Rileggere Bartleby lo scrivano tra blog e reti sociali


 

di Marco Freccero.
Pubblicato il 14 febbraio 2022.

 

 

 

Mesi fa (era novembre se non ricordo male), ho riletto dopo molti anni il breve racconto di Herman Melville dal titolo “Bartleby lo scrivano”.

La storia parla appunto di questo scrivano o copista che dir si voglia, impiegato in un ufficio legale di Wall Street (ed è l’avvocato che fa da narratore). 

Finché il buon Bartleby fa il gran rifiuto. Ma a che cosa? A chi?

Wall Street? Capitalismo?

Il sottotitolo recita “Una storia di Wall Street”, e per questa ragione si è letto questo libro anche come esempio di rifiuto (o ribellione?) al capitalismo. In realtà questa è una lettura un po’ superficiale, a mio modo di vedere.

Perché Bartleby non si rifiuta affatto di lavorare; almeno per un po’.

Viene assunto, e nei primi giorni non fa che lavorare. In maniera precisa, metodica. Sembra un ottimo acquisto per un ufficio legale che vede il lavoro crescere. Perché cresce Wall Street, che si prepara a gettare le basi per diventare il cuore finanziario del mondo. Come difatti è accaduto.

Ma dopo circa tre giorni a una precisa richiesta del suo datore di lavoro, l’avvocato appunto, Bartleby risponde con il celeberrimo “Preferirei di no”.

La richiesta viene ripetuta (forse ha capito male?), la risposta però non cambia: 

Preferirei di no. Ogni richiesta, da lì in poi, richieste lecite e doverose: si tratta di lavoro; sono sistematicamente liquidate con un:

Preferirei di no

Eppure Bartleby continua a lavorare, almeno per qualche giorno. Silenzioso, scrupoloso. Il primo ad arrivare al mattino, l’ultimo a uscire (ma uscirà davvero da quell’ufficio oppure…). Impeccabile insomma, se non fosse che di fronte a certe richieste del suo capo, testardamente, replica con quelle tre paroline.

Preferirei di no.

Finché alla fine non smette del tutto di lavorare.

Il suo capo, un avvocato di un certo successo ma anche incolore (uno di quegli spiriti che non brillano di luce propria, che fanno il loro lavoro e basta), tenterà più volte di ottenere una spiegazione. Senza successo.

Licenzierà infine Bartleby (ma lui non se ne andrà dall’ufficio). 

Finché non accade qualcosa di davvero singolare. L’avvocato coi suoi tre dipendenti si trasferisce altrove; e Bartleby resta nell’ufficio vuoto.

I nuovi proprietari pretenderanno dall’avvocato una soluzione: perché Bartleby è sempre lì, accidenti a lui! Solo si è spostato sulle scale, e non si può certo lavorare con un tipo del genere, giusto?

Il finale? Il povero Bartleby viene accompagnato in carcere dove si spegnerà. Solo il suo ex datore di lavoro si ricorderà di lui. 

La crisi

Quindi no, non è un libro sul capitalismo. Probabilmente a Melville del capitalismo non importava un fico secco, così come fu assente e distante anche dalla Guerra di Secessione statunitense. Si limitò a invitare alla pace, alla moderazione.

È più probabile che sia una riflessione sul destino di Melville. Dopo i grandi successi giovanili (un paio di romanzi ambientati in alcune isole del Pacifico), lo scrittore aveva completamente voltato le spalle alla critica e al pubblico, o meglio; aveva imboccato una strada decisamente distante dalle mode.

I titoli che pubblicò negli anni seguenti lo allontanarono sempre più dal pubblico. È abbastanza naturale che Melville abbia cercato, con Bartleby, di raffigurare anche la propria posizione di escluso, di emarginato. Di scrittore ormai completamente estraneo alle tendenze letterarie.

Mentre gli Stati Uniti scrivevano pagine nuove, e forgiavano il mondo nuovo (espandendosi a Ovest per esempio), e facevano le prove per diventare la potenza mondiale che ormai tutti conosciamo, Melville non partecipa al coro. 

“Preferisce di no”.

È difficile dire perché a un certo punto un autore di talento imbocchi una strada così impervia. Talmente ardua che ben presto tutti lo considerano uno scrittore finito, senza più vena creativa. 

Probabilmente Bartleby è la spia di una crisi: di un autore che credeva di essere in grado di interpretare i suoi tempi, e per questo di essere quasi certamente acclamato dal pubblico. E invece scopre che, sì: forse la sua interpretazione è corretta ed è l’unica giusta. 

Ma alla gente non interessa nulla del genere. La gente desidera qualcuno che proclami che gli Stati Uniti hanno una missione da portare nel mondo; e lo faranno, che il mondo lo voglia o no. L’Europa è troppo stanca e corrotta, e ha ormai passato la mano all’America. Tocca alla giovane nazione portare la fiaccola della libertà più in alto.

Melville al contrario vede nei fatti, nella realtà, solo maschere, mentre i propositi degli uomini sono soltanto pie illusioni. Come si può combinare qualcosa quando ogni cosa non è come appare, ma altro? Certo: c’è il conformismo, il sogno del successo e del benessere, della ricchezza. Tutti elementi che possono servire da narcotico, e tanta letteratura si presta volentieri ad addormentare, a ottundere lo spirito delle persone. 

O a propagandare fughe nella natura che per la loro peculiarità possono essere tradotte in realtà solo da pochi. Mentre la maggior parte delle persone si muove in un mondo di finzione, di maschere, forse spaventate che qualcuno arrivi  a svelare che non c’è nulla per cui valga la pena vivere e lavorare. 

Quella di Melville è una crisi che giunge da lontano, che pochissimi scorgono, e sono ancora meno quelli che proveranno a offrire delle soluzioni. Lui è uno dei pochi che la vede chiaramente, che ne parla; ma parla al deserto.

Non è un caso che la sua opera sia riscoperta ben dopo la sua morte, quando l’Europa sta per precipitare nel macello della Prima Guerra Mondiale, e anche negli Stati Uniti si espande l’idea che “forse” l’ottimismo è fuori luogo. 

L’idea della “missione” degli Stati Uniti (che comunque perdura) inizia a vacillare, a zoppicare. Le storie di Melville sono perfette perché mostrano in modo impeccabile quanto un’illusione sia potente. 

Il vero malinteso

Ma forse il vero malinteso sta proprio nella storia stessa. Perché tutti noi leggiamo un libro per cercare di comprendere (non è sempre così, però ci siamo capiti). Lo scrittore ai nostri occhi è la persona più autorevole per aiutarci a decifrare quanto succede. Ma con “Bartleby lo scrivano” noi non decifriamo nulla. Non sappiamo bene come giudicare una storia del genere. E questo in parte è dovuto anche al fatto che per Melville la parola (soprattutto la parola) è del tutto incapace a decifrare quello che avviene nel mondo. La parola, che noi crediamo in grado di indicare, spiegare, illustrare, per Melville è un’altra illusione. D’altra parte: se il mondo è una maschera, può davvero la parola servire a dirci una parola vera, genuina, autentica? O non è invece un mezzo come un altro per ingannarci, per rendere la menzogna solo meno evidente? Più consolatoria?

“Bartleby lo scrivano” è un libro che probabilmente indaga anche la crisi della parola. La sua incapacità forse cronica di dire, di spiegare. Si limita a illustrare. Ma forse anche questo è solo un’illusione.
O forse…

Tra blog e reti sociali

Forse per Melville è tale: pura illusione. Per noi, che viviamo tra blog e reti sociali e subiamo quasi un flusso di parole senza fine, “Bartleby lo scrivano” ci aiuta a ricordare che dietro le parole spesso c’è un non detto che non è possibile spiegare. Nemmeno uno scrittore ci riesce. Il Novecento è stato il secolo delle mostruosità, di fronte alle quali le narrazioni non sono affatto mancate. Ma tutte, tutte, sono monche. La parola non può descrivere tutto, per questo dobbiamo usarla con cura ed estrema attenzione.
“Bartleby lo scrivano” ci ricorda questa verità, innanzitutto: la parola, anche di un romanziere, non dice tutto. Ma questo non deve condannarci al silenzio, Semmai alla riflessione e poi: tentare. Tentare di scrivere una narrazione.

7 commenti

  1. Avevo letto questa storia alcuni anni fa, e mi aveva colpito per la sua indecifrabilità. Ricordo che all’epoca lavoravo come dipendente in casa editrice, e la frase “I’d prefer not to” ce la scambiavamo in modo scherzoso io e una mia collega.

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