Parliamo ancora di George Orwell?


 

 

di Marco Freccero.
Pubblicato il 7 febbraio 2022.

 

 

 

Lo so, me ne rendo conto.

Dovrei variare gli argomenti dei miei articoli. Perché i lettori già sono pochi, ma se poi non faccio altro che scrivere sempre delle stesse cose; delle stesse letture; sto abusando della pazienza dei miei lettori.

E allora abusiamone.

Parliamo quindi di George Orwell e (ancora) del suo romanzo “Fiorirà l’aspidistra”, in Italia pubblicato da Mondadori. La traduzione è di Giorgio Monicelli (piuttosto datata. Occorrerebbe farne una più al passo coi tempi, anche se devo riconoscere che non è niente male. Si legge bene insomma, ma quando trovi “pel” invece di “per” capisci che è ora di una nuova traduzione. Monicelli fu il creatore della collana “Urania”).

È un romanzo dove il protagonista Gordon Comstock se la passa male. Tutta colpa dei quattrini, che lui non ha. Lavora in una libreria che detesta. Ha pubblicato delle poesie che hanno ricevuto una buona recensione, e basta. Medita altre poesie. Ha una ragazza.

Ma se non hai i quattrini?

Gordon ne è ossessionato. Ma questa che a noi pare un’ossessione: è davvero tale?

Il punto di vista di Gordon

Proviamo a spiegarci. A sposare per qualche tempo il punto di vista di Gordon.

Lui non è socialista. Ha questo amico (ricco) che è socialista, Ravelston, dal quale ovviamente non accetta prestiti, in nessun caso (nemmeno dalla sua ragazza, se è per questo. Ma dalla sorella sì. Glieli chiede eccome). Quindi la sua visione del mondo non ha ragioni politiche. Lui vede semplicemente che l’Inghilterra sta andando a catafascio. “Vede” gli aerei che bombardano Londra (il libro è del 1936, la Seconda Guerra Mondiale deflagrò tre anni dopo. Orwell profeta?). Il nuovo Dio è il Quattrino. Non c’è altro. Per Gordon è essenziale sfuggire a questa logica infernale.

Lavora in una libreria e guadagna poco, tra clienti ignoranti che si credono intelligenti e dotti. Conduce una vita che non è ancora miserabile, ma quasi. Ha questa ragazza che ama (ricambiato): ma a che pro? Quali le prospettive, se lui non vuole alcun posto o buon posto? Il lavoro lo aveva: in un’agenzia pubblicitaria, che ai suoi occhi è il peggio del peggio. La pubblicità è “il rumore del mestolo che muove il pastone dei maiali nel trogolo”. Lui non poteva proprio lavorare in una struttura che celebra il quattrino, che accompagna con i suoi slogan beceri, falsi, mortificanti, il cammino verso il nulla della società occidentale.

Il bene di Gordon

La situazione precipita perché da una rivista statunitense gli arrivano 50 dollari per una poesia che lui, mesi prima, aveva inviato. Il tempo di cambiare il denaro in sterline e cosa succede? Che li sperpera tutti, sino all’ultimo: cibo (in un ristorante di lusso con la ragazza e l’amico socialista); e poi in un bordello. Viene licenziato dalla libreria. 

Per un po’ abita nella bella casa dell’amico Ravelston. Poi trova un lavoro in un negozietto che vende libri usati. Paga inferiore, quartiere malfamato, appartamento in affitto che più squallido non si può. La scrittura? Ma per scrivere ci vogliono i quattrini!  Come fai a scrivere se vivi in una topaia e sei un morto di fame? 

Per Gordon tutto questo è un bene. È esattamente quello che desidera. Sprofondare. Inabissarsi. Sparire dal radar del quattrino, che vuol dire anche scomparire agli occhi di parenti, amici e ragazza. 

Se prima il suo aspetto lasciava intendere ai fedeli del quattrino che lui era una persona che aveva delle potenzialità; adesso, è definitivamente un miserabile. Un reietto. Un essere che non solo non desidera risalire. Ma che non lo vuole fare e ne è contento. 

Tra lui e tutti gli altri, non c’è più alcun legame, finalmente. Di fatto, il quattrino non sembra avere più alcun potere su du lui. Ha definitivamente bruciato i ponti con tutti, il buon Gordon. È riuscito nell’impresa più difficile, alla quale nessuno osa dedicarsi perché è una completa follia. 

Ma ne siamo davvero certi? Lui sì, ma naturalmente qualcosa non va per il verso giusto.

La forza della vita

Però c’è la sua ragazza. Resta incinta. Se in principio la faccenda non pare turbarlo, quando lei sembra decisa ad abortire, lui ha come un sussulto.

Non solo perché ovviamente non hanno i soldi per procedere (lei è spaventata dall’idea di confessarlo ai suoi genitori). Soprattutto Gordon, con quella notizia, osserva la vita (sua, e del mondo che lo circonda), con uno sguardo differente.

Perché alla fine Gordon accetta di rientrare a lavorare nell’agenzia pubblicitaria? Si è arreso al quattrino? Ha vinto il quattrino? E tutto quello che diceva e proclamava con tanta sicurezza, erano solo chiacchiere?

E come si spiega questo, con George Orwell che combatté in Spagna contro i franchisti? Che cosa voleva dire con la pubblicazione di questo romanzo? Che bisogna arrendersi?

O forse questa è semplicemente una fase della sua vita, scritta in un preciso momento e in una situazione ben definita, che dopo è mutata radicalmente?

Non è semplice rispondere. Anche se forse la risposta è dentro la storia.

Anche se può apparire strano, forse Orwell voleva celebrare la forza della vita. 

Nella sua lotta sovrumana contro tutto e tutti Gordon non fa che uccidersi. Il suo modo di considerare il mondo alla fine non nuoce affatto al quattrino; ma a lui sì. E anche a tutti coloro che gli stanno attorno: la sua ragazza, sua sorella (ormai zitella, ha rinunciato a vivere perché il fratello riportasse in alto l’onore della famiglia), gli amici. 

Se Gordon sceglie infine di tornare all’ovile (questo è ciò che appare, e pretenderà pure che sul davanzale della casa in affitto, finalmente decente, ci sia una pianta di aspidistra, l’emblema dell’Inghilterra posata ed efficiente) lo fa perché sceglie appunto di vivere. E di far vivere gli altri. 

Un compromesso disonorevole? Un pauroso, questo Gordon? Un chiacchierone che alla fine non è riuscito a tener fede ai suoi principi?

Credo che se questo romanzo fosse stato scritto da un altro scrittore, sarei portato a rispondere con un sì. All’inizio c’è un adattamento della Prima lettera ai Corinzi di San Paolo. Dove il soggetto non è la carità; ma il denaro.

Quindi per Orwell non ci sono dubbi: il quattrino tende a prendere il posto della carità; cioè dell’amore. Il denaro pretende quel posto: lo sente suo. Ha il potere di prenderselo, ce la può fare. Ce la fa.

Ma Gordon (potrebbe essere questa la lettura corretta di questo romanzo?), fa un colpo di stato. D’un tratto, spodesta il padrone, il denaro; e al suo posto che ci mette, di nuovo? La carità. L’amore appunto.

Quello che appare essere uno squallido compromesso; una fuga da parte di un vigliacco, in realtà è “solo” la consapevolezza di un uomo che ha scelto di rischiare davvero tutto. Amando.

Ma c’è almeno un altro significato in questa storia, mi pare.

Perché creiamo le società?

Noi formiamo le società anche perché siamo animali sociali. E una società dovrebbe creare le condizioni perché uomini e donne possano finalmente collaborare. Se Gordon accetta di farne parte è perché sa che solo con gli altri puoi davvero combinare qualcosa. Da solo sei solo un tipo originale, folle, destinato al fallimento.
Parla anche a questa società, il libro? Sì. Anche se scritto in un mondo che non c’è più, il romanzo è un invito a guardare a quello che succede con occhi capaci di vedere per davvero. Spesso si scrive di realtà e di realtà digitale come se fossero due organismi differenti; uno “sano”, l’altro senza dubbio malato. Quello che emerge semmai è la necessità di osservare la realtà (non analogica o digitale: realtà e basta), di calarcisi, di rischiare.

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