Noi e l’Europa di Stefan Zweig


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 27 giugno 2022.

 

 

 

Incontrai, se così posso dire, lo scrittore e drammaturgo austriaco Stefan Zweig nel 1987. All’interno del libro “Il volto della guerra” erano riportate alcune sue lettere. Mi fece impressione l’ultima, che scrisse prima di suicidarsi, assieme alla moglie Charlotte Altmann, in Brasile.

Il mondo di ieri

“Saluto tutti i miei amici! Che possano vedere l’alba che succede a questa lunga notte! Io, troppo impaziente, li precedo”.

Si uccise nel febbraio del 1942, disperato di vedere l’Europa sprofondare in un’altra guerra ben peggiore della prima.

Solo di recente ho acquistato un suo ebook: “Il mondo di ieri”. Zweig ricorda il suo mondo, quell’impero asburgico che da mille anni guidava una porzione non piccola e importante dell’Europa. Anzi, il cuore dell’Europa.

Non è una elegia dei bei tempi passati, anche se lo scrittore parla della sua gioventù con nostalgia, come è giusto che accada. C’era, secondo quanto scrive, un’atmosfera piena di speranza nei confronti dell’avvenire, una voglia di sapere e di conoscere che il vecchio impero e la sua aristocrazia non capivano. Per questo la scuola era costruita attorno all’idea che i giovani erano pericolosi: perché avrebbero potuto cambiare le cose, e questo no, non era permesso. Insegnanti, e alunni, erano due mondi che non si dovevano nemmeno sfiorare. I primi dovevano solo distribuire voti; i secondi dovevano perdere ogni slancio o passione (ingredienti troppo sovversivi per quel mondo), e diventare uomini posati. Tranquilli. Incapaci di colpi di testa.

L’arte a Vienna

Era impossibile che un giovane potesse aspirare a un posto di responsabilità prima dei 40 anni. Ecco che allora si facevano crescere la barba, diventavano grassi per apparire vecchi, quindi saggi e uomini assennati. Era un mondo, dice Zweig, che temeva la gioventù. E la gioventù però non si arrendeva a questo status quo. 

L’unico ambiente che si percepiva libero, o meglio che si considerava foriero di libertà, era l’arte. Vienna in quegli anni era una città piena di teatri, riviste e di giovani pazzi per tutti quello che era artistico. Tutti scrivevano; poesie, saggi, romanzi. Ciascuno criticava il lavoro degli altri ma senza disprezzo o invidia. 

Immersi in un mondo chiuso, che verso di essi aveva enorme diffidenza, i giovani di quell’epoca riversavano le loro forze sull’arte. Ai loro occhi, il portiere di un importante musicista era una creatura di un altro mondo perché aveva frequentava quella creatura baciata dalla musa dell’arte.  

Berlino; e poi Parigi

Zweig viaggia. Prima Berlino, poi Parigi e Londra. 

Berlino non ha la tradizione di Vienna. Quando vi giunge Zweig, è una città che inizia a crescere per davvero. E siccome non ha alle spalle nulla, o molto poco, ecco che decide di creare quasi da zero la propria arte e cultura: in quale maniera?

Accogliendo ogni genere di sperimentazione. Nn avendo nulla alle spalle da onorare o rispettare, o anche da fare a pezzi, Berlino costruisce da sé la propria strada verso l’arte, edifica la propria arte e cultura. Vienna, da Berlino appare interessante; ma prevedibile, poco reattiva al mondo nuovo che è già arrivato, troppo attaccata al passato. Ha brio, certo; ma non parla il linguaggio nuovo che a Berlino si sta forgiando.

È la capitale francese però che lo strega, lo affascina, lo seduce. È un mondo che ha poco tempo anche se lo ignora completamente: perché tutto verrà spazzato via dalla Prima Guerra Mondiale. Ma Parigi!

È una città vivace, piena di vita, dove gli artisti, alcuni poi divenuti celebri, altri sconosciuti o che finiranno nel dimenticatoio, si dedicano senza remore all’arte. Senza alcuna ambizione se non produrre arte. Non denaro, o successo: arte.

Un modesto lavoro, un modesto alloggia, una vita semplice: pur di star distanti dai giornali corrotti, e poter seguire la propria musa, infischiandosene delle folle, del successo. Godendo di quel poco che si ha e del far parte di qualcosa che, allora, si credeva capace di rendere il mondo migliore.

Retorica? Non credo affatto. Prima dello scoppio della guerra (parliamo della Prima Guerra Mondiale), c’era una enorme fede nel progresso. Quasi ogni giorno c’erano delle scoperte, delle invenzioni, e queste in breve tempo diventavano alla portata di quasi tutti. Aerei, dirigibili: a che cosa servivano i confini, le dogane, quando i mezzi della tecnica permettevano di farsi beffe di queste vecchie convenzioni del tempo andato?

Poi, tutto marcirà nelle trincee della Prima Guerra Mondiale.

Quello che mi ha interessato di questa lettura è però il modo di affrontare l’arte non solo da parte dei giovani viennesi, tra i quali c’era lo stesso Zweig. Ma soprattutto quello che succedeva a Parigi.

Per capire che noi viviamo in un altro mondo, non è sufficiente ricordare che noi abbiamo la Rete e siamo andati sulla Luna. Quello che (forse inevitabilmente?) è cambiato è l’idea che l’arte (per esempio lo scrivere) abbia senso solo se produce successo e guadagno (entrambi devono camminare a braccetto). Ma attenzione: non è un po’ di successo, e un po’ di guadagno. 

Devono essere grandi.

Credo che rispetto a quegli uomini che si aggiravano per le capitali europee prima dello scoppio della Grande Guerra, ci sia stata una rivoluzione di una tale ampiezza che nemmeno ce ne rendiamo conto. Tanto è vero che leggendo quelle pagine dove, a Parigi, Zweig illustra come gli artisti vivevano, non possiamo fare a meno (io non posso fare a meno) di considerare le sue riflessioni, i suoi esempi, come qualcosa di… Bizzarro (se vogliamo usare un termine abbastanza innocuo)? O ridicolo?

Sì, il quadro ha un prezzo, come il libro. Michelangelo era uno molto attento anche agli spiccioli, esattamente come Leonardo o Giotto. Eppure forse quegli uomini, e gli uomini che affollavano le strade di Berlino, Parigi o Vienna all’inizio del Novecento, prima della Grande Rovina, avevano ancora nei confronti dell’arte tutta un atteggiamento e una fede che noi abbiamo perso, e fatichiamo a comprendere. E fatichiamo a comprendere proprio perché abbiamo perso ogni cosa, e quando ci imbattiamo in certe considerazioni, non sappiamo bene come comportarci. Abbiamo perso ogni punto di riferimento, a parte quelli ormai classici: successo e denaro. Non da adesso, sia chiaro.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale questo Paese ha fatto la sua scelta. Nel giro di una sola generazione abbiamo avuto quello che nessuno poteva nemmeno sognare, nei suoi sogni più sfrenati e folli. Abbiamo deciso di dare fede a un progresso che portava nel futuro non una ristretta cerchia di persone come in fondo era sempre accaduto; ma un po’ tutti (non tutti, ma per gli esclusi c’era l’idea che “presto” anche per essi sarebbe cambiato tutto).

Non mi riferisco solo alle tante risorse che sulla Rete si trovano a buon mercato su come arricchirsi coi libri, su come costruire la giusta storia e incontrare così il favore del pubblico. Quelle sono gli aspetti più grossolani, ed evidenti, di un modo di ragionare che ha ridotto la parola a un mezzo (o mezzuccio?) per guadagnare prestigio agli occhi degli altri.

I giovani di Vienna

Mentre i giovani di Vienna di inizio Novecento ammiravano un semplice portiere perché ogni giorno vedeva il grande artista, lo salutava o veniva salutato. Si dirà: qualcosa del genere accade anche adesso. 

Sì, ma quello che c’era alle spalle: la venerazione per l’arte, l’amore che si provava per essa, per la sua capacità di prendere un giovane e condurlo là dove nessuno era capace di portarlo: c’è ancora?
Dove è finita?

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