C’è del mistero a questo mondo. Io provo a raccontarlo


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 4 aprile 2022.

 

 

 

 

Un po’ di tempo fa Daniele Imperi commentando un mio articolo faceva una domanda semplice semplice. Ed era esattamente questa: 

“La vita quotidiana delle persone, però, che genere di storie ispira?”.

Io sono (quasi) sobbalzato sulla sedia. Ma come, mi sono chiesto. È così evidente! Poi ho iniziato a rifletterci. Siamo davvero certi che sia così evidente? 

Forse lo è solo per me. Forse vale la pena tornarci su a ragionare. Magari scriverci un articoletto; ed è quello che stai leggendo in questo momento.

Cosa vuol dire raccontare storie?

Raccontare storie vuol dire osservare. Non vedere e nemmeno guardare. Osservare vuol dire che non tutto quello che l’occhio ci trasmette ha lo stesso peso, la medesima importanza. Ci sono cose che contano di meno, e quelle che contano di più.

Questo un autore (indipendente o meno che sia) lo sa. Lo capisce col tempo, e soprattutto con le letture.

Ma che cosa c’è di interessante nella vita quotidiana delle persone? C’è davvero qualcosa che ispira oppure…

Diciamo che io per anni mi sono dedicato a una scrittura che non si occupava molto delle persone. Affrontavo le idee perché (questo era il mio pensiero “nascosto”) le persone ai miei occhi erano poco interessanti. E se per caso lo erano, questo accadeva perché “portatrici” di certe idee. Le mie, e di chi altri?

Era evidente che ai miei occhi la vita delle persone era pochissimo interessante. Poi, che cosa è cambiato?

Lo spartiacque

Credo di averne già accennato in passato: l’incontro con i racconti di Raymond Carver contenuti in “Cattedrale”. Sono sempre stato un tipo che legge; ma quella lettura per me è stato una specie di spartiacque. 

Tutto, all’improvviso, aveva un senso nuovo, non perché prima non ce l’avesse. Ma prima ero come cieco.

Era lì da sempre, e io non avevo voluto vedere nulla. Troppo soggiogato dall’ideologia per accorgermi di cosa scorreva accanto a me.

D’accordo, starai pensando. Tutto questo aiuta leggermente a capire. Ma che cosa è accaduto? In pratica: cosa c’è nella vita di ogni giorno capace di ispirare delle storie? (Nel mio caso: ben tre raccolte di racconti).

A questo punto potrei rispondere: “la vita”, ma sarebbe una sciocchezza. Posso solo cercare di spiegare che cosa ho trovato nei racconti di Carver. 

Quale strana “forza” mi hanno svelato, e che io non avevo mai preso in considerazione. Ed è stata quella forza che mi ha indotto a scrivere i racconti della Trilogia delle Erbacce.

Non credo che un autore possa mettersi a scrivere sapendo esattamente quello che fa. Non affermo che scriva quasi in stato di trance. 

Però posso affermare questo. Mi mettevo a scrivere perché c’era un’immagine (una giovane madre davanti allo specchio; un imprenditore che esce di casa e va nel magazzino chiuso a causa della crisi; il tipo che la sera ferma il furgone delle consegne, e dal giorno dopo è senza lavoro). E io non sapevo altro.

Forse non ci faccio una bella figura. Prima dico che non si scrive in stato di trance. Ma poi affermo qualcosa di abbastanza analogo. 

In realtà per me la scrittura è una scoperta. Non so come finirà la storia. E questo accade perché (anche se può apparire retorico) c’è del mistero a questo mondo, che si nasconde nelle pieghe, negli interstizi. Di quella vita quotidiana che a uno sguardo frettoloso e ideologico non contiene nulla di degno. Oppure: è una vita esclusivamente meschina e sordida.

E io provo a raccontare quel mistero (che poi ci riesca è un altro paio di maniche).

La vita quotidiana delle persone è un perfetto terreno di caccia. Troppo abbagliati dalle luci della ribalta; sedotti dall’idea che o fai qualcosa di straordinario di cui parleranno le televisioni; oppure devi sparire perché sei un fallito. Probabilmente ci siamo scordati che il lavoro, che spesso è un lungo percorso impastato di fatiche e dolorosi compromessi, di un padre o una madre ha in sé una forza (un amore?) inaudita. 

Retorica? Mah!

Cosa vuoi che ti dica? Forse pensare che sia retorica è l’ennesimo trionfo di un modo di pensare che sbava e batte le mani per gente che vive in un super attico a Milano e pontifica su tutto e tutti. Senza rendersi conto, i battitori di mani, che agendo in questo modo riducono se stessi a comparse, a rumore di fondo. E denunciano la loro totale resa a un mondo che celebra i forti.

Di un mondo che considera di qualche importanza solo ciò che brilla e domina. E tutto il resto non degno di nulla. In fondo i racconti della Trilogia delle Erbacce erano nati (ma io questo l’ho scoperto dopo) solo per dimostrare che esiste una realtà ben precisa. Una realtà che volentieri viene nascosta o rimossa.

Per essere riproposta solo come “caso umano”. 

Poi tocca al lettore la scelta. 

Se restare alla superficie della narrazione ufficiale che celebra i primi e afferma con forza che solo essi contano; oppure incontrare la realtà. Che secondo i criteri muscolari di cui sopra è incolore e senza alcun interesse. 

Il dono di Raymond Carver

Dubito di essere riuscito a spiegare nel dettaglio cosa racchiuda la vita quotidiana delle persone da meritare la scrittura di determinate storie (nel mio caso, come detto, una trilogia di racconti). Ma non credo che sia possibile spiegare né nel dettaglio; né forse in senso generale cosa ci sia. 

Immagino che sia una specie di fortuna, oppure di dono, che Raymond Carver ha preparato per ciascuno dei suoi lettori, ovunque essi siano e in qualunque epoca storica vivano. 

In seguito dipende da ciascuno di essi, dopo aver letto le sue storie, continuare a percorrere quel sentiero tracciato dalla sua narrazione diretti verso una meta, anziché un’altra. Decidersi se scommettere sull’essere umano e il suo mistero. Oppure affermare che non esiste alcun mistero, e battere le mani ai forti è non solo logico; ma un tributo doveroso a chi ha capito tutto, e ha capito che conta solo questa vita così com’è. “Perfetta” solo per i primi della classe. 

Per tutti gli altri: peggio per loro. Dovevano nascere furbi. 

12 commenti

  1. Io continuo a farmi quella domanda!
    Dipende comunque dalla vita che vuoi narrare. Con la mia, per esempio, non ci verrebbe fuori una storia interessante.
    Secondo me devono esserci elementi tali da creare attenzione nei lettori, che non vedono l’ora di sapere come va a finire quella storia.

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  2. Molto bello questo articolo! La vita quotidiana delle persone normali, ossia quelle persone che tutti i giorni combattono per tirare avanti, è davvero materia di scrittura, certo la fatica del vivere non sembra interessare nessuno, eppure può essere molto noiosa la vita quotidiana di qualcuno che ha già tutto e pontifica dall’alto del suo attico di lusso, comodo no?
    Quale merito avrebbe in tal caso la letteratura se raccontasse la vita dei ricchi e nobili? In tal caso non sarebbe mai nato il romanzo I promessi sposi in cui si narra di un poveraccio come Renzo Tramaglino che vuole sposare una certa ragazza di nome Lucia, povera e umile come lui di cui si invaghisce un ricco signorotto annoiato un certo Don Rodrigo, ecc ecc.
    Tempo fa, in una intervista televisiva, Ken Follett affermò che la letteratura deve “disturbare” ossia raccontare delle verità scomode che “disturbino” l’anima, che non facciano dormire. Le “erbacce” nel tuo caso hanno svolto la loro funzione…

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  3. Molto bello questo articolo! La vita quotidiana delle persone normali, ossia quelle persone che tutti i giorni combattono per tirare avanti, è davvero materia di scrittura, certo la fatica del vivere non sembra interessare nessuno, eppure può essere molto noiosa la vita quotidiana di qualcuno che ha già tutto e pontifica dall’alto del suo attico di lusso, comodo no?
    Quale merito avrebbe in tal caso la letteratura se raccontasse la vita dei ricchi e nobili? In tal caso non sarebbe mai nato il romanzo I promessi sposi in cui si narra di un poveraccio come Renzo Tramaglino che vuole sposare una certa ragazza di nome Lucia, povera e umile come lui di cui si invaghisce un ricco signorotto annoiato un certo Don Rodrigo, ecc ecc.
    Tempo fa, in una intervista televisiva, Ken Follett affermò che la letteratura deve “disturbare” ossia raccontare delle verità scomode che “disturbino” l’anima, che non facciano dormire. Le “erbacce” nel tuo caso hanno svolto la loro funzione…

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  4. post intrigante senza dubbio come la domanda di partenza. La vita quotidiana? Può essere una miniera di idee da mettere in una storia. Non solo nostra ma a nche quella degli altri. D’altra parte nelle storie ci sono sempre pezzetti di noi che affiorano in qua e in là.

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  5. A me mancano le erbacce… pensa un po’. Un altro volumetto lo potresti scrivere. Se non proprio di erbacce, magari dei prati incolti, fiori in mezzo alla gramigna. 🙂
    Che storie ci sono da raccontare nella vita quotidiana? Storie vere, la rivista Confidenze le pubblica e sono lette e amate proprio perché “ordinarie”, cioè vicine alla quotidianità delle lettrici.
    Perciò se si osserva bene bene la vita intorno, di sicuro è ispirazione di storie anche finzionali, purché come dici tu la storia venga prima di tutto.
    È così che ho scritto l’ultimo racconto per Pasqua, “Polvere” (le erbacce stanno in mezzo alla polvere no?! 😉 )

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