Ha ancora senso il blog per un autore indipendente?


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 16 maggio 2022.

 

 

 

Il 28 dicembre del 2010 pubblicavo il primo articolo di questo blog. 

Dopo ore (o forse giorni?) di riflessioni intitolai quell’articolo “Il nuovo blog di Marco Freccero”. Un titolo capace di creare profondi sconvolgimenti, come si intuisce. Per dire: dopo 3 giorni cambiò addirittura l’anno.
Un caso? Se volete crederlo, accomodatevi…

Allora pubblicavo anche 4 o 5 articoli alla settimana; poi ho lentamente ridotto sino a pubblicarne solo uno, di lunedì. Ma la domanda resta: vale davvero la pena aprire un blog, e aggiornarlo regolarmente?
L’impegno viene ripagato? E in quale maniera?

È evidente che un blog deve essere aggiornato: almeno una volta alla settimana. Chi plana su di esso deve avere la certezza di essere alle prese con qualcosa di vivo. Ma a che cosa serve per davvero un blog?
Ricordiamo a che cosa non serve.

Il blog: a che cosa NON serve

In realtà l’interrogativo sul senso (e l’utilità) di un blog interessa pochissimi. Anche tra gli autori indipendenti, è ormai poco comune trovare un blog, o un sito; o se ce l’hanno, lo aggiornano soltanto di tanto in tanto. Le risorse le riservano ad altro.

Moltissimi preferiscono le reti sociali, oppure aprire un canale YouTube. Perché sono strumenti che permettono di raccogliere più velocemente iscritti, o “mi piace”. Mentre scrivere un articolo (come questo per esempio), richiede tempo e spesso non riscuote alcun interesse.

Le immagini (o i video) sono sempre più popolari rispetto alla parola scritta. 

Ma cominciamo a dire che il blog non serve a vendere i libri. In questo settore, se esiste qualcosa di inutile, è appunto il blog. Sia chiaro: ho forti dubbi anche a proposito dell’utilità di un canale YouTube. Né mi entusiasmano i “mi piace” che si raccolgono sulle reti sociali. Non costano nulla, e impegnano pochissimo. 

Ma se stai pensando di aprire un blog per vendere le tue opere: lascia perdere. Fallo, ma per le ragioni giuste. E vendere è quella sbagliata.

Né serve a portare lettori dalle reti sociali al blog (dove possono trovare contenuti più articolati). Le reti sociali adorano solo i contenuti creati sulla loro piattaforma, mentre un link che conduce altrove è visto male (Facebook ormai premia solo i post sponsorizzati), oppure malissimo (Instagram al momento non permette di inserire link che puntino fuori. Occorre rivolgersi a soluzioni di terze parti).

Sì, si può pagare per promuovere il proprio blog su Facebook; oppure ci si rivolge a soluzioni quali Linktree che permettono di inserire su Instagram un link al proprio blog, così si crea il post, si mette un “clicca qui” che porta alla home. 

Ma quanti saranno coloro che cliccheranno?
Devo parlare di un aspetto che ho notato nel 2020, e anche nel 2021 (ma in misura minore).

Di che cosa parlo? Del “boom” di accessi al mio blog: oltre 50.000 visualizzazioni nel 2020 e oltre 40.000 nel 2021. Record assoluti. C’era la pandemia e la gente chiusa in casa pensava di scrivere. Infatti gli articoli più popolari erano quelli sui libri da leggere per imparare a scrivere; come pubblicare un libro; eccetera eccetera.
E i miei libri? Nulla, ovviamente. Nessuna di quelle persone si è riversata su Amazon a comprare i miei libri. Prendeva quello che serviva (ma serviva davvero?); e addio.
Forse una o due persone si saranno interessate alla mia produzione? Ne dubito.
E potrei aggiungere: vale la pena produrre articoli così lunghi se poi il risultato è così modesto?

Il blog: a che cosa serve

Per tanti il fatto che il blog non abbia alcuna utilità immediata; che non consenta di vendere libri è già un ottimo motivo per lasciar perdere, e concentrarsi su altro.

Può darsi.

Probabilmente per comprendere l’utilità di un blog occorre riconoscere che “serve”. Nel senso che espleta (adoro parlare forbito) un servizio.
Dobbiamo qui ricordare che un autore indipendente si prende l’onere (anzi: gli oneri) che di solito sono appannaggio della casa editrice. Anche se a volte certe case editrici, soprattutto quelle piccole, stanno alla larga da questo genere di cose e delegano tutto all’autore (“Tanto hai il blog, sei sulle reti sociali: ci pensi tu alla promozione, vero? VERO?”).

Se una casa editrice medio-grande ha comunque una “potenza di fuoco” capace di farsi notare da giornali, radio, televisioni e fiere varie; chi abbraccia il mestieraccio della scrittura come autore indipendente deve fare tutto lui. E come diavolo riesci a farti notare? Esatto: non è semplicissimo, ma “ti tocca”.

Il blog (ma quante volte l’ho già scritto su queste pagine?) ha un solo scopo. Quello di creare una conversazione tra chi lo gestisce (per esempio: il sottoscritto); e chi leggerà i suoi articoli. I miei primi lettori li ho trovati proprio grazie al blog, non certo alle reti sociali. Ma questo anche per un motivo che ricorderò tra poco. 

Sì, c’è anche un altro buon motivo per preferire il blog: sei in casa tua. 

Se domani Facebook cambia le regole (e lo ha fatto: i tuoi articoletti che condividevi su quella piattaforma non li vede più nessuno, hai notato? Esatto: per raggiungere visibilità devi pagare. Ma è così da un bel pezzo ormai), e ti pare di essere stato precipitato nella fossa delle Marianne. Col blog puoi arginare i danni. 

È la tua casa, dove pubblichi quello che vuoi, quando vuoi. Dove raggruppi la tua bibliografia (insomma: tutto quello che hai autopubblicato). Dove spieghi chi sei e che cosa rappresenta per te la lettura.
Dove illustri i tuoi autori preferiti, le tue letture e molto altro ancora. Soprattutto è il luogo dove i lettori, che magari per puro caso hanno scoperto un tuo libro, vengono a trovarti. E scoprono per esempio che hai scritto dell’altro. Non è una faccenda da poco.

Si tratta di un pezzo importante nella costruzione di quell’ecosistema, fatto di conversazione, che può raggiungere un sacco di persone (be’, un sacco forse no). Ma dobbiamo riconoscere che probabilmente, se 10 anni fa il blog era il cuore di tutto, la parte più importante di una strategia che doveva portare ai lettori i lavori di un autore indipendente; adesso lo è di meno. 

Colpa delle immagini? Dei video che imperano dappertutto?

Oppure si tratta semplicemente del fatto che io (e probabilmente anche chi legge), sono vecchio? Quanti ragazzi di 20 anni, o anche di meno, leggono queste righe?

Probabilmente nessuno. Ecco il motivo per il quale prima ho accennato a “un motivo”, quel motivo che ha spinto i miei lettori (in realtà soprattutto lettrici) a darmi fiducia.
L’età.
Noi siamo vecchi, e siamo più predisposti alla lettura. Ci sentiamo a disagio sulle reti sociali, vero?

Il blog continua a svolgere più o meno egregiamente il suo servizio: creare un ecosistema capace di agevolare la conversazione tra chi scrive; e chi legge. Ma è anche vero che chi legge spesso e volentieri non acquista i miei libri. Magari ha acquistato i racconti della Trilogia delle Erbacce; ma è rimasto lontano dalla serie “Stella Nera”. Eppure quando pubblico un nuovo articolo qui, viene a dare un’occhiata.

Non si sa mai.

Ma torniamo un attimo alle reti sociali.

Sicuri che siano robetta, le reti sociali?

D’accordo.
Le reti sociali sono “deboli”. Possono a ogni momento vedere cambiate radicalmente le loro regole; oppure ti possono buttare fuori in un batter d’occhio. E racchiudono spesso dei contenuti che sono ridicoli, sciocchi o del tutto inutili. Ma non tutti i contenuti che vi si trovano sono esattamente di questa bassa qualità.

Su Instagram per esempio non mancano affatto canali che parlano di libri, e sono riusciti a raccogliere attorno a sé una vasta platea di persone interessate.

Letteratura russa, o francese o nordica non importa. Svolgono un ottimo lavoro. Quello che semmai trovo arduo da scovare (ma magari è colpa mia che cerco poco e male), è un autore indipendente capace di usare questa rete sociale in modo intelligente. Parlando cioè “anche” delle sue opere, senza asfissiare l’universo mondo parlando “solo” delle sue opere.

Il punto è che noi (cioè: io) siamo più a nostro agio scrivendo contenuti lunghi. Probabilmente chi trionfa sulle reti sociali è a suo agio con video e immagini, e detesta l’idea di scrivere un articolo di oltre 1200 parole (come questo). Solo che “adesso” riesce ad avere più seguito del sottoscritto. Ma non credo che ci riesca perché “più facile”.

Come detto, sulle reti sociali ci sono un sacco di idiozie; ma anche canali e risorse interessanti. E riuscire a proporre appunto contenuti interessanti (anche se di vita breve: ecco un altro motivo per preferire il blog!) non è da tutti.

Io per esempio: non ci riesco. Ma attenzione.
Se tu credi che le reti sociali siano invece efficaci nella vendita dei tuoi libri: stai (di nuovo) sbagliando tutto. Ma forse di questo parlerò in un altro momento.

La giusta domanda da farsi (a proposito del blog)

Innanzitutto, reputo ancora importante il blog; ma non così essenziale come lo era un tempo. Probabilmente la newsletter è più efficace, e un canale YouTube “buca” molto di più di un articolo. E un articolo (Google docet), deve essere molto utile e lungo, ricco di informazioni. Ecco spiegato perché molti autori indipendenti scrivono lunghe guide su come pubblicare. e argomenti analoghi.
Tutto questo, per realizzarlo, richiede tempo ed energie.

Di sicuro a me piace, e infatti eccomi sul mio blog; ma una cosa che serve e piace a me; per te potrebbe essere un impiccio notevole.
Adesso vediamo un po’ la domanda da farsi (a proposito del blog).
Fermo restando che è un tassello importante nella costruzione dell’ecosistema dell’autore (per le ragioni già scritte in precedenza e che non replicherò. E non scordiamo che un blog regala a chi lo gestisce una certa aurea di serietà e “autorevolezza”), la domanda da porsi è:

Come intendo promuovere le mie opere? Che cosa intendo usare?

Se vuoi promuoverti (di certo tu non credi che i tuoi libri si promuovano da sé o col passaparola; devi dar loro una spinta), scoprirai molto presto che l’impatto che ha il blog sulle vendite delle tue opere è del tutto trascurabile. Ancora una volta la newsletter è di certo un’arma più interessante e potente.
Ribadisco il concetto: il blog serve. Ma per promuovere le tue opere: meglio pensare ad altro.

C’è qualcuno con meno di 20 anni che legge queste righe? Curiosità mia (anche se hai meno di 30 anni: va bene).

22 commenti

  1. Buongiorno,
    mi piace l’idea che esprimi, che un blog possa mettere insieme lettori e scrittori. Se ci pensiamo, il blog crea un rapporto davvero speciale, quasi intimo, tra autore e lettore. Dal punto di vista della comunicazione, rispetto al passato, a quando un autore non poteva comunicare direttamente con i suoi lettori, anche i più sconosciuti, insomma, è davvero rivoluzionario.
    Grazie e buona settimana!

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  2. Ehm non ti dirò la mia età mai screanzato di un Freccero! Ma dico che condivido ogni singola riga. Ho cominciato a tenere il blog per far conoscere il mio primo romanzo ma ho capito subito che non funzionava. E non solo perché non è lo strumento più utile per spingere un prodotto ma perché mi piaceva così tanto l’idea di parlare, per usare un termine tuo del mio ecosistema che il pensiero di vendere mi è parso subito riduttivo
    Così anche io continuo a tenere il mio blog, aggiornandolo ogni settimana per il puro piacere di incontrarvi. Dei social invece penso sempre peggio. Tengo Facebook perché in quanto vecchia la mia rete si trova li. Ma sto pensando di silenziare se non proprio di chiudere Instagram che proprio non è cosa per me.
    Che dirti. Speriamo che duri il con senso oltre la pandemia!

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    • Pure io sono su Instagram: ma per fare cosa? Io vedo che altri autori indipendenti aggiornano il loro stato ogni tanto. Investono molto di più nella pubblicità, oppure nella newsletter (il mio gravissimo tallone d’Achille). Ma sulle reti sociali appaiono solo ogni tanto. Proprio perché anch’esse servono poco (e distraggono dalla scrittura).

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  3. Su questo tema ci potrei scrivere per ore, nonostante già ci abbia scritto un post tempo fa (“Il valore del blog per lo scrittore”) e che posso riassumere così: “un blog non è uno spreco di risorse, ma un capitale investito a lunghissimo termine.” Non lungo, lunghissimo.
    Vado un po’ random sulle questioni. Non credo ci siano persone sui 20 anni che ti leggono, ma non per una questione dello strumento blog in sé, quanto piuttosto che i temi che proponi, il linguaggio che utilizzi, e soprattutto i racconti/romanzi che scrivi non si rivolgono ad un pubblico giovane. Se tu scrivessi genere young adult, forse avresti quel tipo di lettori, anche se non sei su Tik Tok. Così come se tu scrivessi storie d’amore chick-lit avresti un pubblico di donzelle tra i 25 e i 35 anni (anche più, per quelle che come me ancora si annoverano in quella fascia d’età, nonostante tutto 😛 ) Ma tu scrivi storie d’altro spessore e hai giustamente la tua nicchia.
    Sugli accessi al blog in generale: la pandemia è stata sicuramente un’occasione da sfruttare per i contenuti molto più per i blog (e in generale i siti web) perché i social media non si prestano all’approfondimento. Per il 2022 invece stanno già parlando di “crisi dei cookies”, dato che la modifica al GDPR con misure più restrittive (i cookies devono essere disabilitati di default) sta portando al calo degli accessi. O meglio: al calo della misurabilità degli accessi, ma se non sono misurabili, non esistono. Beh, questo vale per chi ha rispettato le regole, ma qualcuno fa il furbetto, applica plugin malfunzionanti e continua a mettere i cookie nel computer del lettore… Il risultato di questa non misurabilità sarà, a detta dei professionisti del settore, il ritorno ai dati diretti, la fiducia del singolo utente. Ebbene sì: l’indirizzo email e l’invio della newsletter. Avere una lista di 100 indirizzi email veri avrà maggior valore di 100.000 followers falsi su Instagram. (Non è un caso che la trattativa di Elon Musk sull’acquisto di Twitter si sia bloccata proprio sul numero dei veri account…)
    D’altro canto, avere o no un blog è una questione di carattere, bisogna esserci portati, bisogna coltivare ogni singola relazione con i lettori, rispondere ai commenti, prestare attenzione al contenuto. Basta niente, anche solo una frase storta, che non ci permetteremmo mai di dire fisicamente di fronte a quella persona, per rovinare fiducia e reputazione. Questo cercano i lettori: di riporre la propria fiducia in qualcuno che gli dà veramente ascolto. Non che di persona ti dico una cosa, e poi sul web te ne scrivo un’altra, facendoti pure sentire ridicolo. Purtroppo questo succede sui social media. L’elevato numero di utenti e il poco tempo rovinano le conversazioni.
    Poi, se si va ad osservare il panorama della scrittura, molti scrittori di professione hanno avuto un blog prima di approdare in una casa editrice (di solito basta curiosare sul web archive, si ritrova la “fotografia” dei loro vecchi blog). Qualcun altro invece preferisce mantenerlo, magari dirada i contenuti, ma continua con quel canale diretto verso i suoi lettori.
    Riassumendo il tutto: no, il blog non è ancora morto. 😉

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  4. Condivido in pieno le tue riflessioni. Il blog ha un senso in quanto scambio con altre persone, è un modo per confrontarsi su un piano diverso rispetto ai social. Ma per le vendite non ha alcun senso, di fatto i lettori di libri sono altrove e trovarli tramite la blogosfera è più un’eccezione che la regola. Quando si apre un blog o si sceglie di portarlo avanti, bisogna essere consapevoli di questa cosa.
    Ma è anche vero che per un certo tipo di libri, scrivere su un blog ha ancora un senso. E questo credo che sia il tuo caso.
    Io penso in sintesi che avere un blog non è indispensabile per essere autori (ne conosco molti che vendono molto ma non hanno neanche un sito), eppure ha ancora un suo perché.
    Riguardo all’età, beh, credo di essere della tua generazione più o meno, quindi capisco in pieno quello che dici.

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  5. Certe volte cerco online nuovi autori, di cui ho letto un libro, e non li trovo. E questo mi pare assurdo.
    Magari sono su Facebook, ma io non ci sto e non posso quindi interagire con loro.
    Il blog, bisogna capirlo, è e resta l’unico canale ufficiale per un professionista, dunque anche per uno scrittore.
    Il problema dei social non sta solo negli algoritmi, che ti rendono invisibile se non paghi, ma anche in quella che viene chiamata, giustamente, “dittatura social”: possono chiuderti il profilo anche se non violi le loro regole. È successo e succederà ancora.
    Pubblichi un libro su un argomento scomodo? Rischi di ritrovarti il profilo chiuso. È successo di recente a una casa editrice, per esempio.

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    • Esatto, e quello è un aspetto che in molti non considerano affatto. Da un momento all’altro sei fuori, senza nemmeno sapere bene perché (e non ti devono nemmeno delle spiegazioni). Quando se ne renderanno conto, sarà tardi. Ma probabilmente saranno molto diligenti…

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  6. “È la tua casa, dove pubblichi quello che vuoi, quando vuoi. Dove raggruppi la tua bibliografia (insomma: tutto quello che hai autopubblicato). Dove spieghi chi sei e che cosa rappresenta per te la lettura.” Condivido molto questa tua visione che corrisponde anche alla mia

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  7. Tutto vero ciò che dici, dalla prima all’ultima parola. Se ne evince, secondo me, che bisogna stare attenti anche a non esagerare con i tentativi di far funzionare tutto. Diventa stressante alla lunga, o almeno lo è per me, e i risultati non vanno quasi mai di pari passo con gli sforzi fatti. Il blog però ha sempre il suo perché, se stimi la persona che ci sta dietro. Infatti sono qui. (Ho più di trent’anni, a parte i periodi in cui mi sento una sedicenne saggia in un corpo… ehm… maturo.) XD

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    • Il problema forse è che puntiamo sempre (o troppo spesso?) ad avere dei risultati. Non solo tangibili, ma anche di grande o grandissimo spessore. Siamo divorati da una colossale fame di celebrità, è questo che ci frega.

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      • Nella “colossale fame di celebrità” non mi riconosco, ma sicuramente ci sarà anche chi la vive così. Nel desiderio di vedere risultati, invece, mi riconosco eccome. Credo anzi che sia normale. In quali altri casi si profonde una simile quantità di energie senza aspettarsi qualcosa in ritorno? Direi piuttosto che, conoscendo come funzionano le cose sulla base dell’esperienza, ci si può educare a vivere il percorso diversamente.

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  8. Il blog? Sono quindici anni che ce l’ho – su wp solo undici – mai pensato pre promuovere le schifezze che pubblico. In compenso quello che scrivo sul blog trova altre persone che li leggono e con cui a volte si è instaurato un bel rapporto amichevole.
    Comunque sono d’accordo su quello che scrivi.
    Se ho meno di trenta? sì ma partendo da cento 😀

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  9. Le tue riflessioni sono del tutto condivisibili, il blog è uno spazio proprio da personalizzare come si crede, e in cui pubblicare ciò che si vuole. E, secondo me, con i motori di ricerca e qualche accorgimento, i contenuti di un blog “vivono” molto più a lungo di quelli nei social. Il problema è che i linguaggi di un blog, di un post su facebook e instagram devono essere del tutto diversi per ciascuno. Non puoi limitarti (come faccio io) a copiare il pezzo dell’articolo e postarlo che so su fb invitando ad accedere al blog. Per esempio su instagram vanno per la maggiore le Storie, ma io non ho tempo né voglia di continuare ogni giorno a impostarne una. Può essere divertente una volta, ma, come dicono gli inglesi, alla lunga è “time-consuming”, e non sono per nulla convinta che porti visibilità e vendite. In fondo noi scrittori o scribacchini siamo miliardi! 😉

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