A che cosa serve la letteratura


 

 

di Marco Freccero. Pubblicato il 4 luglio 2022.

 

 

 

Ormai l’estate è giunta stabilmente tra di noi. Eppure questo blog continua a pubblicare un articolo alla settimana su argomenti che già negli altri periodi dell’anno interessano pochi (basta guardare gli accessi). Chi me lo fa fare?
In attesa di scovare una risposta decente, procediamo oltre.

Tornare all’essenziale

Io, scioccamente e inutilmente, continuerò a riscrivere e correggere una storia degli anni Ottanta (“Stella Nera”), in modo che arrivi puntuale alla pubblicazione nel mese di dicembre 2022. Che in pochi leggeranno perché si tratta di argomenti che il “mercato” non apprezza, oppure non gliene importa un fico secco (piuttosto probabile), e presto finirà nel dimenticatoio. A meno che…

Ma i miracoli non accadono, o se accadono, perché dovrebbero proprio riguardare una storia del genere? Una mia storia?

Forse la letteratura (almeno una certa letteratura, e ammesso che le mie storie siano appunto da ascrivere alla letteratura. Prego notare il termine “ascrivere”. Mica cotica) è utile, benché sia inutile. In fondo i libri che fanno? Chiudono le porte della stalla quando i buoi sono scappati. Ma solo per quanti hanno tempo e voglia di prendere in mano un libro (e non è detto). Allora lì dentro ci troveranno elementi utili per capire, e prepararsi quindi a ripetere gli stessi errori di sempre, però modificando il cammino per giungere a essi.

Comunque, le buone storie usano le parole (corrette) per ricordare che le cose sono un po’ più complicate di quanto appaia. 

La letteratura, appunto

Ricordo due libri, sui tanti che ho letto.
“Il volto della guerra”.
“Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque.

Lo scrittore tedesco, decorato, alla fine della guerra riconsegnò tutto ai comandi militari: non aveva intenzione di portare medaglie, distintivi o altro. Conosceva bene gli orrori della Grande Guerra; e nel giro di poco più di vent’anni lo stesso continente avrebbe scelto, giulivo, di nuovo la guerra. 

Sappiamo bene di che cosa si tratta quando parliamo di guerra; ma a quanto pare ci fa stare bene. Credo che la guerra ci riporti a una condizione che sentiamo profondamente nostra. Grazie a essa, torniamo a casa, e ci liberiamo di tutto quello che ci pare un orpello. Che ci snatura. Come se nella guerra ritrovassimo noi stessi, la nostra natura più genuina. 

Non scordiamoci che mentre l’Europa dopo il 1945 proclamava “Mai più guerre”, queste hanno continuato a esserci un po’ ovunque, direttamente o indirettamente fomentate o dalle nostre industrie belliche; oppure dai nostri interessi. E anche da altri interessi, che coi nostri avevano poco da spartire (benché fossero comunque interessi).
Oppure: la guerra è la condizione dove si crea (come su certi posti di lavoro?) una solidarietà così totale tra le persone, che non esiste nella vita civile. Che non riusciamo a creare nella vita quotidiana.

Sì, l’egoismo esiste pure nelle trincee. Ma leggendo le lettere de “Il volto della guerra” (lettere soprattutto di soldati di tutti i fronti), si ritrova un’umanità semplice e schietta. Ridotta all’essenziale, esatto. E non puoi fare a meno di chiederti: ma dove eravate tutti voi, prima? In tempo di pace, questo amore, questa solidarietà, c’era? Oppure è necessaria la devastazione della guerra perché riemerga? E che riemerga proprio in guerra: non è mostruoso?

Anche in certi luoghi di lavoro esiste qualcosa del genere: mimetismo? O cosa? Di sicuro in breve tempo si sviluppa tra le persone una specie di solidarietà davvero unica che chi sta fuori (oppure: negli uffici al piano di sopra) fatica a comprendere. Anche perché faticano a comprendere pure quanti la vivono. E al di fuori del posto di lavoro quel sentimento fatica a palesarsi.

Servire a cosa?

A che cosa serve la letteratura? Questo articolo in qualche modo occorre chiuderlo, e già mi sono dilungato troppo.

Il termine “servire” ha sempre avuto una connotazione negativa, che richiama all’istante il servo. Lo tolleriamo solo perché se si rivela utile, allora va bene. Magari “obtorto collo”, ma va bene. Ci arrendiamo alla servitù se in qualche modo essa ci porta un qualche vantaggio. 

La letteratura è (anche) uno spazio che ciascuno di noi toglie ad altro (o ad altri?). Per avere un vocabolario migliore? Anche; questo era una delle ragioni che mi spinse, tanti anni fa, a leggere. Siccome ero molto ignorante, volevo leggere tantissimo per esserlo di meno. Per capire il mondo? Un po’ troppo generico forse.

Per capire l’essere umano? Forse questo va già meglio: ma una volta che lo hai “capito” che cosa ne ricavi? Eviti le guerre? No di certo. Anche chi le scatena legge, forse gli stessi libri che leggiamo noi.

A cosa serve la parola

La grande lezione che forse si ricava dalla parola (“letteratura” è troppo generico) è che essa non si impone, non aggredisce, non usa la forza. Si propone.

La logica che ci spinge a credere che non serva a nulla è in fondo una logica che arriva da una concezione della vita che probabilmente vede una sua logica anche nella guerra.

Non scriverò che se tutti leggessimo il mondo sarebbe migliore, perché si tratta di sciocchezze. Chi lo afferma, non ha mai capito nulla di quanto legge.

La parola risponde a una logica differente, che mette alla porta (o almeno ci prova) tutto quello che puzza di forza e prevaricazione. È già qualcosa, ma non è molto perché di scrittori amanti della guerra, dei totalitarismi ce ne sono stati e ce ne saranno ancora parecchi. E poi, molta gente legge e poi fa le scelte che fa.

Ecco allora a che cosa serve la parola, forse. Con essa esiste un altro modo di osservare il mondo, che il singolo può scegliere; non è molto, certo. Non fa notizia ed è destinato se non all’oblio; a una certa indifferenza che tradisce la stizza. Perché questa gente che si affida alla parola non dice chiaramente da che parte sta (perché ci si deve schierare, ovviamente).

Ma se si sceglie la parola si è già scelto con chiarezza da che parte stare. È vero: non impedisce ai carri armati di varcare i confini, ai caccia-bombardieri di levarsi in volo. E non lo impediranno mai.

Almeno sarà chiaro, per chi vuole capire, qual è la scelta di chi si affida alla parola. Ricorda che oltre a tutto quello che c’è di orribile in una guerra, esiste una piccola logica che rifiuta la logica della forza. Che non ferma la forza, no; ma che ricorda e ricorderà (a tanti? A pochi?) che non esiste solo la forza e l’imposizione. 

8 commenti

  1. La parola non cambia direttamente la realtà, ma modificando la consapevolezza nelle persone causa cambiamento. Il risultato, ai nostri pronipoti. Spero. 😉

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