Le parti noiose sono state tagliate


 

di Marco Freccero. Pubblicato il 13 giugno 2022.

 

 

 

 

“La mia vita è un romanzo”

“Vuoi che te la racconti?”

“No. Io odio i romanzi”

(Da: “Porgi l’altra guancia” – Bud Spencer e Terence Hill).

Probabilmente è uno dei migliori film della coppia Spencer & Hill. Però state tranquilli: non ho deciso di cambiare la natura del blog, e passare ad occuparmi di cinema.

Caduti in trappola

Né desidero parlare dell’odio, o dell’insofferenza che molta gente ha nei confronti dei romanzi, e della lettura in generale.

Semmai: come ci siamo caduti dentro? Come è stato possibile cadere dentro una simile trappola, senza mai cercare di tirarsene fuori per tornare a fare la “bella vita” di prima (quando si leggeva poco o nulla)?

Perché la nostra vita scorreva placida e luminosa, e poi abbiamo deciso di complicarcela:

Leggendo, e soprattutto

scrivendo?

(Però preferisco concentrarmi sul primo punto: la lettura).

D’accordo: probabilmente ne ho già parlato in passato, ma un ripasso non fa mai male, giusto?

Tex, Zagor e Topolino

Ci sono alcuni che sin dalla più tenera età si avvicinano, o sono avvicinati alla lettura. Io non ricordo molto in realtà; ma di certo leggevo storie per l’infanzia (non molte in realtà), ma divoravo i fumetti: Tex, Zagor e Topolino. Leggere era qualcosa legato al dovere, alla scuola; che io non amavo per nulla.

Chissà per quale motivo.

Forse invece di scervellarsi sul perché le persone non leggono; occorrerebbe riflettere perché non si ha voglia di andare a scuola. 

Perché si vive questo dovere come una costrizione abnorme. Forse perché ci tocca svegliarci presto, mentre se l’orario scolastico fosse dalle nove, sarebbe meglio? Ma siamo certi che “sarebbe meglio”? 

Per fortuna io non ne ho la più pallida idea, e questo mi permette di procedere con il discorso.

A quei tempi non è che la lettura fosse qualcosa di davvero importante: per me. C’erano altre cose più interessanti, e anche se non era proprio vero: ai miei occhi era verissimo. Per molti la scuola è solo un peso di cui liberarsi il prima possibile, ma poi ti rendi conto che forse hai un talento (disegnare); che potresti magari iscriverti al liceo artistico (gomitate con gli amici dell’epoca: “Lì ci sono le modelle nude! Grande Freccia” Il Freccia sono io).

Quindi mi sono iscritto al liceo classico. È difficile spiegare come sia accaduto tutto questo: uno che ha un certo, modesto talento per il disegno, finisce sotto lo schiacciasassi del liceo classico. Eppure è accaduto. 

Quando scoprii che lì si studiava greco e latino, mi parve un’illuminazione. Una chiamata; o chiamatela un po’ come volete. Mollai l’idea dell’artistico all’istante.

Peccato che io fossi assolutamente inadatto (per usare un eufemismo). Fu una catastrofe, ma è inutile ricordare le belle cose. Non capireste. 

Forse lì scoprii che ero ignorante? Può darsi; ma ci vuole un po’ di tempo per rendersi conto che per fortuna lo resti per tutta la vita. E questo comporta dei vantaggi.

Soprattutto per editori e librai.

Invecchiando

A dire il vero, a lungo andare (per non dover scrivere: invecchiando) comprendi anche che ormai la tua testa è fatta in un certo modo; e che ti piace pure. 

Inizi a escludere certe letture e ne prediligi altre. Rileggi. Escludi certe letture perché o nn fanno proprio per te; oppure per la ragione più ovvia: esatto, invecchi.

Anche se continui a comprare libri, presto o tardi comprendi che ti appoggi ad autori che guardano al mondo con uno sguardo molto simile al tuo. E questo dimostra che la lettura, i libri, non servono affatto ad aprire la mente; perché leggendo di solito cerchiamo solo conferme al nostro modo di guardare ai fatti. 

Poi incappi in un Fedor, in un Ignazio Silone o Leonardo (Sciascia), o in un Lev; e arrivi alla conclusione che probabilmente non è soltanto ciò di cui avevi bisogno. Ma è il modo più opportuno per avvicinarsi alla realtà.

Rischiando di generalizzare, potremmo dire che buona parte della letteratura popolare, quella che vende a carrettate, è quella che in fondo afferma: “Così vanno le cose: che cosa vuoi farci?”. E i suoi lettori la pensano esattamente in quella maniera. Magari si arrabbiano, ma per poco; protestano, pure in questo caso per poco. Si indignano, ma con moderazione. E infine si adeguano.

Poi c’è una parte (piccola?) della letteratura che al contrario afferma che le cose dovrebbero andare in altro modo. Non è detto che abbia meno successo dell’altra; però è qualcosa di differente rispetto all’altra. La rende migliore anzi: è migliore? Mah! E chi lo può affermare? 

È comodo ripetersi che se leggi Dostoevskij allora sei un bravo lettore; ma se leggi i romanzi “Harmony” (ci sono ancora?), allora sei un irresponsabile che vive nel mondo dei sogni.

Come se leggere rendesse migliori, e leggere certe storie anziché altre avesse chissà quali incredibili conseguenze. 

Non funziona affatto così, come si sa.

L’unico insegnamento

Immagino che questo dovrebbe essere un insegnamento che si trae dalla lettura dei libri: non sei mai davvero migliore degli altri. Forse hai solo un vocabolario più vario. E in certe circostanze della vita può essere un vantaggio; o uno svantaggio. Ci sono posti di lavoro dove se ti scappa un congiuntivo azzeccato, oppure dici “Ignominia” scatta all’istante la domanda: “Ma hai studiato?”. Che sottintende: “Che ci fai qui?”.

A quel punto ti tocca non svelare le carte, perché non le hai proprio; ma fare dimostrazione di modestia (“L’ho letto nei baci Perugina”). 

Ma l’indifferenza verso la lettura vuol dire solo essere indifferenti. Non è troppo campato in aria quello che affermano alcune persone, secondo le quali non ha senso leggere, quando ci sono le immagini, o i film, che sono più facili. Ed è vero. 

Né vale molto l’obiezione che possono essere manipolate. 

I libri, non possono essere manipolati? I libri, sono esattamente il frutto di una manipolazione. Le cose non sono andate come scritto nelle pagine, ovviamente. Tutte le parti noiose sono state tagliate. E il libro è soprattutto frutto della visione dell’autore.

Quelli bravi (Dostoevskij) non si fanno ingabbiare da essa.

Quelli meno bravi… Non ci riescono. Ed è un peccato forse; oppure è semplicemente una cosa che succede perché deve succedere.

13 commenti

  1. Eh, quando leggi il grande Lev, tutto il resto è…nebbia. Quella fitta di una serata di novembre, che abbassi il finestrino per vedere dove cavolo sta la riga bianca in mezzo alla carreggiata.
    Sì, gli Harmony ci sono ancora in edicola, con una decina di collane diverse. Sono ancora ben venduti e, se non avessi il tavolino traballante di letture in attesa, forse mi concederei pure lo svago leggero proprio di un Harmony.

    Comunque, per me, il migliore in assoluto resta Lo chiamavano Trinità. Ancora oggi, mi diletto a parlare come il messicano della prima scena, con la stessa intonazione e cadenza… (di solito lo uso per prendere in giro qualche lamentone di casa 😛 )

    “La mia esposa stava al fiume señor, a lavare… un gringo l’aggredì e la voleva… e ho corso in suo aiuto… avevo il coltello… quello mi guarda con gli occhi spalancati e muore… nel cadere avrà battuto la testa… io gli ho dato solo qualche coltellata…”

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  2. Mah, veramente la mia vita scorreva placida e luminosa soprattutto perché leggevo, tanto che poi mi è anche scappato di scrivere. Non so se sia stato davvero un affarone, ma lo considero tale. Si possono avere talenti a non finire, ma metti che non ti capiti mai di metterli alla prova, non è un peccato? Già cimentarsi è un onore. 😉

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  3. Ho cominciato anch’io leggendo Topolino, ricordo che comprare un giornalino nuovo in edicola con i miei risparmi e correre a casa a leggerlo era una vera gioia. La lettura mi ha accompagnato sempre dall’infanzia.
    Ho letto di tutto, da Liala a Cesare Pavese, a Jean Paul Sartre, è capitato anche di leggere qualche Harmony, non rinnego nulla…

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