Una riflessione tra Savona e San Pietroburgo


di Marco Freccero. Pubblicato il 7 marzo 2022

Sottotitolo: “La follia è forte in quest’uomo!”.
Ma partiamo da lontano, innanzitutto.

Mi pare di averne già parlato: Leonardo Perrone.

È con lui che si apre e si chiude “Stella Nera – Le luci dell’Occidente”. Ma non è la prima volta che appare…

Sempre lui, il Perrone. Leonardo

Come ho già avuto modo di illustrare in qualche articolo precedente su questo blog, Leonardo Perrone era il protagonista di una mia storia lunga (un romanzo insomma), che inizia ascrivere verso la fine degli anni Ottanta. E che terminai probabilmente all’inizio dei Novanta. 

Praticamente la storia si svolgeva in via dei Sansoni anche allora. E come ho già dichiarato in precedenza, quella storia non l’ho mai gettata (ci mancherebbe altro!). Mi è servita quando ho deciso di scrivere “Stella Nera” e ho dovuto pescare da lì certi dettagli di Savona in quegli anni, senza i quali probabilmente avrei dovuto fare più fatica (lo spiazzo davanti alla Torre del Brandale per esempio. Adesso lo spiazzo è stato sostituito da una piazza assai brutta. Se rendi democratico il brutto, la gente lo considera tollerabile).

Ma Leonardo Perrone, allora, era diverso da quello che è apparso in “Stella Nera”.

“E allora”, starà pensando qualcuno

Mi rendo conto che non è esattamente un argomento capace di far venire qui frotte di lettori. Ma dal momento che qui le frotte non si vedono nemmeno con cannocchiale… Procediamo!

Anche perché…

Lo scopo di questo articolo

Lo scopo di questo articolo (perché ogni articolo ha uno scopo, sul serio) non è quello di indicare come la visione di chi racconta storie muti, cambi, si trasformi con gli anni, le esperienze, le delusioni, i dolori eccetera eccetera. Questo è evidente anche ai paracarri che accade.

Semmai il personaggio che si evolve negli anni è la spia di qualcosa di più interessante, forse. E per capire meglio tutto questo, forse devo “appoggiarmi”, diciamo così, a Fedor Dostoevskij. E dar così un’occhiata a “povera gente” (il romanzo che scrisse appena ventiquattrenne, e che gli diede successo e fama); e tutto quello che venne dopo il ritorno dalla Siberia.

Certo, bisogna riconoscere che le sue furono esperienze piuttosto particolari. Essere arrestato, interrogato, processato, quindi condannato a morte, graziato e spedito ai lavori forzati non è esattamente qualcosa che adesso può succedere. Anche se…

La fortuna dei lavori forzati

Un giorno Fedor riceve una lettera da Vsevolod Solov’ëv, che sta attraversando una forte depressione. Si trattava del fratello del filosofo Vladimir, suo grande amico.

Il nostro gli risponde che comprende perfettamente il suo stato d’animo, ci è passato lui stesso. E infine aggiunge:

“Ma io sono stato fortunato, mi hanno mandato ai lavori forzati”

E conclude la lettera scrivendo ancora:

“Mio caro, magari La mandassero ai lavori forzati!”

Che cosa ci può essere di bello nei lavori forzati? Lui era giovane, aveva accesso ai circoli letterari più importanti di San Pietroburgo. Leggeva e imparava (in Siberia lesse e rilesse solo il Vangelo, l’unico libro che era consentito tenere). Finisce in Siberia, in mezzo agli uomini della peggior specie, ci sta per anni, in mezzo al freddo, alle fatiche, eppure di tutto questo riesce a dire: Sono stato fortunato. E attenzione: la fortuna non è essere tornato vivo o libero (per anni fu comunque tenuto d’occhio dalla polizia zarista). Ma appunto, quell’esperienza atroce.

Strani i russi, vero?

A San Pietroburgo

Può darsi che fosse matto come un cavallo, anche se non se ne rese mai conto né lui, né chi gli stava attorno (strano). Può darsi che fosse un uomo che, come tutti gli uomini, davanti a un’esperienza devastante, riesce a trovare dei motivi di luce. Di ottimismo anche nelle situazioni più cupe e disperate.

Questa è una spiegazione.

Torniamo a San Pietroburgo.

D’un tratto scrive un romanzo (“Povera gente” appunto), e lo affida ad alcuni amici. Lui è un ingegnere, all’epoca. Non ha davvero intenzione di diventare uno scrittore o, se ha in animo di diventarlo, non gli è chiaro. Qualche giorno dopo gli piombano in casa due critici letterari di grido che si congratulano con lui, commossi. Ma si rende conto di che cosa ha scritto?

Insomma: è nato “un nuovo Gogol” diranno. 

Si aprono quindi le porte dei salotti letterari, ma di quelli davvero importanti: progressisti. 

Poi, tutto finisce.

La Siberia

Ma prima della Siberia il plotone di esecuzione. Fedor è nel secondo gruppo di condannati (gruppi composti da tre uomini). Si rivolge al suo compagno di sventura Nikolaj Spešnev, e gli chiede in francese: “Nous serons avec le Christ?”.

“Un peu de poussière” gli risponderà. 

In fondo quando rientrerà anni dopo dai lavori forzati, Fedor dedicherà tutta la sua attività di scrittore a dimostrare che Spešnev si sbagliava.

Ma prima ci sono i compagni nella sventura. Galeotti. Tagliagole. Assassini insomma, con i quali vivrà gomito a gomito per anni, e quell’esperienza la condividerà con tutti noi. Perché scriverà “Memorie da una casa di morti”. 

Quei morti si prendono Fedor “vivo” (il Fedor del successo, il nuovo Gogol; quello che tutti ammiravano e celebravano, che tutti desideravano incontrare), e ne faranno un altro.

Ma che cosa c’è di così importante agli occhi di Fedor, tanto d considerare una fortuna proprio i lavori forzati?

Probabilmente Fedor in quegli assassini vede qualcosa che non muore mai, che non si spegne. Lo descrive pure quando ricorderà (mi pare una lettera) la Pasqua in galera. In quel giorno i galeotti erano “liberi”: di ubriacarsi. Quindi lo spettacolo che si viveva in quel giorno in prigione era rivoltante. 

Un polacco, anch’egli in galera, si rivolge a Fedor. Gli dice qualcosa come: “Guarda che bestie. E sarebbero uomini, questi?”. Ma lui resta colpito da una simile affermazione. Non gli dà ragione. 

In quella depravazione lui vede sempre e comunque l’uomo. Tutta la sua opera, quando tornerà libero e a San Pietroburgo, sarà tesa a dimostrare che in ogni essere umano, il più schifoso, resta sempre qualcosa di prezioso.

Ma prima, quando era libero, non lo vedeva? Non ne era consapevole? 

Probabilmente no. È evidente che ci sono due Fedor: quello prima dei lavori forzati, e quello che ne esce. E hanno occhi e visioni del mondo, degli uomini, parecchio differenti.

Possiamo quasi dire che se prima lui conosceva l’uomo per sentito dire, dopo lo conosce veramente; e allora inizia a scriverne seriamente.

Vivere vuol dire passare attraverso le esperienze più differenti, dolorose (e traumatiche), e scegliere se continuare a dare fiducia e speranza al bipede più rinomato del Mondo; oppure no. Non è necessario passare attraverso i lavori forzati. Ma a questo punto si comprende abbastanza il motivo che ha spinto Fedor a chiamare una fortuna i lavori forzati.

Nel nostro piccolo, tutti passiamo per i “lavori forzati”. Quando ne usciamo, il nostro sguardo sul mondo, sull’essere umano, quasi certamente è cambiato, forse radicalmente. Meno ideale, più vero, più carnale.

La scrittura è sempre mossa dalla speranza.

11 commenti

  1. Tutte cose giustissime. Gli eventi della vita cambiano in modo radicale anche la nostre visione della scrittura. Però a me è rimasta la curiosità di sapere com’era il Leonardo Perrone del racconto! O ne hai già parlato e mi è sfuggito?

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