Che cosa mi hanno insegnato i racconti della Trilogia delle Erbacce?


 

di Marco Freccero. Pubblicato il 5 settembre 2022.

 

 

 

Prima dell’estate ho letto questo articolo di Daniele Imperi dedicato ai racconti: tutto corretto quello che viene affermato. Concordo su tutta la linea, sul serio. In teoria questo mio articolo potrebbe finire qui, giusto?

E invece no.

Un’amara verità

Iniziamo subito con un’affermazione forte: i racconti vendono poco o nulla. Se sei un autore indipendente e pensi in questa maniera di ritagliarti un certo spazio con questo tipo di storie: lascia perdere.

“E ci hai messo così tanti anni ad arrivarci? Lo sapevano tutti”

Lo sapevo anche io, ma ci tengo ad affermare questo (oggi è proprio l’articolo delle affermazioni definitive, vero?): se tornassi indietro pur conoscendo l’esito, riscriverei la Trilogia delle Erbacce esattamente così com’è. In fondo le recensioni (buone) non mancano, e credo che alcuni racconti siano riusciti.

Ma vederli invecchiare così male; solo un sussulto (una vendita) ogni tanto e basta: mi dispiace. Ho anche tentato di spingerli con i Facebook Ads. Di certo non sono un esperto e magari un altro al mio posto avrebbe ottenuto qualche risultato; ma nel mio caso: zero. Esiste probabilmente una forte indifferenza nei confronti della forma racconto. Quasi che scriverli sia per ragazzini, mentre il vero Autore (con la a maiuscola mi raccomando), si deve cimentare solo col romanzo. 

Il che è ridicolo. Ma come ci riesci a vincere questo pregiudizio? Un povero autore indipendente non ha molti mezzi per cambiare a breve questa idea. Deve prendere atto che non c’è spazio (almeno per adesso) per i racconti. Nonostante il premio Nobel ad Alice Munro buona parte dei lettori preferisce restare alla larga. E anche le case editrici, a quanto pare, non è che impazziscano per questa forma di storie. Le pubblicano solo se proprio non possono farne a meno e probabilmente “obtorto collo”, come si dice. E io ho scritto addirittura una trilogia?

Un commiato necessario

Sto quindi affermando che non scriverò più racconti? Esatto. Alla fine non ne vale la pena. Passare giorni e giorni a scrivere qualcosa che poi leggeranno pochissimi; spendere soldi per la copertina, e tutto il resto: meglio occuparsi di altro. Di romanzi, esatto.

Hai presente quando in giro leggi che dovresti fare attenzione a che cosa leggono le persone? In quali acque nuotano? Ecco: un autore indipendente deve anche badare a questo. Perché se non ha decine di migliaia di followers sulle reti sociali, e scrive dei racconti: non caverà un ragno dal buco.

Bene: quindi? Quali saranno le conseguenze di questa nuova (?) consapevolezza? In verità non lo so. Intanto a dicembre arriverà la terza parte di “Stella Nera”, quella conclusiva. Dopo non ho ben chiaro che cosa scriverò (niente racconti, esatto). Ma da queste parti, se ci bazzichi da un po’ di tempo, sai bene come la penso io.

La difficile arte del compromesso

Per me l’autopubblicazione vuol dire un luogo nel quale prendono vita storie che nell’editoria tradizionale non troverebbero mai e poi mai spazio. E questo è la sua forza. Il punto che merita una particolare riflessione è un concetto vecchio come il mondo, che da sempre è necessario per esempio nella politica.

Il compromesso.
Questo è un termine che gode di pessima fama, ma solo perché ci si scorda che il contrario di solito è il fanatismo, l’intransigenza. Che di certo hanno i loro seguaci che spesso amano sbraitare assai; ma poco altro.
Nell’autopubblicazione che cosa significa accettare un compromesso? Provo a rispondere, ma non aspettatevi rivelazioni.

Esiste un pubblico.
Esiste un pubblico che non sa che cosa vuole. 

Se adesso cito Mike Markkula chi legge dirà: e chi diavolo è costui? A poco più di 30 anni era già in pensione perché milionario (aveva lavorato all’Intel quando era stata quotata in borsa, e questo gli aveva permesso di guadagnare una somma colossale in stock option). Un genio del marketing, è lui che prende Apple (che all’epoca era solo composta da poche persone in una rimessa), per farla diventare una vera azienda. A lui si deve questa semplice affermazione:

“La gente giudica effettivamente un libro dalla copertina”.

Affermava qualcosa di più. Vale a dire che possiamo produrre il migliore prodotto, ma se lo presentiamo in maniera sciatta, sarà percepito come sciatto. Ma se lo presentiamo in modo creativo e professionale gli attribuiremo le qualità desiderate.

Ecco perché se non sei un grafico, la copertina dei tuoi libri deve sempre essere affidata a un professionista. Un buon lavoro sulla copertina vuol dire offrire ai lettori quello che effettivamente desiderano: un prodotto di qualità. Nella loro testa sanno che pagare vuol dire mettere mano su qualcosa che deve essere professionale; proprio perché pagano.

Anche questo è qualcosa che mi hanno insegnato i racconti della Trilogia delle Erbacce. O meglio: Sara Gavioli che mi consigliò di affidarmi a una grafica professionista.

E poi?

Steve Jobs, uno dei tre fondatori di Apple, a chi gli domandava nel giorno della presentazione del Macintosh quali ricerche di mercato avesse condotto l’azienda, rispose che Graham Bell non aveva fatto alcuna ricerca di mercato prima di inventare il telefono.

Bella affermazione, certo. Che si può anche applicare ai libri (non sono pochi quelli che sono rifiutati dalle case editrici e poi diventano dei fenomeni letterari). Purtroppo c’è almeno un elemento che viene lasciato da parte. 

Se un prodotto ha successo è perché c’è un pubblico che non era visibile sui radar. 

C’era, ma nessuno se ne era accorto.

C’era, e quel prodotto lo ha portato allo scoperto e dopo tutti a dire: “Ma certo, è talmente ovvio!”. 

Come diceva Arnoldo

Soddisfare bisogni latenti: come diavolo puoi seriamente pianificare qualcosa se hai a che fare con una prospettiva tanto indeterminata? Sì, la trilogia Millenium di Stieg Larsson è stato un successo planetario perché c’era un pubblico che cercava quella storia, quello sguardo, quel modo di raccontare la realtà e le sue contraddizioni. Una ricerca di mercato “prima” della pubblicazione di una simile opera, ti consiglierebbe di lasciar perdere. E infatti è quello che accadde a Stieg, e a tanti altri che un giorno, all’improvviso, si sono trovati nelle classifiche.

Forse è per questo che si continua a scrivere delle storie. Perché speriamo che il prossimo libro possa essere quello che intercetta i bisogni inespressi, e che sia esattamente il nostro. 

Lo scopo di una ricerca di mercato probabilmente non dovrebbe essere quello di indicarci che cosa scrivere; ma aiutarci a risalire a quegli spazi lasciati vuoti. A quelle nicchie di mercato che nessuno considera, né coglie; e lì investire le proprie energie. Ben sapendo che comunque non ci sono certezze; e che spesso una nicchia resta tale. Cioè, non abbatte i propri muri per diventare un successo colossale (credo che si dica “mainstream”). Ma non è detto che restare in una nicchia sia un male, anzi. Se sufficientemente estesa può permettere di vivere bene.

“Bisogna fare dei libri che il pubblico ha voglia di leggere” diceva Arnoldo Mondadori. Devo pensarci su. Ma poi, scriverò quello che mi piace. Come sempre. Con i soliti esiti.

17 commenti

  1. Il mio percorso è simile al tuo: sono partita con i racconti, poi sono passata alle storie lunghe. Con la differenza-non-indifferente che i racconti sono usciti da soli dai miei progetti. Erano legati al periodo in cui partecipavo a forum e concorsi, perciò è stato naturale smettere di scriverne quando ho abbandonato entrambi. In ogni caso sono d’accordo con tutto ciò che hai detto, incluse le motivazioni con cui si scrive. Tenersi lontani dalla forzatura “scrivo in questo modo, ergo otterrò questo risultato” è in assoluto la mossa vincente. Con altri termini, lo dice persino il Bhagavad Gita. 😉

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  2. Anch’io sono partita scrivendo racconti perché è una formula più “corta” da gestire, però non è detto che non abbia un suo pubblico, forse serve qualche sconto più forte per invogliare il pubblico. Pensa che il mio primo romanzo pubblicato é nato da un racconto, lo avevo scritto per svolgere un esercizio di scrittura quando ho frequentato un corso di scrittura creativa, un anno dopo dovevo partecipare a un concorso Mondadori con un romanzo e cercando un’idea per scriverlo ho ritrovato quel racconto che è diventato il primo capitolo del mio romanzo…

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  3. Non leggo volentieri i racconti e ne scrivo pochi e con poche soddisfazioni. Non sono il mio genere. I tuoi sono efficaci ma noto che ultimamente molti si comportano come me, preferiscono altro. Tra l’altro trovo molto difficile scriverli. Tu scrivi quel che ti va, come sempre. La scrittura è così, una nuvola che solca il cielo e nessuno che la guidi se non il vento

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  4. Scrivere un racconto è più semplice, in apparenza, di scrivere un romanzo. Primo perché sono brevi, secondo perché sono più agili nella struttura. Però c’è il rovescio della medaglia rappresentato dal riuscire a scrivere una storia completa in poco spazio. E non è semplice. Trasformare un racconto in un romanzo breve o racconto lungo? Uhm! dubito che sia un esperimento che possa riuscire. Il rischio concreto , anzi i rischi possono essere più d’uno. Snaturare la storia iniziale, allungare il brodo con noia finale del probabile lettore.

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  5. Nel tuo caso secondo me il problema è doppio: non solo le raccolte di racconti, che vendono poco e sono poco richieste (se non per niente), ma anche l’autopubblicazione, che elimina una grossa fetta di lettori.
    Come ti avevo già consigliato tempo fa, potresti fare un esperimento e scrivere un romanzo più da “mercato”.

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  6. Io, invece, adoro i racconti, soprattutto quando voglio leggere qualcosa ma avere dei tempi un po’ più lunghi. I tuoi mi sono piaciuti molto. Il racconto non era il mio genere preferito, ho letto anche altre raccolte di racconti, ma era robetta al confronto tuo e di qualche altro bravo autore. Non te lo dico per dire, o per fare finte lusinghe, non sono il tipo, anzi di vari testi mi sono piaciuti di più i racconti.

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