Che cosa ho capito (forse)


 

di Marco Freccero. Pubblicato il 23 maggio 2022

 

 

 

La notizia è questa: lo scrittore statunitense Cormac McCarthy dopo oltre tre lustri (quanto mi piace usare il termine “lustri”) torna a pubblicare non uno, bensì due nuovi romanzi. “The passenger”, e questo si sapeva perché se ne parlava da anni. Ma quello che nessuno si immaginava era la pubblicazione di un altro romanzo: “Stella Maris”. Il primo sbarcherà nelle librerie statunitensi il 25 ottobre. Il secondo il 22 novembre. In Italia come sempre lo pubblicherà Einaudi.
E potresti chiederti: ma ne parli perché temi che passi sotto silenzio?
No di certo.

Forse non ne ho parlato abbastanza, ma io da un pezzo credo che sia uno dei pochi grandi romanzieri viventi. Ho letto tutto quello che ha pubblicato. (Non proprio tutto: “Il procuratore” non l’ho mai comprato). 

Oltre tre lustri per pubblicare due romanzi. E il pensiero va al povero autore indipendente ligure (per i distratti: il sottoscritto). Che praticamente pubblica un libro all’anno (a dicembre dovrebbe arrivare il capitolo finale di “Stella Nera”).

Ma ho capito una cosa.

Che cosa ho capito (forse)

Se mi definisco autore indipendente, o raccontastorie, non è per falsa modestia (che è falsa perché chi scrive è estremamente presuntuoso). È che sul serio io quando leggo un Tolstoj o un Cormac McCarthy comprendo benissimo che essi sono scrittori; io ci provo, e probabilmente ci riesco pure molto male.

Poi cerco di consolarmi ricordando a me stesso che Balzac o Dostoevskij si sottoponevano a enormi fatiche per portare a termine le loro opere, ma succedeva perché erano tallonati dai creditori. Altrimenti avrebbero scritto coi tempi del nostro amico statunitense, o quasi. Ma non è sempre possibile.

Spesso mi sorprendo a pensare (ed è un pensiero un po’ rischioso, secondo me): avrei scritto “Stella Nera” in questo modo se avessi avuto più tempo? Se avessi evitato questa urgenza (e poi: perché questa fretta?), avrei fatto meglio, o forse il risultato sarebbe stato identico?

Perché si scrive rubando tempo ad altre cose, forse persino più importanti; ma si decide di farlo comunque. Ed è rischioso perché poi si accarezza a lungo la tentazione di metterci di nuovo mano, e dire: “Ecco, questo pensiero dovevo svilupparlo in questa direzione, e invece, la fretta…”. Sempre lei. 

Lo so che la storia della letteratura è piena di esempi in tal senso: autori che hanno ritoccato la propria storia; o l’hanno riscritta da capo. Ma io non faccio parte della storia della letteratura, giusto?

Giusto.
Quindi potrei?
Non credo. Ecco allora che cosa ho capito: se vuoi scrivere, fallo. Al meglio delle tue possibilità. Non cercare il capolavoro. Nessun autore si è messo alla scrivania con questo obiettivo (che io sappia). Però ricorda che scrivere non è solo mettere le parole una dietro l’altra. Esistono per ben altro.

Un ritorno al passato

Qualche tempo fa, mentre la terza parte di “Stella Nera” riposava, ho ripreso “Insieme nel buio”. Esatto, quei tre racconti che sono in vendita su Amazon, proprio loro. Ho riletto il primo e ho tagliato il finale (però su Amazon c’è ancora la vecchia versione). Ma in realtà ho solo riportato all’originale quel racconto. 

Il pezzo finale che si svolge a Roma in origine non esisteva affatto. Terminava con il furgone che si staccava dal marciapiede e conduceva marito e moglie alla morte: stop. Lì c’era la parola “Fine”.

Gli altri due non li ho ancora toccati, ma probabilmente lo farò, chissà. È quasi inevitabile tornare a quello che si è scritto nel passato, per vedere l’evoluzione, come si dice. Per capire la direzione che abbiamo preso (se l’abbiamo presa; oppure stiamo girando in tondo?).

C’è parecchio di “frecceriano” in quelle storie. Tanto per iniziare c’era già Savona, e poi… Ma non ho voglia di annoiare chi legge queste frasi.

E il futuro?

Già, e dopo la terza e conclusiva parte di “Stella Nera” che cosa fare? 

Forse (ma non ne sono affatto sicuro), dovrei proporre i tre libri in un solo volume; ma non sono certo che ne valga la pena. E poi? 

Se devo dirla tutta, non ho granché le idee chiare su che cosa scriverò dopo. In fondo ho già una bibliografia di tutto rispetto. Potrei anche mettere la parola fine alla mia carriera di autore indipendente.

Il punto è che non ho voglia di stare con le mani in mano. Scrivere mi piace ancora, ma di sicuro devo riconoscere che sono accadute (e accadono) cose che impongono una particolare attenzione alla scrittura di storie. 

Qualcuno potrebbe dire: ma c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il che è corretto. Ma per me non è sufficiente.
Da un po’ di tempo cerco di ragionare sulla mia narrazione o meglio: sul mio modo di raccontare storie. Si tratta di una riflessione ormai inutile; essendo vecchio non sono assolutamente capace di cambiare il mio modo di scrivere, nemmeno se fossi costretto (e da chi poi? E per quale ragione qualcuno dovrebbe costringermi?).

Eppure vedo nella mia scrittura una certa “impermeabilità”. È decisamente vecchia, figlia del Novecento. Il che mi sta bene, perché io da lì provengo. Ho visto i ciclostili, i fax, le cabine telefoniche e i gettoni, e poi sono arrivati i computer, i cellulari e soprattutto la Rete. 

Perché cambiare? E poi, cosa dovrei cambiare, precisamente? 

Forse mi prenderò una pausa dopo il dicembre del 2022; forse no. Siccome sono un raccontastorie con un pubblico piuttosto esiguo, posso decidere qualunque cosa, e questo è uno dei pregi dell’essere un autore indipendente. Non hai nessuno (nessun editore) che ti sta dietro, che ti tampina (prego notare il verbo che uso: tampinare. Mica cotica) perché ti decida a scrivere un’altra storia. Un bel giorno puoi anche abbassare la saracinesca senza dire nulla a nessuno. E se poi qualcuno per caso se ne accorgerà potrai sempre dire: “Ah sì. Però è successo, pazienza”.

Non so che cosa succederà il prossimo anno, ma a dire il vero nessuno sa che cosa accadrà il prossimo mese (scrivo come sempre queste righe parecchie settimane prima della pubblicazione. Più o meno a metà del mese di marzo). Quindi, perché spremersi le meningi? Fare previsioni sul 2023 mi pare al momento decisamente fuori luogo.

Sono felice di aver scritto quello che ho voluto; di averlo pubblicato. Spero di riuscire a pubblicare anche la terza parte di “Stella Nera” (che è terminata e conclusa, ma come detto in precedenza: chi si può azzardare a prevedere che cosa accadrà a dicembre 2022?). 

Ora che ci penso: è bene che mi metta a lavorare sulla sinossi; in un baleno saremo a maggio (quando pubblicherò questo articolo), e sono certo che sarò ancora in alto mare. 

Quello che verrà dopo: cercheremo di accoglierlo al meglio delle nostre (e delle mie) possibilità.

9 commenti

  1. “Il procuratore” non è un romanzo, ma la sceneggiatura di un film, per altro niente di che. Il solito modo per spillare soldi ai lettori.
    Se a uno piace scrivere, allora deve farlo.
    Sono anche io un figlio del Novecento, ma non so se la mia scrittura è vecchia e poco me ne importa.
    Non credo quindi che la scelta debba cadere su un cambio di stile, piuttosto su un cambio di storie: un esperimento, cimentarsi su un genere diverso e vedere come va.

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  2. Che strano pensare che scrivi i post con tanto anticipo… so che programmarli è una buona cosa, ma non so se riuscirei a farlo. Mi sembra che rischierei di non essere più d’accordo con me stessa al momento della pubblicazione. 😉

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