Ignazio Silone e la riscrittura


 

 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 20 dicembre 2021.

 

 

 

 

Alcuni mesi fa ho riletto il romanzo di Ignazio Silone “Vino e pane”. Ma non parlerò di esso, stavolta.

La mia è una vecchissima edizione degli Oscar Mondadori (costava 600 lire). Oltre ai cenni biografici e alla bibliografia, c’è una nota dell’autore. Molto interessante, secondo me.
Di che cosa parla, il buon Ignazio?

L’incontro con una sconosciuta

Ricorda di quando in treno, tra Zurigo e Lugano, gli capitò di incontrare una sconosciuta, che leggeva proprio “Vino e pane”. Quell’edizione non conteneva alcuna foto dell’autore, per fortuna (dice lui). Così non fu riconosciuto.

Ma è anche l’occasione, per Silone, di riflettere sull’indegnità della scrittura; sulla forza della letteratura; e non solo questo. Perché “Vino e Pane”, assieme a “Fontamara” e a “Il seme sotto la neve” furono pubblicati prima all’estero, e solo dopo la fine della guerra anche in Italia. E quell’incontro con la sconosciuta signora sul treno, gli fece venir voglia di tornare sui suoi libri.

Di sfrondarli.

In principio lui ci confessa che non ne avrebbe voglia: una volta pubblicato, un libro non appartiene forse, e definitivamente, al pubblico? Sì, e no.

Comunque lui infine si decise e fece una specie di “messa a punto” di questi tre romanzi. La nota non è molto lunga in realtà, quindi non ci spiega in modo approfondito come fu la procedura.

Ma Silone ci confessa che aveva iniziato a scrivere “Vino e pane” subito dopo l’occupazione fascista dell’Abissinia, e i processi di Stalin contro gli oppositori a Mosca. Una convergenza di eventi decisamente nefasti, e non solo per lui.

Poi il tempo passa e decide quindi di rivederli. Ma non nella struttura, ovviamente.

La riscrittura

Sono parecchi gli scrittori che hanno ripreso le loro opere e quindi le hanno rivedute e corrette. Silone è stato dunque uno di essi. E ci dice qualcosa di utile.

Come tutte le altre forme d’arte, anche la scrittura si impara. Si fa esperienza e questa (se la indirizziamo per esempio su vecchie storie, scritte anche anni prima) si riversa su di esse. Ma Silone ci ricorda un dettaglio, che anche io ho imparato a riconoscere: più lo scrittore sente forte il senso di responsabilità sociale, più sarà esposto al rischio dell’enfasi, del teatrale, del romanzesco. Il che è esatto. 

E questo succede quando non si pensa a scrivere una storia (aggiungo io), ma quando si usa la storia come piedistallo sul quale salire e lì arringare il popolo (rigorosamente bue. Altrimenti, perché arringarlo?). Ed è una tentazione che chi scrive spesso accarezza; io l’ho fatto per molti anni, ma di questo ho già scritto in passato su questo blog e quindi non ne parlerò più.

Occorre mettere alla frusta la propria presunzione, e questo non è semplicissimo. Chi racconta storie è divorato dalla presunzione (altrimenti, perché scrivere?); ma riuscire a dominarla, a incanalarla è parecchio dura. Si deve passare dall’idea di servirsi della storia per addomesticare il popolo; a servire la storia. E un tipo presuntuoso faticherà molto a capire che questo passaggio è fondamentale. Se poi è particolarmente sfortunato e viene pure pubblicato; e in aggiunta a questo ha pure successo: la rovina è completa. Esiste il rischio che creda di compiere un gran lavoro anzi: una missione. A quel punto, forse solo una catastrofe potrebbe spingerlo a riflettere, a tornare sui suoi passi. 

A comprendere, finalmente, la verità più semplice: devi servire la storia.

La ripugnanza per la propaganda

La breve nota di Ignazio Silone procede con una confessione: la ripugnanza dell’autore abruzzese per ogni forma di propaganda. Per l’impegno. E qui egli afferma: “Il solo impegno degno di rispetto è quello che risponde a una vocazione personale”.

Non credo ci sia molto altro da aggiungere.

Se l’arte ha una dignità (e ce l’ha di sicuro), non è proprio possibile sacrificarla in nome dell’efficacia; perché anche quest’ultima scomparirebbe. È sempre Silone che parla.

Al diavolo Cesare. E pure il nulla

Naturalmente io non ho mai preteso di produrre arte con la Trilogia delle Erbacce o con “Stella Nera”. Ma se ha ragione Flannery O’Connor quando afferma che l’arte è scrivere qualcosa che sia dotato in sé di valore ed efficacia, allora posso tranquillamente affermare di averci provato. Di aver sparato a quel bersaglio. E se poi ho impallinato qualcun altro, non vuol dire che l’obiettivo fosse sbagliato, oppure che non esiste. 

Solo che il povero Freccero non era all’altezza. Succede. Capita. Non c’è scritto da nessuno parte che dobbiamo diventare dei classici. Nemmeno ce lo ha ordinato il medico di raccontare storie, e né mi piace più quel “Aut Caesar, aut nihil” che di fatto si propaganda un sacco, sulla Rete; in svariate salse. Tra quei due estremi c’è un mucchio di spazio, dove ciascuno può ritagliarsi il proprio e starci alla grande. E al diavolo sia Cesare, che il nulla.

A proposito dello stile

Infine Silone parla dello stile, ma liquida la faccenda in una riga (giustamente): 

“(…) la suprema saggezza nel raccontare sia di cercare di essere semplice”. 

Come è possibile dargli torto? Ho sempre invidiato la sua capacità di scrivere straordinari romanzi con una lingua mai sciatta o banale, ma semplice; e proprio per questo ricchissima. Ma forse dovevo dire “sobria”.

Anche se sono stato un asino al liceo classico “Gabriello Chiabrera” qui di Savona, mi rendo conto che “qualcosa” di quel modo di pensare un po’ presuntuoso, è rimasto. Negli interstizi della mia scrittura c’è un certo odore che viene proprio da lì. Tre anni di quella scuola (fui bocciato in quarta) che scuola non è, ma si tratta di una maniera di osservare il mondo, di classificarlo, hanno effetto anche su uno scarpone, garantito.

E meno male che non sono arrivato alla maturità, altrimenti chissà come sarebbe la mia scrittura. 

Tra l’altro: c’è in Silone un modo di affrontare la scrittura che si riallaccia a don Lorenzo Milani, di cui lo scrittore prese le difese quando pubblicò “Esperienze pastorali”, se non ricordo male. Don Lorenzo Milani era figlio di quella borghesia ricchissima, fiorentina, che viveva nelle aule universitarie. E impiegò buona parte della sua vita per giungere a scrivere un italiano come lo voleva lui: semplice, certo. Ma forte. Direi potente.

E buon Natale.

11 commenti

  1. Completamente d’accordo, la scrittura si impara e matura. Ma non so se avrei la voglia di riscrivere completamente una storia un’altra volta. Càscara ha subito tre pesanti revisioni. Forse stavo ancora imparando? Anche io di tanto in tanto rileggo vecchi libri di vecchie edizioni… Emozionante e sempre foriero di nuove scoperte

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.