L’autore indipendente e la scrittura: di che cosa parliamo?


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 6 giugno 2022.

 

 

 

Ho notato solo di recente questo aspetto.
Gli autori indipendenti che vendono (più di me, ma non ci vuole molto), se sono presenti sulle reti sociali (Pinterest, Instagram, eccetera) hanno una presenza molto scarna. Condividono poco. Aggiornano di rado. Magari aggiornano con qualcosa di molto importante, di valore; e poi paiono essere assenti per lungo tempo.

Forse per questo vendono…

In realtà era da un po’ che facevo caso a questo aspetto. Poi mi sono deciso a “studiare” un po’ il comportamento di alcuni autori indipendenti. Se sulla Rete si trovano spesso consigli su come usare “bene” le reti sociali per far sì che le proprie opere possano emergere (?); la realtà è tutt’altra. Chi vende, chi fa sul serio; chi insomma di mestiere è un autore indipendente, fa l’autore indipendente.
Non sta ore e ore a condividere che cosa fa.
Fa.
Agisce.
E agisce su quello che conta per davvero.

Che cosa conta

Qualcuno potrebbe chiedere: ma che cosa deve fare un autore indipendente per emergere un po’?
Se il blog non serve a vendere libri (esatto: non serve a questo); se anche le reti sociali non hanno questo scopo: che cosa deve combinare un autore indipendente?
Vediamo un po’: scrivere?

Non è un’ovvietà. Perché alla fine succede che la scrittura, che dovrebbe essere il cuore dell’attività di un autore indipendente (dove per scrittura si intende, ovviamente, scrivere racconti o romanzi; non aggiornare il proprio stato su Instagram), diventa qualcosa da fare solo nei ritagli di tempo, ma quelli più minuti. In pratica: si scrive poco e male.
Ovviamente ci sarà quasi certamente almeno UN buon esempio di autore indipendente che riesce a fare tutto: beato lui. Allora diciamo che si tratta (esatto!) dell’eccezione che conferma la regola.

Un autore indipendente deve avere come scopo quello di produrre storie. Non su Instagram. Storie da pubblicare su Amazon. Ti pare poco?
Prego di fare attenzione a questo. 

Gli autori indipendenti di cui sto parlando (per esempio Michele Amitrani, ma anche Nicholas Erik), vendono. Non è che si barcamenano. Hanno un blog, sono sulle reti sociali, magari hanno anche un canale YouTube. Soprattutto guadagnano con la vendita delle loro opere. Quindi in qualche modo “investono”, ma investono su quello che è davvero importante.
Le reti sociali lo sono poco.

Il blog probabilmente lo è un poco di più, perché funge da “porto”. Il lettore che per caso si imbatte in un tuo libro, e gli piace: probabilmente vuole saperne di più su chi sei. Ecco che allora un blog che racchiuda per esempio la tua bibliografia è la cosa migliore. Che contenga degli articoli su che cosa combini, che cosa leggi, e così via, è dannatamente utile.

Ma il blog (meglio riscriverlo per la centesima volta) non aiuta a vendere i tuoi libri, sul serio. Spesso la gente ci finisce perché cerca pareri su un certo autore, di cui proprio tu hai parlato in un articolo di 1600 parole.
Arriva, legge; e se ne va.
Ecco perché bisogna ribadire l’ovvio: un autore indipendente che vuole fare sul serio, che prende sul serio questo mestieraccio: deve scrivere. Racconti o romanzi.

E poi? Deve promuoverli, certo. In che modo? Calma, innanzitutto. Sì, prima di pubblicare il primo dei tuoi libri devi muoverti. Almeno un anno prima devi per forza iniziare a promuoverti.
Ma per oggi pensiamo al cuore della tua attività di autore indipendente.
Scrivere, appunto.

Scrivere: di che cosa parliamo?

Quando si parla di scrivere, tutti sappiamo che cosa intendiamo. Più o meno è quell’attività che ti mette seduto davanti a una scrivania, e lì ad attenderci c’è o un quaderno e delle penne; oppure (più di frequente) un computer e collegato a esso un disco esterno per il backup (non si sa mai…). Questo è, a grandi linee, che cosa significa scrivere.

Purtroppo la faccenda è molto più complicata di così, e non parlo (ancora) di quello che è necessario combinare per promuovere le proprie opere.
Parlo ancora di scrittura. Non è pestare le dita sulla tastiera trascinati dall’ispirazione. Tra l’altro credo che l’ispirazione sia una delle peggiori piaghe di sempre.
Scrivere una storia vuol dire confezionare qualcosa di interessante. E con il termine “interessante” mi riferisco alla capacità (tramite solo le parole, poi spiegherò perché ho scritto “solo con le parole”) di indurre il lettore a voltare pagina e possibilmente, a condurlo sino al termine del libro.
Non è per nulla semplice.

A proposito di “solo con le parole”

Scrivere è un lavoro che l’uomo ha iniziato d fare piuttosto di recente. Prima, per secoli o millenni, si è solo raccontato a voce. E il racconto orale ha dalla sua un sacco di punti di forza.
La voce e il suo tono.
La mimica del volto.
La gestualità.

E altre cosucce di questo genere. Ma tutto questo insieme si dissolve quando ti siedi al tavolo e occorre scrivere una storia. No, l’ispirazione non ti aiuterà affatto.

Quando ho immaginato l’incipit di “Stella Nera – Le luci dell’Occidente” ho dovuto di fretta e furia mettere da parte l’ispirazione (una vecchia morta, distesa sul letto di casa sua), e mettermi a lavorare. A riflettere insomma, perché l’ispirazione aveva già terminato la sua missione. 

Se hai davvero letto quei 300 che sono il minimo sindacale per avere una qualche idea di che cosa significhi scrivere una storia, saprai bene che i grandi scrittori, da Dostoevskij a Balzac, da Tolstoj a Zola sino a Dickens, passando per Cormac McCarthy (o altrimenti dici che io leggo solo opere di morti), lavorano duro per raggiungere il loro obiettivo. 

Confezionare una storia da leggere.
E l’ispirazione non è sufficiente. 

Affermare “Voglio scrivere la storia di un giovane studente disoccupato che, vittima di certe idee, si crede in diritto di uccidere una vecchia, derubarla e poi passare il resto della vita a fare del bene” non ha alcun senso. (Mi dispiace, ma mi sto riferendo a “Delitto e castigo” di Dostoevskij. Se pensavi di usare l’idea per un tuo romanzo, Dostoevskij ti ha preceduto, e con un certo successo).

Quando scrivi tu devi essere consapevole che la parola non può appoggiarsi sul tono della tua voce; sulla gestualità; sulla mimica del volto. Nulla del genere.
Sei solo. Ti devi arrangiare. E il primo passo nella giusta direzione è rendersi conto che la parola sa essere molto potente solo se sei consapevole che devi usare quelle giuste.
Banalmente, se usi quelle sbagliate, produci un mezzo disastro. 

Quando si sente dire (e accade eccome): “Sei laureato in lettere, dovresti scrivere un romanzo”; oppure ci si affida a un laureato in lettere per avere il giudizio sulle proprie opere… Si sbaglia tutto. Non solo perché buona parte degli scrittori non ha alcuna formazione umanistica (Dostoevskij era ingegnere). Ma soprattutto perché queste figure di solito non hanno la più pallida idea di che cosa significhi dover costruire una frase efficace, un dialogo convincente, una descrizione corretta (di un ambiente oppure di un abbigliamento). Magari hanno nella testa decine di esempi (perché hanno letto centinaia di libri); però non si sono mai seduti a una scrivania per scrivere sul serio.

Come scriveva la grande scrittrice statunitense Flannery O’Connor: “A parer mio quasi tutti sanno cos’è una storia, fino a che non si siedono a scriverne una”.

È così. Perché a quel punto sono dolori, aggiungo io. 

Una madre ordina una torta per il compleanno del figlio. Questi tornando a casa viene investito da un’automobile. Di lì a qualche ora morirà. (“Una cosa piccola ma buona”, uno dei migliori racconti di Raymond Carver). 

Anche fermarsi alla prima parte (Una madre ordina una torna per il compleanno del figlio), anche prendendo questo come ispirazione (“Desidero scrivere di una madre che va in una pasticceria per ordinare una torta di compleanno per il figlio”) richiede già un impegno, una cura nella scelta dei vocaboli, degli avverbi e degli aggettivi corretti (e se non volessi usare gli avverbi in “mente”?) che ti fa capire che cosa voglio dire quando parlo del mestieraccio della scrittura.

Il lavoro dell’autore indipendente

Se ti rendi conto di questo, allora capisci bene perché io per esempio ho chiuso l’account su Twitter e Pinterest, e faccio poco o nulla su Instagram. Combino appena qualcosa di più su Facebook, ma si tratta sempre di post programmati. Li preparo e poi cerco di non pensarci più.

Quando comprendi davvero questo, devi anche avere il coraggio di compiere la scelta giusta. Vale a dire: la scrittura. Il lavoro dell’autore indipendente è scrivere. Storie. Racconti e/o romanzi.

Tutto quello che minaccia il tuo lavoro (non solo la televisione. Stephen King consiglia di liberarsene), deve essere o drasticamente ridotto (devi stare molto poco sulle reti sociali, e solo per condividere contenuti di alta qualità). Oppure eliminato.

Sino a che non avrai questo coraggio, questa determinazione di stabilire priorità e gerarchie, e compiere quindi le scelte necessarie, vorrà dire che per te la scrittura non sarà mai per te qualcosa di davvero essenziale. Significherà che è solo un passatempo, una delle tante cose da fare se e quando ne hai il tempo.

Essere un autore indipendente vuol dire: prendere questa faccenda seriamente, come se fosse un lavoro. Perché è esattamente un lavoro. Il mestieraccio dell’autore indipendente, appunto.

12 commenti

  1. Amitrani ha giusto qualche manciata di recensioni su Amazon. E su Instagram non arriva a 300 persone che lo seguono.
    Sulle reti sociali concordo in pieno. Bisogna limitare al massimo la presenza, altrimenti togli il tempo all’attività più importante: scrivere.

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  2. Sono non solo d’accordo, ma straordinariamente d’accordo. Se la curi, la presenza sui social divora il tuo tempo. Non dico sia tempo sprecato, ma sono convinta che valga assai di più riuscire a scrivere qualcosa di buono, e poi qualcos’altro, se va bene, magari senza lasciare passare anni tra una pubblicazione e l’altra. Tra l’altro ho notato – ma forse vale soltanto per me – che la mancanza di nuove pubblicazioni fa diminuire progressivamente le vendite dei libri precedenti, suppongo fino ad annullarle del tutto. In ogni caso pubblicare per pubblicare non ha senso, ma scrivere per scrivere (ed eventualmente pubblicare) questo sì, ha senso.

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    • Credo anche io che lasciar passare del tempo tra un libro e l’altro crei uno scollamento tra autore e lettori. In pratica resti a secco, se non sei in grado di innaffiare adeguatamente il tuo orto.

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  3. I social possono assorbire davvero tanto tempo, per un paio di anni ogni settimana scrivevo sempre dei post nei gruppi Facebook per promuovere i miei eBook, poi ho rallentato, ho cominciato a scrivere solo nei gruppi Facebook con regole chiare (che quei gruppi dove se sbagliavi il giorno della promo ti mettevano alla gogna anche no…) infine ho smesso del tutto, mi limito ai post sulla mia pagina. Ormai ho sempre meno energie per i social preferisco usarle per scrivere…

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  4. I social possono assorbire davvero tanto tempo, per un paio di anni ogni settimana scrivevo sempre dei post nei gruppi Facebook per promuovere i miei eBook, poi ho rallentato, ho cominciato a scrivere solo nei gruppi Facebook con regole chiare (che quei gruppi dove se sbagliavi il giorno della promo ti mettevano alla gogna anche no…) infine ho smesso del tutto, mi limito ai post sulla mia pagina. Ormai ho sempre meno energie per i social preferisco usarle per scrivere…

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  5. concordo: sui social, che non ci sono, si perde un sacco di tempo che potrebbe essere impiegato meglio curando la scrittura. Il blog, va bé, può assorbire tempo prezioso ma anche no.
    Io ho solo il blog e basta. E questo mi assorbe un aio d’ore al giorno.

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  6. Sfondi una porta aperta. I social succhiano troppo tempo ed energie, restituendoti pochi frutti. La mia frequentazione dei vari social si è progressivamente ridotta, soprattutto sui gruppi FB (che tra l’altro sono un covo di polemici e frustrati).Vedo parecchi autori che si spendono molto sui social e mi domando quando trovino il tempo per scrivere o per riflettere sulle storie. D’altra parte ho diminuito anche la frequentazione dei blog, un tempo ne seguivo tantissimi, ora ne leggo con regolarità solo una manciata. A un certo punto bisogna fare delle scelte, sarà anche colpa dell’età 😀

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