia opera di tre parti). L’editore è Utopia. Io ho acquistato la versione digitale.

Anche “La saga di Vigdis” (il titolo originale dovrebbe essere: “La storia di Viga-Ljot e Vigdis”) è ambientata nel medioevo norvegese. Ed è una tragedia.

Una tragedia

Non nel senso che sia brutto o illeggibile; niente del genere.

Senza svelare troppo: Ljot è un islandese che con un parente approda sulle coste della Norvegia per affari. Acquistare legname, tra l’altro. Incontra una bellissima ragazza (Vigdis); se ne innamora e pure lei pare innamorata; anzi lo è certamente. Ma Vigdis non è una ragazza come tutte le altre. È forte, indipendente, benché consapevole della società nella quale vive. Non è disposta a sposare chi decide il padre, e lui lo sa bene.

Come già detto, questa storia è ambientata nel medioevo norvegese ancora pagano (ma il cristianesimo inizia a imporsi, benché “il Cristo bianco” non paia molto potente agli occhi della giovane donna).  

Ljot, che a sedici anni ha già ucciso gli assassini di suo padre, e che pare persuaso che la violenza sia un normale ingrediente della vita, la violenta. Vigdis resta incinta, partorisce e abbandona il figlio nel bosco. 

Quando, prima di tornare in patria, torna da lei, gli vomita addosso un odio sconfinato; lo maledice. E le sue maledizioni si avvereranno tutte. Non solo.

Il figlio partorito nel bosco non è morto in realtà. Salvato, Vigdis lo alleverà “obtorto collo”, e con il trascorrere del tempo lentamente inizierà ad amarlo. Perché nell’animo ha uno scopo solo: dovrà essere lui a vendicarla. E anche questo, anni dopo, si verificherà puntualmente.

Quando il padre di Vigdis viene assalito e ferito gravemente, sarà Vigdis a vendicarlo; non ci sono figli maschi in famiglia, e chi è così stupido da preoccuparsi di una donna? E invece proprio lei ucciderà due uomini (responsabili del ferimento del padre) che si riposavano in un capanno, pugnalandoli alla gola. Col sangue del capo, si laverà le mani e le asciugherà nei capelli del morto. E non sono le uniche morti di questo libro. Ve ne saranno altre.

Quando poi deciderà di farsi battezzare (perché la nuova religione sta prendendo sempre più piede. Il “Cristo bianco” anche se “debole” appare convincente) non ucciderà più nessuno, ma l’odio che ha per Ljot resterà intatto. Sino allo scioglimento finale.

È evidente che ci troviamo davanti a un romanzo che illustra con fedeltà come era la vita in quelle lande distanti. E non era molto differente altrove. Ma sia chiaro: la scrittura di Sigrid non ama indulgere. È precisa e chirurgica. Espone quello che succede senza alcun compiacimento. 

Vigdis potrebbe diventare l’amante del re; ma rifiuta. Potrebbe risposarsi (le offerte non mancano); ma rifiuta sempre. Quello che desidera è la vendetta. Dopo aver vendicato il ferimento del padre uccidendo due uomini, col figlio è dovuta fuggire nel bosco per scampare alla vendetta del clan rivale. Alcuni banditi che vivono nel bosco e che la accolgono con il figlio nel loro rifugio, le dovranno mozzare tre dita della mano sinistra per salvargliela dal gelo. 

Nulla pare davvero distoglierla dalla vendetta che le divora il cuore. Ha ben chiaro il suo scopo, e guarda solo a esso. Sa che se cedesse (per esempio alle lusinghe del re, o degli altri uomini) i suoi intenti vacillerebbero, per poi crollare rovinosamente a terra.

Perché è un romanzo potente e bellissimo, nonostante la brevità?

È una questione meno peregrina di quello che sembra. Certo; c’è parecchio di personale, di soggettivo che mi induce ad apprezzare questa opera (ho anche letto il romanzo “Kristin figlia di Lavrans” due volte, e sembra che la casa editrice Utopia voglia tradurre anche altro di questa scrittrice così poco conosciuta nel nostro Paese).

Ma probabilmente in questa opera esiste quello che parecchi anni fa mi spinse all’acquisto dei primi libri di Iperborea (la casa editrice milanese che pubblica esclusivamente letteratura del Nord Europa). E sono arrivato alla risposta grazie a… Tolkien.

Strano, non è vero?

Il professor Tolkien

Il professor Tolkien afferma che le divinità del Nord Europa sono diverse da quelle greche o romane (cerco di spiegare al meglio delle mie possibilità sperando di non snaturare troppo il suo pensiero). Lui afferma che le divinità del Nord Europa stanno sempre dalla parte dell’uomo. Della giustizia. Non importa se poi alla fine vincerà il male (incarnato dal “Ragnarok”). Loro stanno al fianco dell’essere umano, con lui si battono per l’ordine, per la giustizia. Sino alla morte.

Viceversa le divinità dell’Olimpo se stanno con l’uomo, ci stanno solo per fare un dispetto a un’altra divinità. Oppure, lo fanno perché si annoiano. 

Ulisse acceca Polifemo perché questi mangia i suoi uomini. Oltre a essere una pratica un tantino sopra le righe, è un affronto al dovere di ospitalità. Ma Poseidone, padre del ciclope, non pare impressionato da un tale comportamento da parte del figlio; e scatenerà la sua ira contro Ulisse. Che sarà protetto da Atena (se ricordo bene); ma non per esigenze di giustizia.

In sostanza, dice Tolkien, gli uomini per gli dei dell’Olimpo sono pezzi su una scacchiera: con i quali divertirsi, trastullarsi. Ed era quindi inevitabile che alla lunga sorgesse la filosofia. Per rendere più comprensibile un mondo che pareva del tutto privo di senso, e in balia di forze imperscrutabili.

Nord Europa e Sud Europa

Naturalmente non in tutti i romanzi del nord Europa si respira questa particolarità; o forse sì? Però nel libro di Sigrid Undset forse è più evidente che altrove. Ma quale sarebbe, di grazia, questa particolarità? Bella domanda, sul serio. E adesso mi tocca pure rispondere, vero?

Vero.

Mentre nel sud Europa esiste la filosofia, la retorica, la dialettica; diciamo pure la riflessione che prova a venire a capo degli accadimenti, per cercare quale sia la giusta via, il mezzo migliore per fare perbene le cose. Che cosa occorre fare? Come deve comportarsi l’uomo di fronte ai rovesci della vita? Quale via è buona e opportuna? Questa decisione lo avvicina al bene, al vero? Eccetera eccetera.

(Naturalmente non è affatto detto che funzioni sempre così, anzi. Ma diciamo che questa è l’inclinazione che abbiamo ricevuto). 

Nel nord Europa, forse (è solo una mia idea) non esiste una vera inclinazione per la filosofia o la retorica o la dialettica (anche in questo caso: parlo di una certa indole, di una inclinazione). Ma non perché siano popoli stupidi o ignoranti. Hanno avuto una religione dove l’idea di giustizia NON premia. L’ebraismo dice che Dio premierà il giusto; la filosofia greca cerca di capire quale condotta deve tenere l’uomo retto, giusto, per avere una vita degna.

Nella religione del nord Europa alla fine vince il Ragnarok (dalle ceneri dell’universo non sorge un mondo nuovo: tutto brucia). E Vigdis si immola nella vendetta perché sa che non avrà altra giustizia che quella scaturita dal sangue. Certo; si fa battezzare perché così fan tutti. Ma la religione del Cristo bianco è poco potente. Non è capace di fermare l’abuso che una donna subisce.

Forse.

Il cavaliere

Perché a un certo punto nel romanzo, Vigdis chiede a un prete di narrarle una storia. E lui accetta. E guarda caso narra di una donna che dopo aver partorito, ha abbandonato un bambino; che però è morto. Ha fatto poi la sua vita, si è sposata e ne ha avuto altri. Ma quando si ammala gravemente, ha un sogno. Un cavaliere la prende con sé e la porta in una valle. Dall’alto, pare che la valle sia popolata di agnelli; ma sono bambini. Migliaia di bambini. Cercano disperatamente di salire il pendio per vedere la vita, al di là. Hanno freddo. La donna chiede al cavaliere di poterli portare al suo castello, e lui accetta. Ma sono così tanti. Occorre decidere: portare prima i bambini, oppure la donna. E la donna risponde: “I bambini”. Anche se per lei sarà necessario aspettare sino alla fine del mondo, per essere ripresa e condotta al castello. E il misterioso cavaliere altro non è che il Cristo bianco. 

Quando la donna si risveglia, racconta tutto; anche del proprio figlio abbandonato e morto. Viene cacciata di casa. Ma lei non se ne preoccupa: vuole solo allevare i bambini abbandonati, e fa questo solo per amore del Cristo bianco.

Forse Sigrid narrando questa storia dentro la storia vuole indicare una via d’uscita a quel modo di affrontare la vita del nord Europa: aprirsi agli altri, chinarsi sui più indifesi. E se questo non avrà alcun effetto su Vigdis (la sua vendetta sarà completa, non rinuncia a essa), forse Sigrid voleva in qualche modo illustrare una possibile soluzione a un mondo che cerca sì la giustizia. Ma che non alcuna fede nella sua affermazione definitiva. 

7 commenti

  1. Non ho letto molto delle religioni del nord Europa, ma la differenza è apparsa anche a me in questi termini: a noi viene insegnato che il disegno di Dio non può essere compreso, dobbiamo fidarci, e accettare tutto; gli dei dell’Olimpo sono spesso rappresentati come viziati e capricciosi, mai dalla parte dell’uomo se non per tornaconto. Almeno in Norvegia si sono sentiti di avere qualcuno dalla propria parte, fosse anche un’illusione… 😉

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    • Non solo in Norvegia, un po’ tutto il Nord Europa ragionava così. Probabilmente per questa ragione sono passati al Cristianesimo senza colpo ferire (pare che i martiri nel Nord Europa siano pochissimi. In Islanda votarono addirittura per abbandonare la vecchia religione e passare alla nuova).

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