Quanto è importante Vino e pane di Ignazio Silone?


 

 

di Marco Freccero.
Pubblicato il 27 dicembre 2021.

 

 

 

Dopo molti anni (davvero tanti), ho riletto il romanzo di Ignazio Silone “Vino e pane”. 

Credo di averlo letto circa trent’anni fa e da allora non l’ho più ripreso. (Preciso che la rilettura ha avuto luogo a settembre, mentre questo articolo arriva a dicembre).

Siccome è mia intenzione rileggere un sacco di libri in futuro (che ho amato molto, ma che da troppo tempo ho messo da parte), e non solo quelli di Silone: siete avvisati.

Libri nuovi ce ne saranno sempre; ma molti saranno i libri che in passato mi hanno fatto compagnia. Ho permesso loro di entrare nelle mie giornate, nelle mie ore. Con quali risultati non saprei dire, in realtà; ma non è di questo che voglio parlare.

Scrivevo infatti di libri riletti. E tra di essi quelli di questo straordinario scrittore abruzzese (poco letto e compreso, a mio parere), meritano un posto molto speciale.

L’Italia di “Vino e pane”

Innanzitutto: fa impressione vedere un’Italia che, circa un secolo fa, era…Così. Ci si spidocchiava. Se devo essere sincero, non ricordo l’impressione che mi fece la mia prima lettura di questo romanzo; ma leggere di quelle contrade abruzzesi immerse in una miseria che taglia il respiro, e che adesso ci pare “impossibile”: fa sgranare gli occhi. 

La storia, per chi non la conosce (peccato!) parte da un compleanno di un vecchio prete: don Benedetto. La sorella ha diramato gli inviti ad alcuni dei suoi ex allievi. Verranno? Chi verrà?

Alla fine si presentano solo in due. E sono per il prete un brutto colpo perché (il fascismo ha ormai conquistato il potere), sono completamente rassegnati e docili al nuovo regime. La situazione, già imbarazzante (perché il sacerdote non ama, per dovere di ospitalità, tacere sui compromessi dei suoi ex allievi) peggiora quando chiede notizie di Pietro Spina.

Lui, dopo aver abbandonato la Chiesa perché compromessa con il regime (quello attuale o il precedente: è lo stesso), vive all’estero in clandestinità. È diventato comunista.

Questo è almeno quello che tutti credono: in un regime totalitario le notizie sono poche, e prudenti. Se circolano troppo, vengono accoppate. E invece si scopre che è rientrato in Italia; anzi. Si aggira proprio nei dintorni. Malato.

Non è mia intenzione spiegare come si sviluppa la storia, però.

La lingua, innanzitutto

La lingua di Ignazio Silone, innanzitutto. A me è sempre piaciuta. Magari in certi elenchi non ci sono le virgole; ma è di una sobrietà praticamente ideale. Mi sono sempre ripetuto un milione di volte: Ecco, dovrei scrivere in quella maniera. Precisa, semplice, mai sciatta. Pochi in Italia sono riusciti a dare la parola ai cafoni, e a risultare così convincenti. Rispettosi.

Se ci provassi io, per dire, farei ridere anche i polli. Lui no; ma non solo perché li conosceva, li frequentava, era nato in quelle contrade, in quei luoghi.

Lui li amava.

Proprio perché Silone amava i cafoni, poteva fare quello che ha fatto; anche criticarli. Mettere in mostra le loro miserie (ed erano tante). La loro rassegnazione totale, ottusa.

Non potrei mai scrivere in quel modo perché io sono un’altra persona, esatto. 

Ma una volta per tutte rendiamoci conto che tre Nobel (Albert Camus; Heinrich Böll; Thomas Mann) lo ammiravano. Non so quanti altri scrittori italiani possano vantare una simile “amicizia”.

Che romanzo è “Vino e pane”? Qui ci vorrebbe uno di quei bei docenti di letteratura; oppure un critico letterario. E invece abbiamo un poveraccio di ligure che si fa le domande e prova pure a rispondere.

Sulla copertina della mia edizione degli anni Settanta è riportato “La dura lotta di un intellettuale di sinistra che riscopre l’eredità cristiana nella rivoluzione della nostra epoca”. Sarà.

Non dico di no.

Di sicuro chi l’ha scritto sapeva quello che scriveva. Però mi sembra insufficiente.

Una regione di eremiti: l’Abruzzo

Bruce Springsteen affermava, in una intervista mi pare, che se sei cattolico, lo resti per sempre. Anche se vai via. C’è qualcosa, in questa religione, che ti impedisce di farla finita per sempre, di liberartene, una volta che ci sei nato dentro. E Silone c’era nato eccome, dentro. 

L’Abruzzo era una regione di eremiti, che aveva preso seriamente il messaggio del falegname di Nazareth. Basti pensare a Celestino che si dimise da papa. Ma questi era la punta di diamante, diciamo così, di un cristianesimo che in quelle contrade aveva trovato anche nel paesaggio motivi per seguire quella religione venuta dall’Est.

Il romanzo è anche la messa in scena della lacerazione di Silone stesso. Abbandonata la Chiesa cattolica e abbracciato il comunismo, d’un tratto si ritrova a dover discutere e prendere posizione non per questioni legate ai lavoratori, ai suoi cafoni. Ma per ragioni di potere, burocratiche. Lentamente, inizia l’allontanamento, a piccoli passi però. Come puoi rinnegare un’idea politica forte, fortissima, quando in Italia e altrove migliaia di uomini e donne rischiano la vita, la galera, la tortura e la morte proprio per essa?

Per anni, lui prosegue il suo impegno con vigore, agli occhi altrui è sempre il solito Silone. Acuto, attento, scrupoloso, capace di analisi, sul fascismo, che pochi sanno fare. Forse solo più cupo, per via della morte del fratello Romolo in galera. (Che gli scriveva: “Mi comporto come tu ti comporteresti al posto mio.”).

Una specie strana di libro

Ma in realtà “Vino e pane” è una specie strana di libro. Quello scritto in copertina (“La dura lotta”, eccetera eccetera), non aiuta molto. Mi sembra di poter dire che scalfisce appena la superficie, e non permette affatto di scendere un poco più in profondità. È anomalo, troppo distante dalle mode di allora, e di oggi. E questo è un suo grande punto di forza. 

Abbiamo a che fare, a mio parere, con un romanzo superiore a “Fontamara” (che pure era enorme). Se Fontamara terminava con la domanda “Che fare?”, in “Vino e pane” abbiamo una risposta, ma non è quella che ci si aspetta. Perché il comunismo per Pietro Spina non è in grado di parlare e di farsi comprendere dai cafoni (battezzano a legnate gli asini, per dire). E scivola nella burocrazia, nella semplice e feroce gestione del potere.

La Chiesa? È compromessa col regime e a parte don Benedetto quei pochi preti che si vedono sono impiegati, e impegnati a fare la spia e a insegnare la rassegnazione (magari più a se stessi che agli altri).

E allora che fare? Anche in questo romanzo la domanda riappare come un fantasma. Probabilmente la risposta la danno Pietro Spina, e Cristina.

Il primo, costretto a travestirsi da prete, torna a immergersi in una realtà che il comunismo aveva reso distante, sino a renderla semplice oggetto da plasmare, piegare e modellare secondo i dettami marxisti e leninisti. Ma si può realizzare qualcosa, qualunque cosa, senza immergersi in quella realtà rassegnata e corrotta dall’ignoranza, dalla solitudine? In questo don Benedetto è un esempio: solo, spiato, quasi in esilio, rimane se stesso perché nonostante tutto rimane tra la sua gente. Senza mai disprezzarla o odiarla, ma di certo criticandola aspramente.

Un finale strano

E poi c’è Cristina. Sarà sbranata dai lupi mentre tenta di raggiungere Pietro che, scoperto, fugge attraverso le montagne. Per portargli degli indumenti. 

Tra le figure che Pietro incontra, lei è la sola che dimostra intelligenza e sensibilità. Vorrebbe farsi suora, e lui non capisce questo proposito: con tutto quello che c’è da fare, con tutta l’ignoranza e la miseria che corrodono uomini e donne, perché chiudersi in un convento? Ma non può spingersi troppo in là con tali questioni: è travestito da prete, quando la conosce e ne scopre l’intenzione.

Eppure credo che per Silone sia Cristina, e il suo comportamento nel finale del libro, a indicare che cosa fare, e rispondere così alla domanda che troviamo dentro “Fontamara”. Da tenere in debito conto un fatto: il finale è di Cristina, non di Pietro. Non è il protagonista che si vede nelle ultime pagine; ma lei (e neppure all’inizio c’è Pietro Spina). E una simile decisione (“nascondere” nel finale il protagonista, e puntare l’attenzione del lettore su un personaggio secondario), significherà pure qualcosa. Evidentemente lei nei suoi gesti ha qualcosa da dire a noi e al protagonista, che scappa nella notte, nella neve.

Forse, agli occhi di Silone, Cristina ha qualcosa che Pietro ha dimenticato e che lei invece ha ben presente, talmente connaturato in sé che probabilmente rischiamo di non vederlo, o di vederlo male. Il sacrificio di questa donna rischia, paradossalmente, di apparirci eroico, mentre invece dovrebbe apparirci logico.

Vale a dire.

Se davvero ami i cafoni, devi innanzitutto stare con loro. Prima e al di là di ogni idea o ideologia devi stare con essi. 

Non per rendere più tollerabile a costoro la loro condizione di sconfitti e rassegnati; ma perché anche il più miserabile ha la dignità di un essere umano. In quell’umanità accartocciata, sfigurata e umiliata c’è sempre un qualcosa per il quale rischiare: anche la vita.   

Esattamente come fa Cristina.

Ma non c’è nulla di eroico. È normale. Ogni scelta presenta il conto, e il conto non lo puoi programmare. La vita non è un ristorante coi prezzi in bella vista.

Si potrebbe dire: Cristina non muore per i cafoni, ma per Pietro Spina. Ma se Spina è sincero (e lo è), anch’egli ormai ha compiuto la sua scelta: non solo stare alla testa dei cafoni per redimerli. Ma diventare come essi sino alle estreme conseguenze. Che ci saranno.

E buon 2022.

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